Il canto di Lachesi: rapsodia onirica sul tempo e dintorni – Oraldo Paleologo
In ogni caos c’è un cosmo,
in ogni disordine, un ordine segreto.
(C.G. Jung)
… È il silenzio, il canto dell’Eterno (O.)
Sol#-Do#-mi, Sol#-Do#-mi, Sol#-Do#-mi… Adagio commosso e andante, triadico susseguirsi di note nella sonata per pianoforte n.14 in Do diesis minore di Ludwig van Beethoven. Alias: sonata al chiaro di Luna. Risplende di luce riflessa la luna piena dell’equinozio di primavera, simbolo del femminino sacro che regola i cicli della vita. È il tempo del passaggio, della Pasqua, che sia rappresentato dal transito di un popolo attraverso un mare che si apre, o dalle innumerevoli Divinità che muoiono, risorgono e trapassano fin dalla fondazione del mondo: nulla cambia. È il tempo in cui la notte si fa giorno e il giorno si fa notte; memoria della nascita della luce dall’oscurità: ex tenebris, lux. Nel segno dell’I.N.R.I. dai molti nomi, rinasce la vita, è tutto un pullulare vorticoso di odori, suoni, emozioni, come nel terzo movimento della sonata. Le rose rosse sbocciano al centro tra i quattro angoli del mondo. Nella prospettiva dei nostri cieli, il sole sale nella sua orbita, fulgente nel suo splendore, gioioso nella sua irrefrenabile ascesa, fino all’apice, al solstizio.

Vibrano inesorabili due note identiche, due Do#, nella Rapsodia Ungherese n.2 di Listz: presagio di ineluttabile morte nell’apparente trionfo. Qual insopportabile paradosso: rimanere accecati dalla luce del sole al suo culmine, nel dì del solstizio d’estate, ed essere invasi da un tonfo cupo di melanconia in fondo al cuore, dacché in quell’istante il sole, all’apice della sua gloria, inizia a morire, nell’instante in cui si spalanca la Porta degli uomini. Arrivato all’apice, lassù nella volta celeste, come un leone morente, emette il suo ultimo, terrificante ruggito, prima di declinare lungo l’arco dell’esistenza. I giorni si accorciano, le notti si dilatano, fino all’equinozio di Autunno. Dopo il movimento estroverso dell’anima provocato dalla luce accecante dell’estate, il moto si inverte. È il tempo del nostos e della nostalgia, dell’introversione, del ritorno in se stessi, naufraghi al pari di Ulisse tra i marosi dell’esistenza.
Sulle meste note dell’Adagio in Sol minore di Albinoni, l’uomo cammina lungo il sentiero che conduce alla Biforcazione delle Vie, alla Y, arrestandosi al bivio. Contempla un frutto, di un rosso esasperato dall’energia solare: un melograno. La sua mente vola sino alle fiaccole di Eleusi e alla memoria archetipica dell’assaggio mortale di quei chicchi da parte della dea che si tramuta da Fanciulla in Devastazione e Rovina: Kore in Persefone. Attanagliato dall’amletico dilemma, l’iniziato, al bivio, sa quale via imboccare. Il sole, flebile e canuto, attraversa il cielo che si fa sempre più buio, fino ad emettere l’ultimo sospiro. Risuona lontano in una cattedrale gotica il Requiem di Mozart, per la morte del Re.
Ma l’Iniziato sa che ogni morte, è soltanto il principio. Orior-M-Orior: nasco e muoio; le stesse parole, separate da una M: suono cupo, profondo, vibratile, archetipo della creazione e della distruzione dei mondi, sia nella sapienza dei Veda che nel propagarsi incessante e isotropico della radiazione cosmica di fondo. È il solstizio di Inverno; si apre la Porta degli dèi. Nel freddo della notte più buia, il cielo stellato risplende di una sinfonia di stelle, e “Il naufragar è dolce, in questo mare”. Il sospiro di morte si muta nel vagito di un bambino. Cessa il Requiem. Trionfante e commovente risuona l’Ouverture del Lago dei Cigni di Tchaikovsky. Lungo la via dei Re, nella cintura di Orione lassù, i saggi sovrani d’Oriente salutano il nuovo Re del Mondo, il Sole nuovo all’alba buia del nuovo anno.
