La riscoperta della dimensione spirituale come esigenza del nostro tempo
I “Discorsi contro i cristiani” di Porfirio e la battaglia per la Tradizione primordiale – Filippo Mercuri
Questo saggio nasce, come il precedente dedicato al Discorso di verità di Celso, dalla realizzazione di un video per il mio canale YouTube all’interno della rubrica “Inviti alla lettura”, che costituisce al tempo stesso il quarto contributo per la serie Paganitas. Il filo rosso che lega tra loro l’opera di Celso e i Discorsi contro i cristiani di Porfirio è la guerra intellettuale combattuta all’insegna di ciò che Guénon ed Evola chiamavano la “Tradizione primordiale”: il principio trascendente che regge quella visione del mondo sacrale, gerarchica e differenziata che i grandi spiriti dell’Antichità classica hanno custodito sotto le spoglie della filosofia, dei misteri e del rito.
Quando Celso compose il suo Discorso di verità tra il 178 e il 180 d.C., il cristianesimo era ancora una setta minoritaria, spregiata dalle élite intellettuali e perseguitata dalle autorità imperiali. Quasi un secolo più tardi, attorno al 270, quando Porfirio di Tiro dava alle mani i suoi Discorsi contro i cristiani, il quadro era profondamente mutato: il principato di Gallieno aveva restituito ai cristiani la libertà di culto e i beni confiscati; la nuova fede godeva ormai di una protezione che preludeva alla sua futura consacrazione istituzionale. L’offensiva di Porfirio non si rivolgeva dunque ad un avversario debole, ma a una forza in costante ascesa, tesa ad assorbire, snaturare e demolire l’intero edificio della civiltà greco-romana.

Il filologo Pierre de Labriolle definì Porfirio “il più temibile avversario che il cristianesimo abbia incontrato durante i primi secoli, dopo Celso e più ancora di Celso” (La réaction païenne, Paris 1948, pp. 225-226); proprio per questo motivo la risposta degli imperatori cristiani fu di una durezza che non ebbe precedenti nel mondo antico: nel 323 Costantino proscriveva i Discorsi, e il 17 febbraio 448 Teodosio II e Valentiniano III ordinavano la distruzione di tutto quanto il filosofo avesse scritto “contro la fede religiosa dei cristiani” (Codex Justin. I, 1, 3). Un testo condannato al rogo da due successivi editti imperiali è, già per questo solo fatto, un testo che merita di essere letto con la massima attenzione. Mentre Porfirio era ancora in vita, Metodio di Olimpo si affrettò a redigere uno scritto di replica; seguirono i 25 libri di Eusebio di Cesarea e i 30 libri di Apollinare di Laodicea. Gerolamo, che progettò a sua volta un attacco contro Porfirio, lo contestò ripetutamente nella sua esegesi biblica. Macario di Magnesia gli dedicò un’intera opera, l’Unigenito, ovvero Risposta ai Greci (Monoghenès o Apokritikòs pròs Héllenas): un testo che simula una controversia pubblica tra Macario stesso e un interlocutore pagano, le cui obiezioni ai passi del Nuovo Testamento presentano, come notò J. A. Wagenmann, notevoli analogie con i frammenti porfiriani – opera letta e utilizzata dal gesuita François de la Tour al tempo delle polemiche seicentesche tra cattolici e protestanti, poi scomparsa e ritrovata nuovamente da Charles Blondel nel 1867. Ora, nessuna di queste confutazioni è pervenuta a noi integralmente, e i Discorsi sopravvissero, per frammenti, proprio nei testi dei confutatori. Fu Adolf von Harnack a compiere, nel 1916, il lavoro filologico decisivo: lo studioso tedesco ricavò da quelle fonti greche e latine 97 frammenti riconducibili all’opera e li pubblicò raggruppandoli in cinque sezioni: critica degli evangelisti e degli apostoli; critica del Vecchio Testamento; critica degli atti e delle parole di Gesù; la dogmatica; la Chiesa contemporanea. Su questa ricostruzione si basa la traduzione italiana di Claudio Mutti – la prima eseguita in una lingua moderna –, pubblicata dalle Edizioni di Ar nel 1977 come secondo volume della collana Paganitas: lo stesso editore, la stessa collana che aveva già restituito al lettore italiano il Discorso di verità di Celso. È la medesima ironia della storia che ha conservato Celso attraverso Origene: il nemico sopravvive nel corpo dell’avversario che credeva di averlo sconfitto.
Ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere personalmente il professor Mutti durante gli anni dell’università mentre mi dedicavo agli studi sull’imperatore Giuliano il Grande. Il suo prezioso lavoro su Porfirio, nonché quello ancora al giorno d’oggi svolto con acribia e vigore su numerosi altri autori classici, mi è apparso già da allora come un atto culturale di precisa consapevolezza, teso a smuovere gli animi di tutti coloro i quali, per segreta affinità elettiva, si sentono più figli del tempo in cui fiorirono i Misteri che di questo nostro tempo di eclisse del Sacro.
Quella intuizione può essere considerata la scintilla che ha portato in me la capacità di alimentare, e dunque di coltivare, quel fuoco interiore che ho scoperto animare il mio Sé più profondo. È così che sono poi divenuto un collaboratore della rivista «Eurasia» – ad oggi con una continuità biennale – perché è solo attraverso la conoscenza del lascito più profondo del nostro passato che è possibile disporre delle corrette chiavi di lettura per analizzare il presente e dunque sviluppare anche una sorta di capacità di preveggenza quando ci si appresta a riflettere sul futuro, destinato ad appartenere agli animi degni e valorosi. In questo solco intellettuale si colloca il mio saggio dedicato a Porfirio.

Il nome con cui Porfirio fu conosciuto nel mondo greco-romano – Porphýrios, “rivestito di porpora” – non era che la versione ellenizzata del suo nome semitico originario, Malco, che significa “Re”. Nato a Tiro di Fenicia nel 232 o 233 d.C., Porfirio si formò alla scuola ateniese di Cassio Longino e si trasferì a Roma trentenne, dove godette del favore degli ambienti aristocratici e conobbe Plotino, divenendone l’allievo prediletto. Il rapporto con il maestro fu di quelli che segnano una vita: Porfirio sistematizzò i 54 libri delle Enneadi, scrisse la biografia di Plotino, e fu Plotino stesso a salvarlo dalla morte quando comprese che il discepolo meditava di togliersi la vita, perché affetto da “qualche morbosa malinconia”, e lo persuase “a mutar paese” (Vita Plotini, XI, 63-64; tr. di V. Cilento). Porfirio giunse in Sicilia e dimorò a Lilibeo, presso l’odierna Marsala, lontano da Roma e dal suo maestro, che non avrebbe mai più rivisto. Plotino morì a Minturno nel 270 e fu intorno a quell’anno che Porfirio compose i Discorsi contro i cristiani. Sposò poi Marcella, anziana vedova madre di sette figli, attirato dalla sua spiccata intelligenza e cultura, dalla quale dovette allontanarsi dopo soli dieci mesi per compiere un viaggio in Grecia. Fu così che Porfirio redasse l’Epistola a Marcella, uno dei documenti più alti dello spirito neoplatonico, con la quale invitò la moglie a cercare conforto nella filosofia. Morì probabilmente nel 301.
Joseph Bidez riferisce nella sua Vie de Porphyre che il filosofo scrisse ben 77 opere, distribuite tra commentari ad Aristotele, Teofrasto, Platone e Plotino, biografie, trattati di metafisica, psicologia e morale, interpretazioni di culti e miti, opere di retorica, grammatica, matematica, astrologia e cronologia. Tra questi lavori ebbe fortuna straordinaria, fino al Rinascimento, l’Isagoge, introduzione alla logica aristotelica; di grande importanza sono anche la Vita di Pitagora, la quale confluì in una più grande Storia della filosofia, i cinque libri Sull’anima, la Filosofia degli oracoli, e il celebre Antro delle ninfe nell’Odissea, un vero e proprio gioiello dell’ermeneutica simbolica antica. In questa sede ci soffermiamo sui Discorsi contro i cristiani: “l’opera più ampia e più erudita che nell’antichità sia stata composta contro il cristianesimo”, come Harnack stesso la definì.
