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Dracula: l’amore perduto di Luc Besson – Luigi Angelino
La trama
Questa volta non vi parlerò della Redenzione di Satana (1) ma della Redenzione di Dracula. Eh si, se dovessi riassumere l’anima del film in una sola frase, parlerei proprio di un’improbabile ed inaspettata trasfigurazione del vampiro più celebrato dalla letteratura e dalla cinematografia. Nella versione di Luc Besson, il capolavoro di Bram Stoker viene riletto alla luce della love story maledetta del Principe Vlad che ripercorre la propria drammatica esistenza, dall’atroce evento del lutto per la perdita dell’amatissima moglie fino alla maledizione dell’immortalità vampiresca, costretto a vivere una vita che è morte, con la vana speranza di ottenere la salvezza proprio con la morte che gli viene negata da Dio (2).
Ma andiamo con ordine, focalizzando l’attenzione su alcuni aspetti essenziali della trama, senza spoilerare troppo. Fedele alla tradizione draculesca, Luc Besson ci porta nella Transilvania del quindicesimo secolo, nel periodo storico della massima espansione ottomana, a seguito della capitolazione di Bisanzio. Nella prima scena si introduce l’amore travolgente del principe Vlad nei confronti della moglie Elisabetta, a cui, come in un gioco di specchi, farà eco l’epilogo della vicenda che, per ovvi motivi, non intendiamo rivelare. La passione del nobile transilvano è così forte che i suoi dignitari sono costretti a trascinarlo via dalle braccia della moglie, affinchè Vlad possa guidare le proprie truppe alla vittoria. Prima della partenza, il principe chiede a Dio, mediante la figura di un vescovo, di proteggere la vita di sua moglie, durante la sua missione. Anzi, affermando la propria dignità reale, Vlad “intima” al vescovo di riferire il proprio messaggio a Dio, con ciò volendo significare l’importanza e la determinazione della propria volontà. E mentre il principe sconfigge i nemici, guadagnandosi la fama di “impalatore”, sua moglie viene orribilmente trucidata durante un’imboscata. Vano sarà il tentativo in extremis di salvarla ed Elisabetta esangue muore fra le braccia del marito disperato. Il destino si rivela ancora più crudele di quanto si possa immaginare, poiché è lo stesso Vlad che, nella concitazione del soccorso, procura la morte alla principessa. Il condottiero distrutto dal dolore non si arrende davanti all’evidenza del devastante lutto, ma si reca dal vescovo supplicandolo di far tornare in vita sua moglie. Quando l’alto prelato cerca di spiegargli che ciò che chiede è impossibile, invitandolo ad accettare il dolore con rassegnazione cristiana, Vlad accecato dalla rabbia lo infilza a morte, rinnegando Dio che pur aveva servito fedelmente contro l’orda di coloro che, a quel tempo, erano considerati gli “infedeli”. Da quel momento, condannato a vivere un’esistenza immortale, come un’ombra che si aggira a metà strada tra la morte e la vita, Vlad sfida l’infausta sorte con la sola speranza di poter ritrovare l’amore perduto. Come spiegherà lo stesso vampiro, nel corso delle sue narrazioni retrospettive, egli vagherà negli anni, di città in città, da Oriente ad Occidente, tra lo sfarzo della corte di Versailles e l’opulenza della Firenze medicea, con il solo obiettivo di poter rivedere la sua Elisabetta.

