Heidegger ed il presunto oblio dell’Essere – Andrea Cecchetto
Al fine di convincere se stessi – e gli altri – della propria importanza ed originalità, alcuni pensatori fondano le loro tesi ed argomentazioni filosofiche su una serrata ma spesso pretestuosa critica a coloro che li hanno preceduti (e chiarisco subito che questo articolo non vuol essere una critica ai primi, bensì una difesa di almeno una parte dei secondi). Per esempio Martin Heidegger inizia la propria indagine sostenendo nientepopodimeno che tutta la filosofia, da Platone a Nietzsche, non si sarebbe occupata dell’essere, ma sempre e solo dell’ente, ossia di cose determinate, oggettive. Egli parla a tal proposito di oblio dell’essere:
“Benché la rinascita della «metafisica» sia un vanto del nostro tempo, il problema dell’essere è oggi dimenticato. Si crede infatti di potersi sottrarre a una rinnovata γιγαντομαχία περὶ τῆς οὐσίας [gigantomachia peri tes ousias = lotta dei giganti per l’essere]. Eppure non si tratta di un problema qualsiasi. Esso ha ispirato il pensiero di Platone e di Aristotele, anche se ha senz’altro taciuto dopo di loro, come il problema tematico di una vera ricerca” (Martin Heidegger; Essere e tempo, p. 17).
“Ovunque e per quanto ogni indagine indaghi l’ente, essa non trova mai l’essere, ma incontra sempre e soltanto l’ente, perché fin dall’inizio essa si ostina nell’ambito dell’ente con l’intenzione di spiegarlo. Ma l’essere non è una qualità esistente dell’ente. A differenza dell’ente, l’essere non si lascia rappresentare e produrre come oggetto” (Martin Heidegger; Che cos’è metafisica? Poscritto, p. 75).

Bisogna quindi tornare ad occuparsi dell’essere, dice. L’attenzione va distolta dagli enti, in quanto sono dei velamenti che ci impediscono l’accesso alla verità originaria (alètheia), che è appunto l’essere. Rimuovendo l’ente viene però meno ogni causa e ogni fondamento, e finanche il Dio creatore, in quanto anche questo, per il fatto stesso di essere, altro non è che un ente (ess-ente, participio del verbo essere). L’essere vero è del tutto infondato: un abisso inspiegabile. E questo provoca angoscia, smarrimento, paura, giacché ci troviamo gettati nel mondo insensatamente, senza uno scopo, senza un appiglio sicuro. Ma è proprio questa angoscia che può scuoterci e risvegliarci all’essere:
“Un’esperienza dell’essere come esperienza dell’altro rispetto a ogni ente ce la dona l’angoscia, posto che noi […] non ci sottraiamo alla voce silenziosa che ci prende nello sgomento dell’abisso” (Martin Heidegger; Che cos’è metafisica? Poscritto, p. 77).
Questo, sintetizzando molto, sostiene Heidegger. Secondo me, però, si sbaglia. O meglio, fa un poco di confusione. Il vero “abisso” non è l’Essere, ma l’Assoluto, ovvero l’“Uno” di Plotino. Va detto che, per sua stessa ammissione, Heidegger non conosce molto il platonismo:
“Devo confessarle una cosa: la struttura del pensiero platonico mi è completamente oscura“
(Martin Heidegger a Georg Picht, 1945, Antwort, p. 181 – citazione tratta da: https://mondodomani.org/dialegesthai/articoli/vincenzo-cicero-01#fnref:7)
Tale lacuna di Heidegger è stata messa bene in evidenza anche dal filosofo tedesco Werner Beierwaltes:
“Martin Heidegger. La sua tesi dell’«oblio dell’essere» messa in dubbio dal pensiero neoplatonico. In primo luogo bisogna accertare che nell’opera di Heidegger, sinora pubblicata, non vi sono tracce di un confronto con il pensiero neoplatonico. Dove, in qualche modo, viene citato Plotino, ciò avviene totalmente nel senso livellante della storia della filosofia consueta al suo tempo. Ma questa constatazione non vuole certo rinfacciare ad Heidegger una «omissione» forse casuale, e comunque sempre da provare, che – come quell’«ombrello» apostrofato da Heidegger – potrebbe essere ancora «registrata». Essa potrebbe, però, farsi garante della convinzione che la ricostruzione heideggeriana della storia dell’essere da Anassimandro in poi avrebbe dovuto essere scompigliata o non avrebbe potuto essere pienamente sostenuta, se Heidegger si fosse occupato del pensiero neoplatonico: Plotino, Proclo, Eriugena, Meister Eckhart, Cusano” (Werner Beierwaltes; Identità e differenza, VI, pp. 365 e 368).
La cosiddetta “differenza ontologica” heideggeriana, ossia appunto la distinzione tra Essere ed ente (o esistente), è sempre stata ben chiara al pensiero platonico e neoplatonico. Scrive infatti Beierwaltes:
“Si deve in particolare alla tradizione neoplatonica l’avere insistito sulla differenza tra essere ed esistere, tralasciata invece da correnti filosofiche ad essa estranee” (cfr. Werner Beierwaltes, Identità e Differenza, Milano, Vita e Pensiero, 1989, Parte prima).
Gli fa eco Giovanni Reale, il quale, come ci spiega Marco Vannini, mette in risalto come l’oblio dell’essere possa essere attribuito semmai all’aristotelismo, ma non di certo al platonismo:
“Giovanni Reale, nel saggio L’«henologia» nella Repubblica di Platone: suoi presupposti e sue conseguenze (in AA.VV., L’Uno e i molti, a cura di V. Melchiorre, Vita e Pensiero, Milano 1990, pp. 113-53) mostra come il pensiero dell’Uno (la henologia, appunto) in Platone sia ben diverso dal monismo o dal panteismo (anche Simone Weil, La Grecia e le intuizioni precristiane, cit., p. 69, nota come «non si può essere più lontani di Platone dal panteismo, dal mettere Dio nel mondo»). La concezione neoplatonica dell’Uno, legittimo frutto del platonismo, si pone non solo al di sopra delle affermazioni, ma anche delle negazioni, e presenta perciò una dottrina della trascendenza assai più radicale di quella espressa dalla «sostanza separata» di Aristotele. Lo studioso milanese rileva come sia stato proprio Aristotele ad assorbire per intero la problematica dell’Uno in quella dell’essere, negando la trascendenza dell’Uno rispetto all’essere e costruendo così la metafisica come «scienza dell’essere in quanto essere». La consacrazione dell’aristotelismo nel Medioevo, soprattutto attraverso Tommaso d’Aquino, ha fatto sì che l’Occidente pensasse il paradigma aristotelico come paradigma metafisico per eccellenza, suscitando la condanna heideggeriana della metafisica quale «oblio dell’essere», ma tutto ciò non tocca affatto «il neoplatonismo, e ben prima Platone stesso, che miravano proprio a ciò che Heidegger riteneva dimenticato dalla filosofia occidentale, e lo raggiungevano in modo ben preciso»” (ibid., pp. 114-18). (Marco Vannini; Storia della mistica occidentale. Dall’Iliade a Simone Weil, pp. 358-359).