Porfirio non era un polemista di mestiere: era un iniziato. E questa distinzione è fondamentale per comprendere la qualità del suo attacco. Celso aveva combattuto il cristianesimo nel nome di una tradizione filosofica e religiosa universale, contrapponendo la sapienza degli antichi all’arroganza esclusivistica del monoteismo giudeo-cristiano. Porfirio fa lo stesso, ma con strumenti più affinati, una conoscenza più profonda dei testi nemici e una consapevolezza metafisica più rigorosa, forgiata negli anni trascorsi al fianco di Plotino.
Profondo conoscitore dell’Antico e del Nuovo Testamento, attento lettore degli Atti degli Apostoli e delle lettere di Paolo, esperto nella lingua ebraica più di Origene, Porfirio possedeva gli strumenti necessari per condurre una critica interna ai testi cristiani che nessun avversario precedente aveva saputo articolare con pari efficacia. Circa il Vecchio Testamento, egli conclude per la non autenticità degli scritti attribuiti a Mosè (fr. 68) e per la tarda composizione del Libro di Daniele, che ritiene redatto al tempo di Antioco Epifane (frr. 41 e 43): una conclusione che la critica biblica moderna ha in larga parte confermato. Quanto ai Vangeli, Porfirio rileva come più d’una volta essi attribuiscano a un profeta ciò che in realtà appartiene a un altro; osserva le contraddizioni tra le due genealogie di Gesù; nota inverosimiglianze di ordine geografico – il “mare” di Tiberiade è un lago sul quale, obietta, non si scatenano uragani, per cui Marco 6, 45-52 avrebbe drammatizzato la situazione per far credere a un miracolo: “da tali storielle puerili apprendiamo che il vangelo è una finzione scaltramente escogitata. Noi indagheremo più minutamente su ciascuna di queste storielle” (fr. 55). Esaminando atti e parole di Gesù, Porfirio (fr. 61) contrappone le parole alle parole e le parole agli atti: la promessa di essere sempre presente “Sarò con voi fino alla fine dell’eternità” (Matteo 28, 20) è in contraddizione con una frase proferita poco prima: “I poveri li avete sempre con voi, me invece non sempre mi avete” (Matteo 26, 11; Marco 14, 7; Giovanni 12,8). In un altro frammento, Porfirio scrive che “piena di oscurità e di rozzezza è pure quella frase, rivolta da Gesù ai discepoli, che dice: ‘Non temete coloro che uccidono il corpo’ (Matteo 10, 28). Tuttavia è proprio lui che, sopraffatto dall’ansia e da timore delle sventure, prega affinché il dolore non lo colpisca (Luca 22, 42) e dice agl’intimi: ‘Vegliate e pregate, affinché possiamo schivare la prova’ (Matteo 26, 41; Marco 14, 38; Luca 22, 46). Queste parole in effetti non sono degne di un figlio di dio; anzi, neppure di un uomo sapiente che disprezzi la morte” (fr. 62).
Ma la distinzione più acuta è quella tra la persona storica di Gesù e la falsa immagine di lui fornita dalla letteratura apostolica. I quattro evangelisti, per Porfirio, sono “gl’inventori, non i testimoni oculari, degli atti di Gesù” (fr. 15). Gli apostoli sono “gente zotica e miserabile che per mezzo della magia ha operato qualche miracolo” (fr. 4); Pietro, che avrebbe ricevuto le chiavi del Regno dei Cieli (Matteo 16, 18-19) ha meritato da Gesù stesso il nome di Satana: “Vai lontano da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non ragioni secondo Dio, ma secondo gli uomini (Matteo 16, 23) (fr. 23); Paolo è additato come la negazione personificata della logica e della coerenza e la sua controversia con Pietro dimostra che entrambi propugnavano “una dottrina falsa e menzognera” (fr. 21). Sul piano dogmatico, Porfirio rigetta l’incarnazione con sdegno filosofico (fr. 77), giudica il battesimo come mezzo di espiazione moralmente scandaloso (fr. 88), paragona la comunione a un atto di cannibalismo (fr. 69), smonta la credenza nella resurrezione (fr. 94) e riconosce come assurda la tesi della fine del mondo (frr. 89 e 90a): tutto questo, egli dice, poggia su una “fede irrazionale e non sottoposta ad esame” (fr. 1).
