Proclo ierofante del mondo intero: Teurgia, musica sacra e architettura
Disamina dell’anima – Andrea Cecchetto
Proviamo a sviluppare una riflessione per quanto possibile coerente e logica sul controverso – e spesso abusato – concetto di anima. Riporto quella che è solo la mia umilissima opinione, rifacendomi ovviamente a quanto le antiche tradizioni sapienziali ci hanno trasmesso, ma senza “cadere” nelle aporetiche concezioni teologiche e religiose. Premetto che non è affatto un discorso semplice: come potrebbe esserlo?
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Riesci a pensare a qualcosa che non sia un oggetto?
No, non ci riesci! Non puoi. Qualsiasi cosa tu possa pensare sarà un oggetto del tuo pensiero, una cosa pensata. È inevitabile.
Ora prova a pensare a “colui” che sta pensando, o meglio, al nucleo coscienziale da cui si genera il tuo pensare. Non rispondermi: «Penso al cervello, o ai neuroni, o alla mente, ecc.», perché anche questi sono degli oggetti pensati (Attenzione! Non sto dicendo che noi, pensando, creiamo magicamente il cervello, ma che lo possiamo pensare e quindi oggettivare). Ebbene… ci riesci? No! Qualsiasi cosa tu possa pensare sarà a sua volta soltanto un oggetto pensato, una cosa mentale, e non il soggetto pensante. Questo ultimo non lo puoi cogliere; è trascendente, perché è lui, in te, che pensa e coglie ogni “tua” esperienza.
La tua anima coincide allora con questa soggettività profonda? No, l’anima è “qualcosa” di ancora più ampio: è ciò da cui scaturiscono:
- Il soggetto esperente (quello che normalmente chiami “Io”);
- L’esperienza oggettiva considerata nella sua totalità (ovvero come l’insieme delle tue esperienze dal concepimento alla morte); e…
- La loro correlazione (soggetto ed oggetto sono interdipendenti).
L’anima è quindi la tua coscienza più la totalità delle sue esperienze. In altri termini, è tutta la tua vita, le possibilità che incarni e realizzi.
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Facciamo un passo ulteriore. Finora abbiamo parlato di te, della tua soggettività, delle tue esperienze, della tua coscienza. Ma domandati: questo nucleo coscienziale è forse roba tua? “Tua” di chi? Cosa sei tu? Che cosa pensi di essere? In qualsiasi modo tu definisca o consideri te stesso (un corpo materiale, un animale, una persona, una entità, ecc.), non sei forse anche tu un oggetto pensato? Credi, invece, di essere una sostanza aristotelica, un ente concreto? No! Questa sarebbe metafisica (cattiva metafisica); in quanto fenomeno psico-fisico, sei un aggregato di atomi, cellule, organi e pensieri in continuo mutamento. Non vi è in te nulla di permanente, di sostanziale; sei un processo, un accadimento in quanto tale pensabile e, di conseguenza, oggettivabile.

Ma allora, si dirà, cos’è la mia anima? Non esiste la TUA anima, se non come personificazione di un aspetto del Tutto, un modo tramite il quale la Realtà universale totale conosce se stessa, uno dei suoi infiniti “orientamenti auto-contemplativi” che noi chiamiamo esseri senzienti. Fra le infinite possibilità insite nell’Universo c’era anche la tua vita, la tua esperienza, la tua esistenza: quella è la tua anima (si comprenderà, allora, quanto è distante dall’essere una “cosa” che si può cogliere).
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Si parlava di “nucleo coscienziale”, che abbiamo de-personificato (nel senso che abbiamo realizzato che non è mio, giacché anche l’“Io” è solo un oggetto da lui pensato). Esso è impersonale, o meglio, sovra-personale, perché tutti i “nuclei coscienziali” individuali sono soltanto suoi aspetti. Siamo noi, cioè i suoi aspetti relativi, che, relazionandoci, ci convinciamo che la coscienza sia frammentata, laddove la quantità, e quindi la separazione, è una nostra categoria mentale, una credenza. La mia coscienza o anima è la tua stessa coscienza, cambia il contesto psico-fisico in cui essa si manifesta (i Saggi indù non dicono forse che l’atman ed il brahman coincidono?). Potremmo dire che questa Realtà fondamentale è Pura Coscienza, purché non crediamo – avendogli dato un nome – di averla definita o oggettificata. Ciò da cui scaturiscono sia il soggetto che l’oggetto del pensiero non è pensabile, ricordiamolo.