Dopo 400 anni, un giovane avvocato di nome Jonathan Harker si reca in Transilvania nel castello del conte Dracula, allo scopo di trattare la vendita di una proprietà immobiliare nei pressi di Parigi. In tale contesto, Vlad si mostra vecchio e decrepito, con tutti i segni del deterioramento fisico patito nei secoli precedenti, intravedendo nella visita del legale straniero, una ghiotta occasione per nutrirsi del suo sangue e riacquistare un po’ del dimenticato vigore giovanile. Ma quando si accinge ad ucciderlo, Harker gli mostra il medaglione con la foto della sua fidanzata, Mina. Il vampiro rimane profondamente turbato dalla visione di quella immagine, in quanto vede in Mina una fortissima somiglianza con la sua amata principessa Elisabetta. Dracula, allora, torna a sperare di poter rivivere il suo grande amore e, dopo essersi rifornito di “sangue umano” in un convento, assume nuovamente le sembianze attraenti e vigorose che aveva quattrocento anni prima. A questo punto, Vlad parte per Parigi, allo scopo di incontrare Mina, alias Elisabetta, l’amore della sua vita. Non riveliamo altro della trama, anticipando soltanto che l’epilogo, seppure a tratti discutibile nella sua declinazione complessiva, offre un crescendo di pathos che si può collocare fra l’epico soft-horror ed il drammatico religioso-spirituale.
Dracula, la figura
Dracula, viene generalmente identificato con Vlad III di Valacchia, conosciuto anche solo con il nome di Vlad, membro della Casa dei Draculesti (da cui appunto il patronimico Dracula). Si narra che fosse figlio di Vlad II Dracul, illustre membro dell’Ordine del Drago, istituzione creata per dare protezione al Cristianesimo nell’Europa orientale (3). Nella pellicola di Besson, il vampiro si proclama Vlad II, confondendosi di fatto con la figura storica di suo padre. Ma nell’economia della vicenda poco importa: peraltro non è neanche certo che il personaggio ispiratore del vampiro sia stato proprio un Vlad del casato Dracul. La scelta di Besson potrebbe essere deliberata, un modo per affrancare il suo film da una continuità troppo vistosa con la tradizione. Un’altra denominazione che gli fu attribuita in maniera postuma, circa 100 anni dopo la sua morte, fu quella di Vlad Tepes, cioè Vlad l’impalatore, in quanto, come si vede in una delle scene iniziali del film di Besson, sembra che avesse il particolare vezzo di impalare, anche in maniera diretta, i suoi nemici. E’ opportuno ricordare che Vlad III in Romania è considerato un vero e proprio eroe popolare, per l’importante merito di aver protetto la popolazione rumena sia dagli attacchi provenienti dal nord del Danubio che da sud. L’attribuzione dell’appartenenza di Vlad al regno delle tenebre inizia a delinearsi con il passare del tempo, non solo per la fama acquisita di guerriero particolarmente agguerrito e brutale, ma anche per un equivoco di fondo derivante da due elementi combinati fra loro: il nome e la simbologia del drago, l’ordine cavalleresco di appartenenza. La consacrazione del mito vampiresco avverrà solo nell’Ottocento, grazie al genio creativo di Bram Stoker (4). Nel suo romanzo, Dracula assume i connotati del “vampiro” per antonomasia, il “non morto” che, per vivere, deve necessariamente nutrirsi del sangue di altre creature viventi. Nella descrizione dello scrittore irlandese, inizia a delinearsi la classica immagine di Dracula, provvisto di denti canini molto affilati che gli servono per mordere il collo delle vittime e ricavarne così il sangue per il nefando sostentamento. In realtà, nel romanzo di Stoker, il personaggio di Dracula non è mai menzionato, in maniera diretta, come corrispondente al Vlad III storico (tanto meno a Vlad II). L’identificazione, invece, può essere desunta dalla lettura del terzo capitolo del libro, quando si fa riferimento alle valorose battaglie combattute nella sua terra da un antenato. A differenza delle versioni cinematografiche, sia quella di Francis Ford Coppola che quella di Besson, nel libro non viene spiegato come il conte si trasformi in un vampiro, prevedendo alcuni spunti romantici solo nello svolgimento della vicenda. Stoker si limita a disegnare la complessa personalità di Dracula, come un uomo che, in vita, aveva presentato nobili virtù d’animo, ma che con il tempo era diventato crudele, vizioso e spietato. Nonostante il conte Vlad sia dotato di un’immensa intelligenza e di una straordinaria capacità di adattamento alle più svariate culture e situazioni, la sua condizione di “immortale”, innaturale per il genere umano, gli procura continuo tormento e sofferenza. Si tratta di un’interessante metafora antropologica utilizzata da Stoker, in merito alla necessità che ogni vivente persegua il ciclo naturale della propria esistenza (5). Nella trasposizione visiva di Besson, la non morte naturale implica la dannazione eterna, mentre soltanto la morte naturale può condurre verso l’immortalità e la redenzione dell’anima.
