Dieci nomi (imperfetti) per la realtà ultima – Andrea Cecchetto
“Il Tao che si può nominare non è il Tao eterno” (Tao-tê-ching, 1).
La realtà che noi percepiamo è sempre e necessariamente relativa, giacché dipendente dal nostro apparato conoscitivo (i sensi e la mente con le sue categorie). D’altronde ciò è ovvio: una mosca, ad esempio, ha gli occhi strutturalmente assai diversi dai nostri, e di conseguenza vede un mondo differente da quello che vediamo noi esseri umani. Ma questo significa forse che non vi è una realtà vera in sé, la quale viene interpretata in molteplici modi a seconda di chi la guarda? Non direi proprio: negare la realtà non ha alcun senso. La realtà è del tutto reale (trattasi di pleonasmo = affermazione fin troppo ovvia), anche se dobbiamo rinunciare a definirla, in quanto qualsiasi nostra definizione sarebbe necessariamente determinata dalle nostre categorie mentali. Questo, però, non significa che non possiamo indicarcela fra di noi, intendendo appunto “il Tutto”, “la Totalità Universale”, ciò che nulla esclude, e che trascende – ma al contempo anche comprende – tutte le realtà relative (quelle esperite da tutti i singoli esseri senzienti). Possiamo indicarcela, nominarla, ma non pretendere di “definirla”, poiché de-finire significa dare un limite, ed è ciò a cui essa si sottrae, coincidendo con il Tutto (qualsiasi limite vi sarebbe infatti compreso, e non la potrebbe limitare), e non essendoci nulla al di fuori di lei.

Non dobbiamo nemmeno immaginarcela soggetta a tempo, spazio, molteplicità, ecc., che sono tutte categorie conoscitive umane, modi in cui noi interpretiamo e descriviamo la realtà, condizioni nelle quali la “rinchiudiamo” per poterla concettualizzare tramite la nostra ragione. Tutto, ma proprio tutto, deve esservi incluso, e deve essere quindi del tutto libera da limitazioni, condizionamenti, categorizzazioni. E come la chiamiamo questa realtà ineffabile? Le diverse tradizioni le hanno dato diversi nomi. Proviamo ad analizzarli, specificando però che essi sono tutti più o meno impropri, problematici, imperfetti:
- Gli Indù, specialmente i seguaci dell’Advaita Vêdânta, la chiamano Brahman, termine legato al concetto di crescita, di infinita potenza generatrice. Questo è giusto se considerato dal punto di vista di noi esseri manifestati; va altresì detto che ciò che è già di per sé infinito e illimitato non può crescere (dove, e quando, dovrebbe crescere?), giacché avendolo noi identificato con la realtà totale, tutto il tempo, tutto lo spazio e ogni ulteriore generazione vi erano inclusi a priori. La “crescita”, riferita al Brahman, è allora simbolica, paragonabile all’apporto di tutti i numeri naturali all’infinito: ∞ +1+2+3 ecc. = ∞
- Nella filosofia greca, e più in particolare nel Neoplatonismo, essa è chiamata “Uno” intendendo appunto l’“Uno-Tutto”, la realtà totale. È però lo stesso Plotino (il maggiore dei neoplatonici) a specificare che il termine non è perfetto, poiché rimanda al numero 1, il quale è pur sempre una quantità (categoria tutta umana), seppur principiale. Il termine, ci dice, va preso con le pinze, e inteso appunto nel senso di: non soggetto a molteplicità, non-diviso.
- Platone la chiama anche “Bene”, ma, anche qui, non è da intendersi come il bene opposto al male (entrambe categorie umane) bensì nel senso di autentico, di vero, di reale, di ciò che si pone al di fuori della famosa caverna del mito narrato nella Repubblica, quindi non vincolato all’opinione, alla doxa (gli Indù direbbero alla mâyâ), che è la percezione relativa e condizionata di cui si parlava all’inizio.
- Le correnti più mistiche di diverse tradizioni arrivano addirittura a chiamarla “il Nulla” (in maiuscolo), intendendo però non il niente, ossia l’assenza, ma ciò che, coincidendo appunto con la realtà in sé, che non è oggettivabile né predicabile, non è qual-cosa (ovvero una mera cosa tra cose) ma bensì il Nulla-di-determinato dal quale – per determinazioni successive – noi desumiamo tutte le cose. È il Nulla da cui deriva il Tutto. Questa visione è chiamata apofatica, giacché punta sulla negazione: non ci dice cos’è la realtà, bensì cosa non è.
- I Cinesi la chiamano Tao, termine che significa “Via”, e che ci dà quindi l’idea di cammino, di flusso. Ed è proprio qui che il termine può trarre in errore: si potrebbe infatti pensare a una realtà soggetta al divenire, e quindi al tempo. Ma non è così. Nel passo 25 del Tao-tê-ching è specificato che il Tao non muta, è indistinto (indiviso) e compiuto (non accrescibile, in quanto è già tutto), e coincide con il vuoto (il Nulla-di-determinato) dal quale deriva il mondo (il Tutto): «C’è qualcosa di indistinto e compiuto, nato prima del cielo e della terra. Silenzioso, vuoto, sta da solo e non muta, circola ovunque e non si esaurisce. Può essere considerato la madre del mondo». Il Tao, certo, si manifesta anche come realtà diveniente (tutto è Tao, e a noi esso si manifesta solo così); ma è un suo aspetto condizionato, una percezione determinata dalle nostre categorie conoscitive.
- I seguaci della Kabbalah ebraica la chiamano En Sof, che significa “senza fine”, quindi infinito. Questo termine non è da intendersi in senso quantitativo (numerico, spaziale, temporale, ecc.), ma bensì come “ciò che non trova limite in nulla, coincidendo con il Tutto”.