La critica di Porfirio discende fino alla vita concreta della Chiesa del suo tempo: conosce il ruolo delle donne nelle decisioni sulle ordinazioni sacerdotali (fr. 97); sa di convertite ridotte in miseria per aver praticato i precetti evangelici: ‘Vendi i tuoi averi e dài il ricavato ai poveri e avrai un tesoro nei cieli’ (Matteo 19, 21). “Perciò mi sembra che queste non siano le parole di Cristo – ammesso che egli abbia tramandato il ‘canone della verità’ –, bensì quelle di qualche povero che voglia sottrarre le sostanze dei ricchi per mezzo di un tale vaniloquio” (fr. 58); è al corrente dei meccanismi con cui certi predicatori si impadroniscono dei beni dei fedeli: “ti concedo – scrive Gerolamo –, o Porfirio, che essi abbiano operato i miracoli per mezzo della magia, al fine di ‘accaparrarsi’ le ricchezze di donnette facoltose che essi avevano irretite” (fr. 4), del resto, scrive Porfirio, “operare miracoli non è un fatto eccezionale, poiché operarono miracoli anche i maghi d’Egitto in contrapposizione a Mosè e ne operarono Apollonio e Apuleio” (ibidem). Il filosofo non rinuncia inoltre alla provocazione: se i credenti sono immuni dai veleni, come recita Marco 16, 17, allora l’ingestione di una bevanda venefica dovrebbe essere il mezzo migliore per selezionare i candidati all’episcopato (fr. 96).
Ciò che distingue Porfirio dagli altri critici del cristianesimo è la sua capacità di leggere i testi cristiani dall’interno, riconoscendo in essi le tracce di una sapienza che il cristianesimo aveva ricevuto in eredità e poi snaturato nel processo di costruzione di un apparato religioso exoterico. Porfirio, lucido interprete del simbolismo dei miti e dei riti, aveva certamente intravisto nell’immagine del chicco di senapa riferita da Gesù al Regno dei Cieli (Matteo 13, 31-32) lo stesso simbolo della presenza del Principio divino al centro dell’Essere che compare in un testo upanisadico tra i più antichi: “L’âtman che risiede nel cuore è più piccolo di un grano di riso, di un grano di orzo, di un grano di senape, di un grano di miglio… questo stesso Sé che è dentro il mio cuore è più grande della terra, più grande dello spazio, più grande del cielo, più grande di tutti i mondi” (Pio Filippani-Ronconi, Upanisad antiche e medie, Torino 1960, pp. 249-250). Allo stesso modo, in quanto conoscitore delle parole di Zarathustra – “Chi non mangerà il mio corpo e non berrà il mio sangue in modo da confondersi con me e io con lui, non avrà la salvezza” –, egli non poteva non riconoscere nel sacramento dell’eucaristia il significato iniziatico che Gesù aveva ripreso quasi alla lettera dall’antica sapienza iranica.
Questo è il punto: Porfirio non riteneva che il cristianesimo fosse completamente estraneo alla Tradizione. Il problema era, al contrario, che esso ne avesse ricevuto la sostanza iniziatica per poi tradirla, trasferendola sul piano religioso popolare ed essoterico, costruendovi sopra dogmi, gerarchie e pretese di esclusività rivelativa. La stessa intuizione che nel saggio su Celso ho potuto richiamare attraverso le parole di Mutti nella sua prefazione ai Discorsi: “se pure il cristianesimo era sorto come una ‘via’ iniziatica – come può indurre a credere il simbolismo di cui si è detto, oltre alla proclamata astensione da ogni intervento nel dominio sociale (Marco 12, 17) –, all’epoca di Porfirio esso s’avviava ormai a costituirsi in forma essenzialmente exoterica”. E tale trasformazione, sancita dal Concilio di Nicea nel 325, avvenne appena ventiquattro anni dopo la morte del filosofo.