La Pura Coscienza non è un ente, non è la mente, non è una facoltà, non è una funzione, non è un processo, non è un oggetto, non è un soggetto, non è l’“Io”, non è una persona, non è una sostanza, non è il nulla, non è una divinità, non è l’essere, non è il pensiero: tutte queste cose – ed il resto – sono apparizioni relative nella Coscienza assoluta.
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Ulteriore problema. Scrive Harari:
Gli esseri umani oggi sono animali hackerabili. L’idea che abbiamo un’anima, uno spirito o un libero arbitrio e che nessuno possa sapere cosa accade dentro di loro è finita. Oggi le élite hanno gli strumenti per conoscere le persone meglio di quanto esse conoscano se stesse e possono manipolare o riscrivere la vita stessa (Yuval Noah Harari).
Ci sono tecnocrati (Elon Musk, ad esempio) che stanno progettando dei microchip da innestare nel cervello, per far esperire all’individuo una realtà virtuale. Ma allora, si potrebbe dire, che fine fa l’anima? Se la nostra esperienza può esser creata artificialmente da una tecnologia, allora l’anima è davvero hackerabile, come sostiene Harari? No, è una lettura errata. Sarebbe la mente ad essere modificata, non l’anima.
L’anima, s’è detto, è ciò da cui scaturiscono sia il soggetto esperente che la sua esperienza oggettiva, considerata nella sua totalità.
Se ad un individuo viene impiantato un microchip che gli fa vivere determinate esperienze (pur virtuali), significa che egli doveva passare attraverso di esse (lo stesso dicasi dei casi in cui vengono danneggiate le facoltà mentali a causa di un incidente o una malattia degenerativa del cervello). Nulla mai accade che non dovesse accedere di necessità. Era dunque indispensabile che l’individuo in questione vivesse queste pur spiacevoli esperienze, giacché egli incarna determinate possibilità che dovevano manifestarsi [ai discepoli che gli domandano perché un cieco sia tale fin dalla nascita, Gesù risponde: «È perché in lui siano manifestate le opere di Dio» (Gv., 9, 1-3)]. Esse non sono esperienze dell’anima, ma bensì nell’anima, suoi aspetti immanenti. È il soggetto ad esperire l’oggetto (qualunque esso sia), non l’anima che, dicevamo, comprende ed insieme trascende la dialettica duale soggetto/oggetto. Come dicono gli Antichi, ogni anima sceglie il proprio “demone”, che non è un tipo strano con le corna, bensì il destino, l’esperienza di vita.

[Precisazione: non ho detto che dobbiamo accettare di buon grado e senza opporci di farci impiantare un microchip nel cervello perché, se accade, è perché doveva accadere ed è bene. No! Non sappiamo cos’è bene finché non accade (quindi lo sappiamo solo riguardo il passato); nel presente, invece, dobbiamo seguire la nostra coscienza – in questo caso mi sto riferendo alla coscienza morale, non alla Pura Coscienza.]
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Cito [le frasi tra parentesi quadre sono mie aggiunte esplicative]:
Demone all’uomo l’indole [traduzione alternativa: «Il carattere dell’uomo è il suo destino»] (Eraclito; Dell’Origine, frammento 55).
Anime effimere, ecco l’inizio di un altro ciclo di vita mortale, preludio di nuova morte. Non sarà un demone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliere il vostro demone (Platone; Repubblica, X, 617d-e).
Quando tutte le anime ebbero scelto la propria vita, si presentarono a Lachesi [la prima delle tre Moire] secondo l’ordine del sorteggio; a ciascuna ella assegnava come custode della sua vita ed esecutore della sua scelta il demone che si era preso. Questi per prima cosa guidava l’anima al cospetto di Cloto [la seconda delle Moire], perché sotto la mano di lei e sotto il volgersi del fuso sancisse il destino che aveva scelto al momento del sorteggio; dopo che aveva toccato il fuso la conduceva al filo di Atropo [la terza Moira], perché rendesse immutabile la trama filata. Da lì l’anima andava senza voltarsi ai piedi del trono di Ananke [la Dea Necessità] e lo superava (Platone; Repubblica, X, 620d-621a).
Andrea Cecchetto