Al centro tra i quattro pilastri dell’anno, sospeso tra cielo e terra, l’Uomo medita sulla forma transeunte di ciò che lo circonda, sui cicli che reggono e governano il divenire del mondo, su quell’idea, misteriosa, inafferrabile e ineffabile chiamata “Tempo”. Riflettere su di esso è un’avventura misteriosofica che si spinge ai limiti della conoscenza, lì, al confine tra noto e ignoto, tra conoscibile e inconoscibile, ove ombre e fantasmi paiono stelle luminose, ove infine il maelstrom del Tempo risucchia e richiama nelle sue profondità, laggiù nell’Abisso, ove Nulla più E-siste, ma Tutto è Reale. È una Visione, meravigliosa e terrificante, che emerge dal pozzo cosmico del profondo Io dell’Uomo: la Visione dell’Uno, che si manifesta quando gli Occhi sono aperti, lì, ove il Tempo si ferma, e poi riparte e torna a scandire gli eventi, una volta che gli Occhi si siano richiusi. Una storia che non si può raccontare, se non attraverso il ricordo dei Lampi di Luce che si scatenano dal di dentro, che possono distruggere, sì come sguardi di Medusa, giacché, si badi: è il fulmine che uccide… Il tuono, è soltanto un rumore.
Ogni teoria fisica si fonda sul concetto di Tempo. In maniera esplicita o implicita, la sua ombra effettuale si estende tra i meandri delle equazioni matematiche atte a modellare la fenomenologia del reale, tacita e silente come un muto tiranno, fatale come Minosse, teso a determinare il fato dei dannati con i cerchi descritti dalla sua infausta coda. L’assurdo si manifesta nella constatazione che nessuna teoria fisica riesce a definire cosa sia il tempo, se non con tautologie ricorsive che si chiudono in se medesime senza null’altro proferire. Pensare “il Tempo” si tramuta così in affanno, e dopo in ossessione, che brucia, attanaglia l’anima tra l’impossibilità di comprendere il tempo, di possederlo e l’ineludibile sensazione che “Tutto scorra, sì come il fiume”, come recitava la sapienza poetica di Eraclito Efesino nelle parole di un suo commentatore. Ed ecco che l’Uomo si assimila al simbolo di Giano Bifronte, uno rivolto avanti, l’altro indietro, a voler affermare che il tempo non si afferra, così come non si afferra il vento del Nord, né la brezza Australe: si può solo mirare mentre scorre e si tramuta in passato, o sperare che avvenga, volgendosi al futuro. Forse con il termine “Tempo” si vuole abbracciare una miscellanea di concetti che, se non in superficie, non condividono alcunché: il tempo del Moto, reversibile, in cui il passato trapassa in futuro e viceversa; il tempo della Termodinamica, che sancisce l’irreversibilità dei fenomeni della Natura, insieme a quell’aumento di entropia che, spietata tiranna, regna incontrastata nell’universo fisico; il tempo dei Sogni, che si contrae e si dilata, procede in avanti e indietro, giacché il mondo onirico ha le sue leggi, o, forse, non ne ha alcuna. E ancora: il tempo Lineare degli eventi storici; il tempo Ciclico degli Eoni Cosmici: il Tempo Spiraliforme, che procede in avanti andando in tondo. Aggiungere attributi può forse definire in maniera compiuta il concetto di Tempo? Gli attributi non esautorano la Sostanza, delimitano soltanto l’ambito cui si riferisce la misteriosofica parola: il Tempo resta senza definizione, pertanto senza padrone. Tuttavia, a ben vedere v’è un sostrato comune che sottende a tutte le specie di Tempo dianzi declinate: il Divenire, e con esso la Trasformazione.