Porfirio era impegnato in quella stessa battaglia per la restaurazione della sapienza ellenica che Plotino aveva intrapreso, nella prospettiva di salvare gli dèi, salvare i miti e impedire una rottura con Omero e tutta la Grecia antica. Non è casuale che i Discorsi contro i cristiani vengano composti nel momento in cui si creano le premesse della restaurazione politico-religiosa di Aureliano (270); del resto, i legami di Porfirio con certi ambienti dell’aristocrazia senatoria suggeriscono un contesto di precisa controffensiva ideale. Harnack aveva avanzato l’ipotesi che perfino Gallieno, nonostante la sua benevolenza verso i cristiani, non avesse disapprovato il progetto, considerando – come ha osservato Franz Altheim – la sua intenzione di combattere il cristianesimo con armi spirituali attraverso un’alleanza con i neoplatonici e i sacerdoti di Eleusi.
In questa prospettiva, l’attacco di Porfirio al cristianesimo costituisce l’aspetto dottrinale di una controffensiva più ampia: la risposta dell’élite classica – di coloro che ancora comprendevano il senso della propria tradizione e continuavano a ricevere l’iniziazione ai misteri. Un tale disegno non permetteva compromessi: si rendeva necessario, scrive Mutti, “evitare ogni intesa con il cristianesimo, anche se il significato recondito delle dottrine di questo sembrava coincidere, dato l’impiego di un medesimo simbolismo, col senso esoterico dei miti e dei riti ‘pagani’ ” (Prefazione a Porfirio, Discorsi contro i cristiani, Padova 1977, p. XX). La consapevolezza del simbolismo condiviso rendeva più urgente la radicalità dello scontro perché ciò che stava per essere perduto non era soltanto una forma religiosa ma la possibilità stessa di accedere, attraverso di essa, alla verità esoterica che conteneva. È la stessa posizione che Proclo avrebbe tenuto con ancora più lucidità filosofica nel secolo successivo, quando le scuole filosofiche furono minacciate di chiusura. Porfirio combatté prima di lui, con la certezza di fronteggiare “empi e atei che hanno abbandonato i patrii costumi” (fr. 1), per il ripristino della tradizione di Roma e dell’Ellade.
La traduzione italiana di Claudio Mutti, la prima in una lingua moderna, ha restituito la dignità di un libro ai frammenti di Porfirio e alle ben 29 testimonianze sulla sua figura. Ci troviamo di fronte, nuovamente, non a un reperto da museo, ma uno strumento ancora tagliente, ancora capace – come diceva Pierre Vial a proposito di Celso – di obbligare chi lo legge a fare i conti con domande che diciotto secoli di egemonia cristiana si sono affannati a silenziare. Leggere i Discorsi contro i cristiani di Porfirio è, oggi, un atto che richiede la stessa “libertà di spirito” che Vial rivendicava per Celso. Forse ancora di più: perché Porfirio non è soltanto un filosofo che polemizza, è un iniziato che testimonia. Nella sua critica minuziosa e spietata non c’è il freddo distacco del razionalista, ma la passione di chi sa di combattere per qualcosa che, se perduto, non sarà facilmente ritrovato. Quella passione attraversa i secoli intatta nei frammenti raccolti da Harnack, e arriva fino a noi grazie al lavoro editoriale delle Edizioni di Ar e alla cura del professor Mutti, il quale – come Freda con Celso – ha saputo portare tra le mani di chi sa leggere un’arma affilata da quasi diciotto secoli di oblio forzato.
Filippo Mercuri