- Un termine interessante è “Universo” (letteralmente, verso l’Uno), che dà l’idea di unità dell’esistente. L’importante è non intenderlo in senso puramente fisico, ossia come la somma matematica di tutte le cose, il che ne farebbe un concetto soggetto alla condizione della quantità, e quindi ancora relativo, vincolato alla doxa (opinione).
- Ed arriviamo a quello che, secondo me, è il nome più appropriato – o comunque il meno inappropriato – per indicare la realtà universale totale. Mi riferisco al termine “Assoluto”, dal latino absolutum, che significa “sciolto da tutto = libero da qualsiasi limite o condizione” Qui l’unica raccomandazione che mi viene da fare è che l’Assoluto non va inteso in quanto opposto del relativo: il relativo si relaziona sempre e solo con altro relativo. Questo significa che qualsiasi cosa relativa non è altro dall’Assoluto (che Nicola Cusano chiama infatti “il Non-Altro”), ma bensì si identifica con l’Assoluto tutt’intero (la realtà è assolutamente indivisa) con un suo aspetto, non parte.
- Ho lasciato per penultima un’ulteriore denominazione con la quale è possibile indicare la realtà ultima. Quelle fin qui elencate mettono in risalto alcune particolari caratteristiche (quella generativa, quella di illimitatezza, quella trascendente, ecc.), ma possono riferirsi tutte ad una realtà inconsapevole, morta, il che non è. Ebbene, il termine “coscienza” in sé non sarebbe adatto a descrivere la realtà assoluta e irrelata, giacché deriva dal latino con-scire, che significa “sapere con” e rimanda quindi a una realtà relativa. Le tradizioni che hanno utilizzato questa denominazione ci hanno però aggiunto l’aggettivo pura (“Pura Coscienza”), da intendersi non in senso morale, ma in quanto sinonimo di “incondizionata”. Riporto un passo di Suzuki:
I Buddhisti adottano il termine «puro» nel senso di assoluto […]. L’«originariamente puro» indica ciò che è incondizionato, indifferenziato e privo di ogni determinazione; è una specie di superconsapevolezza nella quale non vi è opposizione tra soggetto e oggetto, e tuttavia vi è una piena coscienza delle cose che devono seguire come di quelle già compiute. In un certo senso l’«originariamente puro» è il vuoto, ma un vuoto carico di vitalità (Daisetz Teitaro Suzuki; Vivere Zen, p. 63). Va da sé che non ci stiamo riferendo alla coscienza mentale, ovvero alla facoltà psichica descritta nei dizionari, bensì ad una coscienza universale, della quale l’intera esistenza è una sorta di “pensiero”. Se tale coscienza sembra un’astrazione, si pensi a come essa invece sia l’unica realtà auto-evidente, laddove invece l’“Io” è un costrutto arbitrario, un insieme di elementi con cui ci identifichiamo. Ciò può farci intuire come la Coscienza non sia una facoltà individuale, ma, al contrario, come l’individuo sia un aspetto della Pura Coscienza. Come una lampada illuminata non ha bisogno di un’altra lampada per manifestare la sua luce, così l’Atman [il Brahman considerato negli esseri], essendo la Coscienza stessa, non necessita di alcun altro strumento della coscienza per illuminare Se Stesso (Sankaracharya; Atmabodha. La Conoscenza del Sé, 28, p. 125).
- Lascio per ultimo il controverso nome “Dio”. Il termine rimanda alle radici indoeuropee assai antiche deiwos e dyeu, che significano splendente, luce celeste. Ora, la Luce è stata spesso presa a simbolo della Coscienza (ed il buio, al contrario, dell’incoscienza). Il nome si ricollega quindi al precedente, e mette in risalto come il reale non sia una cosa morta, inconsapevole, ma la Pura Coscienza stessa, ciò che soggiace ad ogni altra realtà, la quale è allora un suo aspetto, il risultato di un’apparente delimitazione, che è a essa immanente. La cosa importante è non personificare la realtà; la parola Dio intesa in tal modo non rimanda alle divinità delle varie religioni, ma appunto alla realtà totale, che è impersonale, o meglio, sovra-personale.

Termino con una frase che ci fa comprendere come la realtà – in tal caso chiamata Tao – non sia affatto inconsapevole, bensì al contrario la coscienza che esistenzia tutto, ma che trascende in modo assoluto le nostre limitate capacità di comprensione. Noi esseri umani vorremmo oggettificare tutto, e dare una spiegazione a tutto. Ma non possiamo, giacché la realtà è indivisa, non è un oggetto coglibile da un soggetto:
“[…] l’indistinto, in apparenza vuoto, indefinibile Tao è l’intelligenza che dà forma al mondo con un’abilità che eccede la nostra comprensione […] nei termini imperfetti di pensiero e linguaggio; di modo che nessun taoista si sognerebbe di domandare se il Tao sia consapevole di come esso produce l’universo. Difatti il Tao opera spontaneamente, non seguendo un piano prestabilito. Lao-tzu dice: Il principio del Tao è la spontaneità. Ma la spontaneità non è, in nessun senso, una spinta cieca, discorde, un semplice potere capriccioso” (Alan W. Watts; La via dello zen, pp. 33-34).
Andrea Cecchetto