Il film
La regia ha individuato diverse location per le riprese. Per la maggior parte di esse, come è lecito aspettarsi in una produzione firmata da Besson, è stata scelta Parigi, sia in ambienti interni come gli studi Dark Matters che in ambienti esterni, come il Palais-Royal e l’Hotel Dieu, il più antico ospedale della capitale francese, fondato nel settimo secolo sotto il regno di Clodoveo II (6). Allo scopo di rappresentare gli ipotetici paesaggi innevati e gelidi della Transilvania, la troupe si è spostata in Finlandia, in particolare nelle regioni di Kainuu e Kuhmo. Ma anche la Romania è stata protagonista, per alcune riprese esterne, anche se non sono stati specificati i luoghi che, secondo alcune fonti, potrebbero essere Sighisoara ed il Castello di Bran, posti molto legati alla tradizione dell’esperienza vampiresca. Non è mancato un tocco italiano, con la fantasiosa trasferta di Vlad a Firenze, costruita però quasi interamente in maniera digitale. Se già il film Dracula di Francis Ford Coppola del 1992 intendeva presentare il vampiro in versione quasi romantica, l’evoluzione del personaggio trova compimento nella produzione di Besson, che ancora di più sposta il baricentro dello story telling dall’horror al gotico-sentimentale. L’esorbitanza creativa di Besson, sospesa tra la narrazione in stile epico e la sintesi quasi grottesca di alcune fasi cruciali della vicenda, si discosta molto anche dall’atmosfera cupa ed oscura del Nosferatu di Eggers di cui ci siamo occupati all’inizio dell’anno (7). In Dracula-l’amore perduto si ha l’impressione che la paura e l’angoscia non siano mai veramente protagoniste e che l’anima tormentata del vampiro sia, comunque, destinata ad una forma, seppure inedita e contorta, di redenzione. Vlad non appare mai come un vero e proprio mostro, ma quasi come una sventurata vittima degli eventi, in un mondo di ingiustizie, dove il confine tra il male ed il bene non è mai netto. La stessa riflessione del principe sullo scopo della guerra da lui stesso combattuta, in nome di un Dio lontano ed irriconoscente, fa comprendere l’ipocrisia religiosa e politica che, in maniera trasfigurata, campeggia in ogni epoca. La leggenda di Dracula si trasforma in una tragedia romantica, dove la maledizione consiste nell’eternità del sentimento e la redenzione si può ottenere soltanto con il sacrificio spontaneo e consapevole.

Anche se lo story telling è incentrato sul terribile Conte Dracula, interpretato da un bravo Caleb Landry Jones, forse un po’ troppo Dogman/Joker (8) per vestire i panni dell’oscuro vampiro, Besson fornisce un’originale caratterizzazione anche degli altri protagonisti. Eterea ed ammiccante appare Zoe Bleu nella parte di Elisabetta/Mina, vivace e sorprendente Matilda De Angelis nel ruolo di Maria de Montebello, una vampira di seconda generazione, emissaria di Dracula, ispirata al romanzo Carmilla del 1872 (9). Il sacerdote Van Helsing, interpretato da Christoph Walz, si colloca a metà strada tra lo scienziato ed il religioso che, superando i vincoli dell’ortodossia dottrinale, tenta di stabilire un contatto con quella tormentata creatura in maniera empaticamente umana. Il Dracula di Besson, sontuosamente acconciato e non privo di ironia, sembra ricordare quello di Francis Ford Coppola, forse meno beffardo ed algidamente elegante, ma più incisivo e teatrale. L’intreccio amoroso tra il principe di Valacchia e la sua amata, in un certo senso, rievoca anche i temi della celebre fiaba, La bella e la bestia, dove una giovane donna si innamora di una creatura dai poteri soprannaturali, il mostro a cui tutti sono ostili e che si scoprirà essere stato vittima di un orrendo maleficio. L’elemento magico e fiabesco è molto presente nel film, come dimostrano i frequenti riferimenti ad una sorta di incantesimo che avrebbe negato al vampiro la possibilità naturale della morte. Gli stessi gargoyles, che infestavano il castello come servitori del vampiro, nel finale si trasformano in qualcosa di diverso, facendo intendere che erano stati in precedenza reietti e maledetti insieme al loro signore.
