Heidegger, l’Essere e il Mistero di Roma – Giandomenico Casalino
Sembra che tra i due temi, o complessi dello Spirito, di cui al titolo del presente scritto, non vi sia e non vi possa essere alcuna relazione o contiguità. Così non è! E qui addurremo considerazioni probatorie, per tabulas, tali da consentirci di offrire la possibilità a coloro che eroticamente si avvicinino alla Cosa, di pensare, in guisa visionaria, la straordinaria e complessa presenza del medesimo Logos nelle due Realtà, del medesimo Mistero dell’Essere e della sua invisibile visibilità che è visibile invisibilità. Heidegger[1] intorno al 1930, fu condotto dal Pensiero ad abbandonare la dimensione esistenzialistica del suo percorso spirituale, il cui culmine aveva raggiunto con Essere e Tempo e, lasciandosi alle spalle (e fu la cosiddetta Svolta [Kehre]…) la riflessione tematica sull’esserci, cioè il dasein e quindi sul soggetto, ancora, forse, sin troppo husserliana, si volse sempre più decisamente, nonché radicalmente, verso “qualcosa” che non fosse più l’ente, in tutte le sue varie determinazioni, ivi compresa quella umana dell’esserci. In buona sostanza, potremmo osare dire che la Svolta di Heidegger ricorda o fa pensare alla analoga Svolta, peraltro contemporanea, vissuta da Evola, atteso che anche quest’ultimo volgeva lo spirito e la mente verso la universalità oggettivante della Tradizione, andando oltre le precedenti pur pregevoli riflessioni filosofiche, gravate ancora dal trascendentalismo kantiano, onde giungere a vedere e contemplare lo scenario sovrumano del Trascendente che è Immanente e dell’Immanente che è Trascendente; anche Evola, quindi, come Heidegger, iniziava a vedere il Mondo in guisa molto simile al vedere ellenico e cioè non ontico ma ontologico, per usare il lessico heideggeriano.

Ciò detto, entriamo immediatamente in medias res!
Heidegger, come è noto, ha visto e vissuto, in tutto il suo percorso spirituale, di natura intrinsecamente mistico-sapienziale, l’epocale Oblio dell’Essere, come egli stesso lo ha definito, che è, a suo corretto avviso, generato, causato dalla entificazione prima del Divino, operata dal cristianesimo e in seguito, e per lo effetto, dalla entificazione cartesiana della res cogitans e della res extensa, entificazioni ambedue che sono le facce della stessa medaglia ed è il dominio planetario della Tecnica che, per il Sapiente tedesco, non è un “problema” tecnico ma una quaestio drammaticamente ed essenzialmente filosofica! In questa sede non ci è consentito, per ovvie ragioni di spazio, di esporre tale vastissima tematica, che dobbiamo ritenere però quanto meno nota per non dire conosciuta, onde esplicitare, in guisa quanto più sintetica possibile, le ragioni del presente scritto.
Se nel Corso di lezioni del 1929-30, intitolato I concetti fondamentali della metafisica e nell’altro Corso del 1932, intitolato L’inizio della filosofia occidentale, Heidegger affronta, da greco, la visione greca della phỳsis ed inizia a riscontrare nello spirito visivo dei Greci la rilevante differenza ontologica primordiale, tra “ciò che prevale“, cioè l’ente che cresce e si manifesta e l’Essere stesso che è “il prevalere in quanto tale“; nel Corso di lezioni del semestre estivo del 1935, intitolato Introduzione alla metafisica, afferma in guisa ancora più esplicita, che la phỳsis, che è l’imporsi, lo sbocciare di ciò che sboccia, (la rosa…), il crescere medesimo, la Vita del Cosmo, è l’Essere stesso: “La phỳsis è lo stesso Essere, in forza del quale soltanto l’essente diventa osservabile e tale rimane…”!
Dal nostro punto di vista Introduzione alla Metafisica è il capolavoro sistematico degli anni ’30; in quest’opera Heidegger, nel percorrere la sua Via, comunicando ai nostri animi la luminosità (Lichtung) manifesta della phỳsis (parola le cui radici sono: phu e pha da cui i verbi phỳein e phàinesthai cioè rispettivamente crescere e risplendere, apparire) giunge ad affermare che “… la Verità del Divino appartiene al dispiegarsi essenziale dell’Essere…” talché egli esplicitamente affianca phỳsis che è l’Essere, cioè il Divino (recuperando così il significato arcaico della parola) alla Verità che è Alètheia, e ciò vuol dire, ellenicamente, che il Divino, to Thèion, è il disvelarsi, il manifestarsi del Sé cosmico e che Lui è la misura del Tutto e non certo il Dasein che è l’individuo in senso ontico, come d’altronde insegna il Divino Platone.
