A spasso per l’Ellade: Dodona – Chiara Toniolo
Poco tempo fa ho compiuto il mio settimo viaggio in Grecia, una tappa ormai fissa per me da quando ho iniziato ad esplorarla a diciannove anni. A quel tempo, con i risparmi di un lavoretto estivo, decisi di acquistare un biglietto aereo che mi portasse a Salonicco, da cui mi sarei poi spostata per ripartire, due settimane dopo, da Atene. Preparai un grande zaino e un sacco a pelo, portai con me un pugno di contanti nel portafogli, un telefono senza Internet e una guida Lonely Planet fresca di stampa. Partii una calda mattina di Settembre decisa a visitare i luoghi su cui i grandi protagonisti del passato avevano camminato e che avevo studiato con ardore al Liceo e di cui avrei continuato a leggere, appassionatamente, negli anni a venire dell’Università. Atterrai a Salonicco e da lì, con i soli mezzi pubblici e qualche piccola tratta in autostop, girovagai per tutto la penisola greca in solitudine, fermandomi raramente per due notti nella stessa città. Fu un’avventura indimenticabile che mi lasciò un segno indelebile nel cuore.

Negli anni successivi viaggiai con una certa regolarità in terra ellenica, ogni volta aggiungendo una nuova tappa a ciò che avevo già visitato e spesso tornando nei luoghi che più di altri mi avevano colpito per poterli vedere ancora uguali eppure sempre diversi. Salire di nuovo l’Acropoli di Atene; percorrere un tratto della Via Sacra a Delfi oppure scendere nel buio delle tombe di Verghina mi ha sempre immersa in una percezione del tempo che immagino sia quella dell’Aiòn, il tempo eterno che non si computa nè si misura perchè, ogni volta che mi sono trovata in quei luoghi, sono tornata alla me stessa di quella estate. Dal lontano 2006 ho in Grecia i miei luoghi del cuore di cui mai mi dimentico e che mi fanno ricordare di chi sono stata e contemporaneamente mi continuano a trasmettere l’emozione della prima volta che ho sognato di poggiare la mano o lo sguardo su una colonna che, forse, anche Platone o Alessandro il Grande avevano sfiorato. Con questa premessa posso con serenità ammettere che, come i miei familiari ben sanno ormai, andare in Grecia per me non è un viaggio di piacere, ma è un tornare a casa, in una casa che è enorme, vasta come tutta la penisola ellenica, ma che al contempo mi sembra di portare sul palmo di una mano, di poterla descrivere perfettamente, di cui i luoghi che non ho ancora visitato sono solo degli angoli di cui mi sono, per un attimo, dimenticata. Parole molto auliche e poetiche per descrivere, in pratica, che per visitare un sito archeologico di cui per anni ho letto e che quindi devo assolutamente vedere, di cui devo respirare l’aria, di cui devo calpestare scalza la terra umida posso percorrere anche 400 o 500 km in meno di un giorno incurante di qualsiasi altra persona sia con me e delle sue naturali pause fisiologiche. I miei viaggi quindi, senza scivolare nella retorica – e prometto fin da subito di provarci- da qualcuno sono stati definiti pellegrinaggi perchè la mia Grecia è sempre un’avventura circonfusa da un’aurea di sacralità e, a tratti, di follia. Visitare i luoghi sacri dell’antichità mi porta a diventare uno strano personaggio che possiede per metà uno spirito da archeologo e per metà quello di un barbaro pronto ad evitare accuratamente percorsi imposti, a recitare Inni Orfici in recinti sacri, ad offrire vino e miele ai Genii Loci ben nascosta agli sguardi dei più acuti guardiani di musei e a camminare in luoghi un tempo sede di santuari a piedi scalzi sotto lo sguardo esterrefatto dei turisti. Insomma il mio attraversare la terra di Grecia è un modo tutto mio, lento, ostinato, quasi testardo, alla continua ricerca di ciò che sembra esistere da secoli su più livelli: quello visibile, fatto di pietre che emergono dal suolo e quello che si lascia intravedere solo se si parte per cercare oltre il visibile, nell’intuire.
Con questi intenti nella mente e nel cuore, nei primi giorni di Aprile sono partita per cercare un luogo sacro che ancora non avevo visto, volendo spingermi verso quel confine in cui la Macedonia si dissolve nell’Epiro. Ed è lì che sorge Dodona.
Dodona è il santuario più antico della Grecia continentale e si trova nell’antico Epiro, a circa ventidue km a sud di Ioannina e si raggiunge con relativa facilità nell’arco di una mezz’ora dalla cittadina lacustre. Non potevo accettare di non esserci ancora stata perchè prima che io la vedessi, Dodona esisteva già nel mio immaginario alimentato dai testi antichi e dai miti come quello che Erodoto racconta: in un tempo lontano due colombe partirono da Tebe d’Egitto, l’una si posò laddove venne fondato il santuario di Zeus Ammone nel deserto libico, l’altra su una quercia a Dodona e da subito cominciò a parlare con voce umana.[1] Lo storico di Alicarnasso però non fu il primo a raccontare di questo luogo, infatti Dodona viene citata anche nell’Iliade quando Achille invoca Zeus “Dodoneo” perchè protegga Patroclo che sta andando in battaglia.