L’Uomo possiede un’innata tendenza allo sforzo di definizione. Ciò che è delimitato può essere studiato, compreso, modellato. L’indefinito rimane tale, non si può predicare alcunché di esso, se non per via apofatica, strenuamente e vanamente elencando le infinite cose che non è. Si prenda una di quelle figure denominate “triangoli di Kaniza”.

Accanto alle figure ben delineate, la mente umana scorge nell’assenza delle linee altre forme, visibili ma non esistenti. Esattamente come, sulla scacchiera, il bianco si definisce solo in rapporto al nero, e l’iniziato procede sul confine tra il bianco ed il nero, il bene e il male, l’essere ed il nulla, oltre l’illusione della dualità. L’Uomo pone il confine sull’orlo dell’abisso per non precipitarvi. Il concetto di Tempo forse è quel limite che impedisce all’Uomo di ricongiungersi con l’Indistinto da cui è venuto, nei tempi remoti… Ancora più in là. È quanto mai arduo disquisire dell’epistemologia del confine: è un limite che si può valutare soltanto da un lato. Dall’altro v’è il Nulla. La Meccanica Quantistica da un canto e la Psicologia Analitica dall’altro rappresentano, nella loro intima essenza, un tentativo di spingersi al confine, di valicarlo, di oltrepassare l’Orizzonte della Conoscenza. È su questa soglia che si travolti dal senso di precarietà, di inadeguatezza, dall’aver compreso quanto sia limitato e insufficiente il linguaggio umano. L’Uomo può forse solo pensare l’Infinito, non predicarlo. Quando si scandagliano i meandri abissali della conoscenza, non si può far altro che entrare in contatto con una realtà altra, in apparenza aliena, ma in realtà costituente la sostanza prima dell’uomo, l’intuizione del mysterium tremendum di R.Otto: la sorgente della religiosità e del mistero del Sacro. Investigare il confine tra Mente e Materia, tra Soggetto e Oggetto, non può in alcun modo svolgersi all’interno di un ambito circoscritto ad uno dei due termini, bensì v’è l’uopo di cercare e di individuare un meta-luogo, estraneo ad entrambi e tuttavia scrigno in cui ambedue riposano. Si tratta di studiare la “fenomenologia” e la “noumenologia” dell’interfaccia posta tra Psicologia e Fisica, Materia a Psiche, e di discernere le modalità in cui il fluire Temporale possa essere percepito e intuito. Ma fisica e psiche, materia e mente, sono forse solo due nomi, di per sé vuoti, ombre di quegli idoli che provengono dalla sostanza, complessa e complementare, di quell’Unus Mundus che costituisce la realtà nella sua interezza. “Stat rosa pristina nomine… Nomina nuda tenemus.”, così Bernardo di Cluny. [La rosa viene prima del suo nome, la sua sostanza; noi abbiamo solo dei nomi nudi e vuoti].
“Il Grande Dio Pan è morto”: questo il grido colmo di orrore e di sgomento che risuonò nell’aria per dare notizia ai naviganti di Eubea che il Dio del Tutto era spirato, svanito, e con Lui un’epoca, quella antica, esalava il suo ultimo sospiro. Era il 60 d.C. Ne dà notizia Plutarco. L’Antica Weltanschauung [visione del mondo] lasciava il testimone alla Nuova. I Greci non tenevano in grande considerazione il concetto di Spazio: elemento foriero di disordine, di indistinto, di Chaos, in quanto di per sé non definito, non circoscritto. Forse l’uomo Greco, mirando l’Orizzonte stendersi illimitatamente, avvertiva quel senso di frustrazione che solo l’impossibilità della conoscenza totale poteva provocare. Da qui