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Hillman e la prospettiva infera: un breve sguardo – Edoardo Serini
Hillman e la prospettiva infera: un breve sguardoLa psicologia archetipica attua una visione in profondità attraverso l’anima, che poi si dispiega nel mondo con un nuovo linguaggio sensitivo che parte dal cuore. Ma il processo di direzione verso il basso e il profondo induce a vedere le cose con una prospettiva capovolta. Non più il diurno come fondamento della psiche, bensì il notturno, il mondo infero: la vera dimora della psiche, dove risiedono l’inconscio e l’immaginazione. James Hillman, con la sua psicologia vuole abbattere i confini della normale terapia paziente-dottore e ritrovare contesti psicologici che parlano anche esternamente (visto che è il soggetto nella psiche e non il contrario). Ma questo non è sufficiente. Oltre al ripristino dell’anima e del cuore, bisogna effettuare, con i contenuti inconsci della psiche, l’incontro con l’aldilà, il regno dei morti. Hillman vuole abbandonare ogni tentativo interpretativo di riportare alla luce, di snaturare il sogno e le visioni, preferendo un’immersione totale nell’Ade, nel regno dell’oscurità dove le immagini prendono forma[1]. C’è bisogno di rimanere in casa, di non trasportare via l’immaginazione, le fantasie dal proprio regno. Bisogna avere il coraggio di intraprendere noi stessi il viaggio. Il mondo infero di cui Hillman si serve è il mondo dell’Ade greco. Un regno che solo apparentemente può sembrare freddo e silenzioso: in realtà pullula di vita propria, che parla e che agisce costantemente. Hillman, nel suo libro Il sogno e il mondo infero[2] , propone un allontanamento dalle interpretazioni simbolistiche effettuate prima da Freud e poi da Jung.

Per i freudiani, i sogni e i contenuti inconsci devono essere tradotti: la terapia psicoanalitica deve recuperare i contenuti per aumentare la potenza dell’Io rispetto all’Es. Viene applicato un riduzionismo del sogno; i suoi contenuti vengono messi al servizio della vita cosciente. Gli junghiani non interpretano riducendo il sogno, ma compensandolo. La parte inconscia ha bisogno di quella conscia, poiché il fine è quello di giungere al processo d’individuazione. I sogni, secondo loro, vogliono in realtà divenire consci. È la loro stessa natura che lo richiede, attraverso la relazionalità degli opposti. Hillman ritiene che entrambi gli approcci siano sbagliati, poiché tentano di riportare tutto alla superficie, al mondo diurno, con linguaggi appartenenti alla coscienza quotidiana. Nel mondo infero «il pensiero si muove per immagini, somiglianze, corrispondenze. Per andare in quella direzione dobbiamo recidere il legame con il mondo diurno, rinunciare a tutte le idee che in esso hanno origine: traduzione, recupero, compensazione. Dobbiamo attraversare il ponte e lasciarcelo alle spalle; bruciarlo, se occorre[3]». Il regno infero, con il linguaggio interpretativo, viene continuamente svalutato, non apprezzato. È con quest’ottica in mente che ci si illude che non possa dire nulla, che non abbia contenuti. Ma i morti in realtà possono parlare più dei vivi. Ade è il vero telos della psiche, colui che muove, attraverso il suo regno, i contenuti invisibili della vita.
La vera vitalità appartiene al regno dei morti, a coloro che continuano a vivere eternamente. Ade è il sogno, l’anima che combatte il potere dell’Ego, della materialità e della comprensibilità quotidiana. Non si deve scappare da Ade, poiché è lui la meta ultima della psiche, non c’è una cura da Ade, dai morti. L’idea di ritornare su, di salute, significa non aver esperito ciò che la psiche vuole comunicare. Di nuovo, l’Ego, con il suo linguaggio, esercita una volontà restrittiva nei confronti dell’anima. Nessuna resurrezione deve avvenire dal regno infero. Stando lì, la vita e la morte diventano una cosa sola e plurima. Il bisogno moralistico di risalita scompare dinanzi all’esperienzialità psichica infera[4]. L’adesione ai contenuti archetipici inferi, i sogni, avviene facendoli parlare. «Dobbiamo invertire il nostro consueto procedimento, che traduce il sogno nella lingua dell’Io, e tradurre invece l’Io nella lingua del sogno[5]», sostiene Hillman. A discapito dell’Io conscio, va risvegliato l’Io onirico, immaginale. È un altro tipo di soggettività che prende il posto, un Io che trova il proprio ambiente nel regno oscuro dei sogni. L’Io immaginale è un’immagine che naviga con le altre: non cerca di portarle a sé ma si lascia trasportare e guarda i movimenti che nel mondo infero si producono. Questo soggetto immaginale, onirico, si svuota di tutte le caratteristiche della sua controparte, l’Io conscio e il suo carattere egoico, per addentrarsi completamente e accompagnare silenziosamente le immagini oniriche che lo guidano.