[2] La presenza nel testo omerico suggerisce che il santuario fosse molto antico e, del resto anche gli scavi archeologici sembrano confermarlo, sebbene non sia possibile indicare il peridodo di nascita del luogo di culto considerando che, prima del II millennio a.C. e anche oltre, l’Epiro è marginale rispetto al mondo greco del meridione. Estremamente affascinante è il fatto che sembrerebbe che in un’epoca remota il sito appartenesse ad una Grande Dea, legata alla vegetazione, una potnia theròn, a cui si sarebbe successivamente affiancato Zeus come paredro. Sebbene non esistano prove certe in tal senso, è testimoniato storicamente che il santuario fosse dedicato a Zeus e Dione, la sua prima sposa, così come testimoniato da alcune monete conservate al Museo Archeologico di Ioannina e dalla presenza di sacerdotesse e sacerdoti nel medesimo recinto sacro: i Selloi e le Peleiadi.
Nella mia mente si era costruita una immagine di Dodona come di un luogo il cui cuore naturale era montano, selvaggio e connesso alle forze elementali della terra e dell’aria e infatti, in una sua prima fase, non vi era stato un tempio e, sebbene fossero presenti figure umane, il responso non era affidato ad una voce, ma al segno naturale: una quercia attorno alla quale dei lebeti e dei tripodi di bronzo producevano con il vento un suono continuo: Dodonaion kalkeion.[3] Dalla melodia degli oggetti metallici, dal fruscio delle foglie e dal volo degli uccelli i Selloi, i sacerdoti che dormivano a terra e non si lavavano mai i piedi, interpretavano il volere del Dio assieme alle Peleiadi, le Colombe[4] e ciò continuò nel corso dei secoli anche dopo la conquista romana, e fino alla tarda antichità[5] quando, a causa della folle iconoclastia cristiana, la quercia sacra venne abbattuta, il recinto sacro demolito e a pochi metri edificata una basilica.[6] Ad oggi il recinto sacro è individuabile per alcune pietre che emergono dal suolo roccioso e, non so se per frutto del caso o di un archeologo molto appassionato di rievocazione, è possibile ancora ammirare una giovane quercia che cresce tra le rovine. Inutile negare che la vista di quella pianta verde mi ha donato un’emozione grandissima perchè di nuovo ho avuto intensamente l’impressione di aver trovato il mio portale sull’antico. Non potevo dire conclusa la visita al santuario senza recarmi a Ioannina nel cui museo sono conservate numerose piccole lamelle di piombo con le domande che venivano poste all’oracolo; sono richieste concrete del quotidiano che ci raccontano di problemi materiali come: a chi dare in sposa la propria figlia, se si può sperare di avere dei figli dalla propria moglie o dal proprio marito, se sarà possibile riprendere il denaro investito e così via.
Raggiungere Dodona da Salonicco richiede più di tre ore di auto attraverso un paesaggio che in primavera è verde, selvaggio, ricco di campi coltivati e frutteti con cartelli che segnalano di prestare attenzione all’attraversamento degli orsi sull’autostrada. Pensando a questa particolare tipologia di segnaletica, non appena entrata nel sito una delle prime cose che ho notato è stata la presenza di alcuni cartelli disseminati lungo il percorso: raffiguravano un omino stilizzato che cercava riparo sotto una piccola tettoia mentre un fulmine scendeva dal cielo.
Mi ha fatto sorridere subito, forse perché era un’immagine così semplice, quasi ingenua, eppure perfettamente coerente con il luogo e non ho potuto fare a meno di pensare che, in fondo, a Dodona non è mai stato davvero possibile separare ciò che è naturale da ciò che è divino. Il vento tra le foglie, il suono del bronzo, il volo degli uccelli — e persino un temporale improvviso — sono sempre stati modi attraverso cui Zeus parlava e parla ancora. Forse è proprio questo che rende il santuario ancora così vivo: il fatto che, anche oggi, non serva molto sforzo per immaginare che qualcosa possa ancora accadere.
E così, mentre lasciavo Dodona sotto la pioggia e un nascente temporale non ho potuto fare a meno di pensare che quel piccolo cartello dell’omino e del fulmine, in fondo, non fosse solo una precauzione moderna: era, semplicemente, un promemoria.

Pianta del sito di Dodona

Casa sacra e quercia

Teatro di Dodona
Note:
[1] Erodoto, Storie, II, 52.
[2] Omero, Iliade, XVI, 233 e sgg.
[3] Strabone, Geografia, VII, 7, 12 ne parla come di un suono che era diventato proverbiale per indicare anche una persona che non smetteva mai di parlare.
[4] Erodoto, Storie, II, 57–58 ne riporta anche I nomi: Promenea, Timarete e Nicandre e per esse probabilmente venne costruita la prima “casa sacra” dove alloggiavano.
[5] Pausania, Periegesi della Grecia, VIII, 23.
[6] I resti degli edifici sacri furono scavati nell’Ottocento, ma solo nel Novecento si comprese la struttura complessiva del sito che ebbe un lungo percorso storico e che si arrichì di uno splendido teatro attualmente in restauro, un grande bouleuterion e un pritaneo.
Chiara Toniolo