Vlad mette a nudo la propria anima, mostrando una certa “purezza” dietro la mostruosità della sua condizione, nella sua mistica e dolorosa carnalità, abbandonando lo stereotipo del vampiro lussurioso e tentatore. L’estetica gotica ben curata da Coppola nel 1992 in Besson si capovolge: dove il primo articolava una trama romantica nell’orrore, il secondo trasfigura l’orrore nell’eterno ed indissolubile amore. A fare da sfondo in quest’epica e fiabesca crociata, emerge una colonna sonora solenne e leggera allo stesso tempo che, al netto di qualche incongruenza tematica, mescola la sacralità liturgica del requiem all’energia di Danny Elfman (10), chiamato alla composizione di alcuni brani addizionali.
Nella visione di Besson, Dracula non è più una creatura demoniaca, come dimostrano le sue stesse parole che paragonano Satana a Dio e gli uomini alle vittime della loro guerra senza fine. Volendo dare una lettura anche laica a questa riflessione, potremmo indicare l’essere umano come in balia delle forze cosmiche, visibili ed invisibili. Inoltre, Vlad non viene presentato come “ateo”, ma come un vero credente che sfida Dio per l’immenso torto ricevuto. Lo spettatore, che già dalle prime battute è portato a provare empatia per il mostro, si accorgerà che la redenzione di Dracula sarà possibile solo quando il vampiro riuscirà a perdonare sé stesso, al punto che per amore perduto si dovrà intendere non solo il ricongiungimento amoroso con la sua principessa, ma soprattutto la ritrovata armonia con il cosmo o, per chi crede, con la grazia di Dio.
Note:
1 – Riferimento alla mia trilogia La redenzione di Satana, Cavinato editore International, Brescia 2019, 2021, 2022;
2 – Il film di Besson è stato presentato, per la prima volta in Italia, lo scorso 24 ottobre, in occasione del Festival del Cinema di Roma;
3 – Matei Cazacu, traduttore M. Basile, Dracula. La vera storia di Vlad III l’Impalatore, Edizioni Mondadori, Milano 2006;
4 – Il romanzo di Bram Stoker fu pubblicato nel 1897;
5 – Luigi Angelino, La leggenda di Dracula, su https://auralcrave.com, pubblicato il 6 maggio 2019;
6 – Clodoveo II fu un sovrano della dinastia dei Merovingi;
7 – Luigi Angelino, Nosferatu, su https://www.paginefilosofali.it, pubblicato l’11 gennaio 2025;
8 – Dogman è stato interpretato dallo stesso Caleb Landry Jones nel 2023; notevole è la somiglianza con Joaquin Phoenix nel ruolo di Joker nel 2019;
9 – Il romanzo fu scritto da Sheridan Le Fanu;
10 – Daniel Robert Elfman ha collaborato in oltre cento colonne sonore di film.
Luigi Angelino,
nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale, conseguendo anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Con la Stamperia del Valentino ha pubblicato varie raccolte di saggi, tra cui “Caccia alle streghe”, “L’epica cavalleresca”, “Gesù e Maria Maddalena”, “Omero e la nascita del mito di Ulisse”, “Di alcune fiabe e di ciò che nascondono”, “Il mondo dei sogni”, “Sulla fine dei tempi” (selezionato per Sanremowriters 2023). Tra i volumi pubblicati con altre case editrici, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” (versione inglese “The darkness of the soul”); la trilogia thriller-filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse di Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.