Qui è la chiave di volta per entrare nel significato del logos che intendiamo comunicare: Alètheia è, in virtù dell’alfa privativo, la mancanza del nascondimento, dell’oscuramento, dell’oblio e dell’assenza, ed atteso che nella Teologia Orfica la fonte a cui non ci si deve accostare è Lèthe che è la perdita della Memoria, mentre la Salute è dalla Fonte di Mnemòsine, la parola Lèthe da cui il verbo lanthàno, che è il nascondere, l’occultare, diverrà, in Heidegger, sin dalla fine degli anni ’40 del secolo scorso, la tematica basale del cammino di Pensiero che avrà per “oggetto” solo ed esclusivamente la sophia che è il Sapere dell’Essere e sull’Essere in quanto è il non-latente e quindi il permanente nella sua essenza che è tutt’uno con la sua esistenza.
Heidegger, al contempo, ed in virtù della sua visione greca del Mondo e della Vita, denuncia decisamente e conseguentemente la progressiva entificazione del Mondo che è quindi la parcellizzazione meccanicistica della phỳsis, causata dall’imporsi dello psichismo dualistico cristiano che ha condotto, per lo effetto, alla catastrofe spirituale in cui consiste, l’Oblio dell’Essere, che è il nascondimento, l’occultamento del Sacro, quindi l’Oblio della Alètheia che equivale al dominio del suo contrario: la Lèthe cioè il non-Essere, quindi la Tecnica poiché la mancanza della Memoria è l’assenza dell’Anàmnesi che è invece il Ricordo della Conoscenza vivente delle Idee, delle Forme, cioè dell’Essere, esperita dall’anima nella vita “di prima“, secondo il Divino Platone (Fedro, 249, c VI)![2].

Heidegger, al di là di alcune sue convinzioni assolutamente non condivisibili, quali, ad esempio, quella dedotta nel suo scritto “La dottrina platonica della verità“[3], quanto il considerare fondamentale la domanda: “Perché c’è l’ente piuttosto che il niente?“[4], ha evidenziato grandiosamente ed in guisa straordinariamente drammatica la voragine necrotica del Pensiero e quindi dello Spirito in cui è precipitato ciò che resta dell’uomo nella presente Età Oscura tanto da affermare che solo “Un Dio ci può salvare…!”, nella sua intervista rilasciata nel 1976, poco prima di morire, alla rivista tedesca Der Spiegel! E qui ci sarebbe da dire e da riflettere, e molto, sull’aver detto “un Dio” e non “Dio”, manifestando così un esplicito pensare il Divino in guisa inequivocabilmente pagana!
In buona sostanza, l’Oblio dell’Essere è, secondo l’intero cammino di pensiero di Heidegger, il segno, il marchio della presente età ed è al contempo la latenza, cioè la latitanza dell’Essere medesimo, il suo nascondersi, dietro l’Ente, non essendo più l’Apparente ed il Presente e cioè l’Assoluto; ma ciò è l’evidenziarsi, come argomenterà lo stesso Hiedegger nel suo Corso di lezioni tenuto nel 1943 su Eraclito, della epocale impotenza dello Spirito ad entrare nel significato esoterico, e cioè profondo, del famoso frammento 123 del sapiente di Efeso: “Phýsis krýptesthai phìlei” che è da volgere in italiano in “l’Essere ama nascondersi”!
Ecco la quaestio centrale di cui all’oggetto del discorso che qui conduciamo! Heidegger ha visto, visionariamente, la latenza dell’Essere, e la parola latenza ha, semanticamente ed anche come radicale indoeuropeo, la stessa base linguistica del verbo lanthàno e della Lethé greci ed avendo acquisito tutto ciò, ci è consentito, a questo punto, fare quell’apparente “salto” verso la Tradizione di Roma e il suo Mistero![5] Questo non è un salto poiché “natura non facit saltus”! E qui invece trattasi proprio di due percorsi paralleli dello Spirito indoeuropeo: l’uno è quello elleno-germanico secondo la sua genialità filosofico-religiosa e l’altro è quello romano secondo la sua genialità giuridico-religiosa, e “genialità”, teniamo ad evidenziare, proviene dal Genio della stirpe.
E qual è il percorso parallelo della genialità romana? Qual è il Dire che la Tradizione primordiale di Roma pronuncia enfaticamente (en-Fas = nella Parola Divina…!) che è miracolosamente il Medesimo del Logos sapienziale di Heidegger?