Il terapeuta dovrebbe assomigliare a Caronte, il trasportatore delle anime negli inferi, accompagnando semplicemente il paziente alle sue visioni. La terapia hillmaniana esige questo movimento[6]. «Il sogno non è «mio», è della psiche, e l’Io onirico si limita a recitare uno dei ruoli del dramma, ed è soggetto a quello che vogliono gli «altri», soggetto alle necessità messe in scena dal sogno[7]». Ritorna l’adesione alle immagini come linguaggio per affrontare il mondo contrario degli inferi. Una psicologia della morte che dialoghi con essa è il requisito fondante per trovare il linguaggio della psiche, per farla parlare non secondo la nostra volontà ma la sua[8]. Questa visione della psicologia trova connessione con l’esperienza di Jung, che ebbe con l’inconscio e che riportò nel suo Libro Rosso. Nelle conversazioni tra James Hillman e Sonu Shamdasani[9]contenute nel libro Il lamento dei morti. La psicologia dopo il Libro rosso di Jung[10], i due riflettono proprio sul valore dei morti per la psiche. Nel dibattere riguardo al libro di Jung, al ruolo della psicologia e al mistero ancora presente della psiche, Hillman dice:
“Il Libro rosso è importante anche per quanti ne ignorano l’importanza. È un’icona. Per come la vedo io, riorganizza o decostruisce o cambia – in qualsiasi modo la si metta -l’idea del personale profondo. La soggettività profonda. A conti fatti, in questo libro il personale profondo non è la vita personale, l’infanzia, il trauma, la famiglia: nelle profondità Jung non incontra niente di tutto ciò. Incontra la storia umana. Incontra le figure, l’immaginazione, ed è questo il personale profondo, che libera […] dall’introspezione costante, dal cercare di capire cosa non va in me, perché mi sono evoluto in questo modo […]. È la malattia introspettiva degli ultimi cento anni: cogito ergo sum, “penso, dunque sono”, il pensiero introspettivo mi porta a ciò che sono. No. Si scopre invece che nelle mie profondità c’è la storia della natura umana, e figure, creature, scene, paesaggi, voci, insegnamenti, un mondo straordinario; questo è il profondo della personalità, e fa si che io non sia più psicologico”[11].
Note:
[1] Czapkowski, Pankalla, «From Metapsychologie to Realpsychologie,»
[2] James Hillman, Il sogno e il mondo infero, trad. Adriana Bottini (Milano: Adelphi, 2003), pp. 18-36, 89-116.
[3] Ibi, p. 25.
[4] Lucy Bregman, «Three Psyco-Mythologies of Death: Becker, Hillman, and Lifton», Journal of the American Academy of Religion, LII/3 (1984): 461-480, ˂https://www.jstor.org/stable/1464203˃ (25/11/2024).
[5] Hillman, Il sogno, cit., p. 120.
[6] Czapkowski, Pankalla, «From Metapsychologie to Realpsychologie»
[7] Hillman, Il sogno, cit., p.130.
[8] Bregman, «Three Psyco-Mythologies of Death» cit., pp.470-476.
[9] Sonu Shamdasani (1962) è uno scrittore e storico inglese, v. James Hillman, Sonu Shamdasani, Il lamento dei morti. La psicologia dopo il Libro rosso di Jung, trad. Francesca Pe’ (Torino: Bollati Boringhieri, 2022).
[10] James Hillman, Sonu Shamdasani, Il lamento dei morti. La psicologia dopo il Libro rosso di Jung, trad. Francesca Pe’ (Torino: Bollati Boringhieri, 2022).
[11] Ibi, p.93.
Edoardo Serini