Il platonismo (tanto criticato quanto incompreso), lungi dall’essersi disinteressato al problema dell’Essere, si è spinto in verità ben oltre, assurgendo di fatto a vero erede degli antichi Misteri, fondando la sua indagine non solo sul logos (ossia sulla logica razionale), ma anche sul thauma (la meraviglia, lo stupore, il sublime). Heidegger non ha scoperto proprio nulla; semmai ha riproposto in modo secondo me un po’ confusionario ciò che la mistica, rifacendosi (in Occidente) proprio a Platone, ha sempre sostenuto, pur con termini diversi. Essa, infatti, persegue l’unione con l’Assoluto proprio tramite la rimozione sistematica ed incessante di ogni rappresentazione e di ogni contenuto oggettivo determinato (e quindi di ogni ente), compresi i dogmi, le dottrine, le religioni e, in primis, i concetti di “Io” e “Dio”. L’Essere heideggeriano non è l’Assoluto di cui parla la mistica, ma infinitamente di meno. L’Essere, pur non essendo ente, è comunque qualcosa di determinato: è la proprietà positiva che accomuna tutti gli enti (essenti = cose che sono, che esistono). Ma l’Assoluto (ovverosia l’unica Realtà, irrelata, ineffabile ed inintelligibile, il vero abisso privo di causa e fondamento), come ci dice proprio Platone (Repubblica, vi, 509b) è «al di là dell’essere per dignità e potenza». “È” l’ab-solutum, cioè lo “sciolto da tutto”, l’“assolutamente libero”, l’incondizionato. Nella seguente frase, Heidegger riporta come l’Essere sia finito; è quindi da escludere che lo identificasse in qualche modo con l’Assoluto:
“[…] l’essere stesso è per essenza finito” (Martin Heidegger; Che cos’è metafisica?, p. 63).
Ma che cos’è, per Heidegger, l’Essere? Egli non è mai molto chiaro (e infatti, Essere e tempo è incompiuto per mancanza di un linguaggio adeguato). Sembrerebbe considerarlo indefinibile, però qua e là scrive cose strane, tipo: «Il linguaggio è la casa dell’Essere, e nella dimora di esso abita l’uomo», oppure: «Il suo traguardo provvisorio [di Essere e tempo] è l’interpretazione del tempo come orizzonte possibile di ogni comprensione dell’essere in generale», o ancora: «“Il puro essere e il puro Niente è dunque lo stesso”. Questa tesi di Hegel […] è legittima. Essere e Niente fanno tutt’uno», ecc. Ma insomma, l’Essere è allora il tempo? È il niente? È il linguaggio? Difficile estrapolarne qualcosa di chiaro e comprensibile. Eppure, all’inizio del libro Heidegger scrive:
“Quello di «essere» è il concetto «più generale di tutti»” (Martin Heidegger; Essere e tempo, p. 18).
Non so se il senso sia voluto, oppure se si tratti di una svista. Ma se l’Essere è un concetto, allora non è indefinibile, bensì qualcosa che la mente può cogliere (ossia che è concepibile, appunto), e rientra quindi nelle nostre categorie gnoseologiche, cognitive, conoscitive. Mi pare si possa tranquillamente affermare, con Giorgio Colli, che l’Essere coincide con la relazione (o meglio, con l’unità indivisibile di tutte le relazioni), che è la più generale delle condizioni di esistenza:
“Relazione è così l’essenza astratta di ogni cosa” (Giorgio Colli; Filosofia dell’espressione, 2, 2, p. 94).

Ed ecco spiegata la “differenza ontologica”: gli enti esistono perché sono molteplici e in reciproca relazione; l’Essere, invece, ossia ciò che li fa esistere, è la relazione stessa, considerata come proprietà unitaria. L’Assoluto, invece, “essendo” irrelato, non è condizionato, e non è nemmeno una condizione (entrambe le opzioni, infatti, richiedono una relazione, un’interazione), ma bensì la Realtà tout court. Ebbene, è l’Assoluto, l’“Uno” plotiniano, la vera vittima dell’oblio, e Heidegger non ha fatto nulla contro questa occultazione.
Andrea Cecchetto