Esso risiede ed è radiosamente presente nella potenza immaginale della Visione mitico-ermetica di Saturno nascosto nel Lazio da cui il tema della derivazione della parola: “Latium a latere” di cui trattano sia Virgilio (Eneide, VII, 322) che Ovidio (Fasti, I, 232). Affermare che il Nome della Terra (Saturnia Tellus) e del Genius Loci da cui e su cui si manifesta e si impone eternamente (“Hic manebimus optime!”) Roma, deriva dal verbo látere che, ictu oculi, è, anche letteralmente oltre che semanticamente, uguale al lanthàno greco; che il Lazio proprio perché ha tale nome, che deriva da quel verbo, nasconde Saturno che sia nella narrazione strettamente mitico-poetica in senso religioso, cantata da Virgilio e Orazio che nella dimensione esotericamente ermetica, è l’Oro nascosto, celato, occultato, sporcato dal e nel Piombo della Lèthe cioè dell’Oblio dell’Essere; che, l’Età dell’Oro, cioè il Satya Yuga sanscrito della Tradizione Vedica, è l’Età dell’Essere che lo stesso Virgilio, proprio nel suo Poema, enuncia ed annuncia, poiché vede, che l’Età dell’Oro, che è Saturno Aureo, coincide anzi è l’Età Augustea della Pax romana e quindi aeterna, come è evidente nella simbologia floreale, assolutamente ed esclusivamente apollinea, di cui all’Ara Pacis; può essere considerato, giudicato da “qualcuno”, come “casuale”? A “costui” non può che essere oggettivamente inibito poter pensare che non vi sia alcuna relazione analogica e, quindi, connessione oggettiva (proprio nei termini semanticamente giuridici) tra l’Oblio dell’Essere come oscuramento del Divino, come latitanza del Pensiero, come Lèthe in quanto negazione di Alètheia, di cui al Logos di Heidegger ed il Sapere primordiale tanto mitico quanto ermetico, presente nella Spirale di Stefanio, arcaico simbolo della Tradizione alchemica alessandrina ed esposto nella sua universale valenza dallo stesso Evola[6]; il Sapere che vede la stessa vicenda storica di Roma nonché la metastoria della stessa, come attuarsi ermetico dell’Aureo Saturno nella romana vicenda che è al contempo mitica; il Sapere che proclama esplicitamente che il Mistero di Roma, il Fato imperiale che Giove stesso le ha attribuito, senza limiti di spazio e di tempo, è lo svelamento, il rendere manifesto, il cancellare la latenza e quindi la latitanza in quanto assenza dell’Essere Primordiale che è Saturno; il Sapere che la perfezione, il compimento di quel Fato, come Parola Divina, che è quindi il Ritorno, l’Anàmnesi come Conoscenza-Ricordo, in senso platonico, dello status Aureo di Saturno, che è l’Essere, coincide con la stessa Aeternitas Romae e che, quindi, il Popolo Romano, quale Popolo degli Dei, è la unica forma, nella storia dell’intera umanità, di iniziazione comunitaria poiché edifica, nella continuità dei secoli, nell’animo delle diverse genti e quindi nell‘Invisibile, mediante il Rito giuridico-religioso per oltre mille anni, proprio quel santo connubio tra il Senato, il Popolo ed il Sacro che è la Res Publica universale, nella sua Pax Deorum!

Heidegger, nel solco del Destino del suo Pensiero che ha curato e custodito e gli Arcana Imperii di Roma invocano, nel medesimo Istante, che è l’eternità, la stessa Luce dell’Essere, della Verità e del Sacro! E ciò è visibile solo agli occhi dello Spirito di coloro che siano eroticamente e quindi follemente (la manìa platonica) amanti di tale Logos affinché nell’interiore[7] ne affermino la valenza vivente e quindi potentemente iniziatica, proprio ora e qui, nell’Oscuro ed Umido verminaio in cui l’Europa, in questa terminale età, necroticamente giace.
NOTE:
[1] Su Martin Heidegger la bibliografia è sterminata. Noi qui, pertanto, ci limitiamo ad indicare, quali strumenti atti ad avviare alla conoscenza del Logos heideggeriano che, comunque, esige uno studio dell’intera sua opera intenso, profondo e costante per anni, come abbiamo avuto in sorte di sperimentare noi stessi; due volumi: L. GIANFELICI Filosofia e mistica in Martin Heidegger, Napoli 2006, pp. 229 e ss.; R. CAPOBIANCO, La Via dell’Essere di Heidegger, Napoli 2023.
[2] R. DE MONTICELLI, L’ascesi filosofica. Studi sul temperamento platonico, MILANO 1995, pp. 212 ss.
[3] M. HEIDEGGER, Segnavia, Milano, 1987 pp. 159-192; vedi al riguardo la corretta critica svolta in P. FRIEDLANDER, Platone, Firenze 1979 pp. 298 ss.
[4] M. HEIDEGGER, Introduzione alla Metafisica, Milano 1986 pp. 13 ss.; IDEM, Che cos’è Metafisica?, Firenze 1979. Sul punto vedi quanto deduciamo in G. CASALINO, L’origine. Contributi per la Filosofia della Spiritualità Indoeuropea, Genova 2009 pp. 43 ss.
[5] G. CASALINO, Il nome segreto di Roma. Metafisica della Romanità, Roma 2003; IDEM, Il Mistero di Roma e la Tradizione Ermetica in A.A.V.V., Caput Mundi. Roma tra storia e Mito, Hong Kong 2022.
[6] J. EVOLA, La tradizione ermetica, Roma 1996, pp. 172 ss.
[7] M. SCALIGERO, L’uomo interiore, Roma 1976.
Giandomenico Casalino