la necessità di chiudere lo Spazio, affinché il Chaos potesse tramutarsi in Cosmos. Ecco perché Greci furono grandi geometri. La Finitezza, le forme armoniose che lo Spazio poteva assumere, la proporzione e la commensurabilità dei suoi confini, rispecchiavano la Bellezza dell’Atto Cosmogonico del Demiurgo. Tutt’altra posizione ricopriva invece il Tempo, il “Canto di Lachesi”: tesseva gli eventi del Mondo, stabilendone il limite recidendone il filo; ne dettava il Necessario Ritmo, facendo sì che le note si susseguissero armoniose ed equidistanti da un eterno Centro, descrivendo così dei Cerchi, in cui ogni atto del tragicomico teatro che era la Vita aveva il suo analogo nel Ciclo successivo, così come lo aveva avuto nel precedente, et sic in infinitum. Cambiavano soltanto le Maschere: “Maschera”, in latino, si traduce con “Persona”. Ma mentre nel mondo profano le persone indossano le maschere affinché il loro apparire venga scambiato con il loro essere, nel Tempio invece ogni iniziato è una maschera. Ecco, la Terza Via: tra il tempo della Natura e quello della Psiche, v’è il Tempo Sacro. Ogni iniziato nel Tempio abbandona la sua forma mortale, transeunte, e assurge a quella iniziatica, nel Theatrum Orbis in cui il tempo diviene simbolo. Nella fissità della maschera, l’Iniziato si svuota del mondo e si colma di Dio. Tra le colonne, lo spazio si trasforma in tempo, e il tempo in spazio. I quattro angoli del mondo definiscono il levar del Sole ad Est per aprire il giorno e la sua calata ad Ovest per chiuderlo. Il rituale d’apertura dei lavori in camera d’apprendista fissa i pilastri dello spazio e del tempo, ri-creando l’universo simbolico e sacro ove l’iniziato compie il proprio lavoro.

Tra le colonne del Tempio, il figlio della Pietra scava nei meandri di sé medesimo per rendere se stesso un capolavoro: dalla pietra grezza alla pietra cubica; da “pietra scartata dai costruttori” a “chiave di volta”. Tale è il simbolismo afferente al mondo latomistico, ma che, in mutate forme, si ritrova in diverse altre forme iniziatiche tradizionali, e che può essere sintetizzato forse in una parola, cardine della sapienza ermetica e alchemica: trasmutazione. E così, il lavoro teurgico di trasmutazione interiore non si consuma nel tempo ordinario, ma nel tempo sacro, separato, svincolato dal mondo, durante il quale il Tempio diviene l’Universo intero, nell’ombra di una sapienza che alberga in ogni forma della Tradizione. Alba e tramonto ne definiscono la latitudine, da Est a Ovest; il Sole al suo meridiano stabilisce il meridiano, da Meridione a Settentrione; e le meste note di dodici rintocchi provenienti da Nord chiudono il giorno sacro, sancendo il trapasso del tempo: da iniziatico a profano. La costruzione del Tempio esteriore è immagine del Tempio Interiore, ove il tempo non è altro che un simbolo, destinato anch’esso a svanire: “Fermati, o Sole, su Gabaon!”, così Giosuè nell’Antico Testamento. Lì, il sole si fermò, e con questi il tempo. Nel Tempio celeste, il tempo è sospeso… Non esiste più. E quando il Salomone celeste esclamerà:” Perfetto!” sotto la volta stellata brillerà il “Sole di Mezzanotte, il fenomeno di un crepuscolo che si volge in Aurora Levante”, così Henry Corbin. I lavori del tempio celeste interiore non possono però concludersi nell’arco della vita mortale. “Tutto è compiuto”, sussurra il Cristo sulla Croce prima di spirare.
Compiere, teleisthai: iniziarsi È morire. Nelle tenebre della morte, l’iniziato diviene egli stesso la Luce. Secondo la Relatività Generale, per la luce il tempo non esiste: viaggia senza sosta e immortale nei meandri dello spazio. E così, il cerchio si chiude, e tutto è giusto e perfetto. Ma un’esistenza non basta a compiere i lavori del tempio interiore. E così, attraverso la porta degli uomini, sotto il segno del Cancro al solstizio d’estate, l’eternità torna a farsi istante mortale, e questi aggiunge pietra su pietra alla sua opera, fino a quando si reimmergerà nell’eterno, seguendo la Via Lattea fino al portale degli Dèi, nel segno del Capricorno, al Solstizio d’inverno. La Ruota dell’esistenze sancirà, necessaria e funesta, il ciclo delle nascite e delle ri-nascite, fin quando la Memoria, la Gnosi, farà ricordare all’Iniziato che cosa Egli realmente è: scintilla di luce, imprigionata nel fango. Tutto questo i greci lo sapevano bene, e lo raccontavano nelle loro storie, che costituivano l’ordito sublime di quella grande tela che era il Mito. Nei loro Templi senza tetto ricevevano la sublime sapienza dalle gocce di memoria trasportate dalla luce stellare. Dopo tale visione immaginale, che senso poteva avere mai la storia umana, misera copia di se stessa che si riproduceva nel susseguirsi dei Cicli con mortale e Saturnina “Melancolia” (forse la medesima ritratta dal Dǖrer)?

Nessuno! Per i Greci, la Storia, quella Vera, era il Mito. E così è per gli Iniziati. In esso, riposava la Concezione del Mondo Antico, e ogni cosa trovava il suo solenne e sublime posto. Quando Tamerlano e Maometto II ideavano i loro progetti di invadere l’Occidente Cristiano, non consultarono le opere degli storici e dei Geografi contemporanei, bensì il Romanzo di Alessandro. Per loro ad Ovest, v’era l’Impero dei Rum. Il Mito era la Storia del Mondo Superiore, ove danzano le stelle, diverso da quello inferiore, quello in cui era stato gettato l’uomo. Ma ogni evento di quella Storia aveva il suo corrispettivo nel Mondo Inferiore, luogo delle vicissitudini mortali. Questa idea però, la ri-scoprì Jung. La “Danza delle Stelle”, come Platone definiva il Tempo, indicava la Rivoluzione degli Astri sulla volta celeste, sublime, armoniosa. L’Armonia Celeste, si specchiava nell’Armonia Terrestre. In fondo, anche Paolo di Tarso scrisse:” Videmus per specula et in aenigmate.”. [Vediamo attraverso specchi ed enigmi]. Dopo l’Eden, l’uomo sopporta la vista della verità solo se riflessa nello specchio. Come recita la sapienza ermetica:” Come in Alto, così in Basso”: nelle acque inferiori si specchiano gli eventi che accadono nelle acque superiori.
E poi vi fu Cristo, o meglio, la Morte del Cristo. Fu la rottura della Simmetria. D’altronde, come ebbe a dire il fisico John Wheeler:” L’universo è la storia di una simmetria spezzata.”. Dopo quella Morte, nulla fu come prima. Si ruppe il Cerchio del Tempo. Dei due Aion della Sapienza Persiana, quello Eterno e quello Transeunte, rimase solo il Secondo (ci volle Feynman per riportarle entrambe in auge, con la sua trama labirintica del tempo). Da allora, da quando si infranse la speranza della Seconda Venuta, si fratturò la Storia. Da allora esiste l’a.C., e il d.C. Quel grido che annunziava al mondo la Morte di Pan, non solo tramortì i naviganti di Eubea, ma incatenò Lachesi e mise a tacere la sua sinfonia celeste. Il suo Canto, che tesseva la Trama del Cosmo, lentamente si tacque fino a svanire nel Nulla. Nulla ne rimane, se non una flebile eco proveniente da un altro Mondo, come la Luce delle Stelle di altre Galassie, che fatica a raggiungerci. Ma v’è ancora un luogo nel mondo, un punto, senza dimensioni, al di là dello spazio-tempo, in cui il Mito si fa ancora Rito, e racconta agli Iniziati quelle sublimi “cose nascoste fin dalla fondazione del Mondo” (René Girard). Lì, tra le colonne il tempo è ancora tempo sacro. Lì, nei pressi di una scacchiera sotto la volta stellata, si può ancora udire il Canto di Lachesi.
Bibliografia essenziale
Colli, Giorgio, La sapienza greca. Dioniso, Apollo, Eleusi, Orfeo, Museo, Iperborei, Enigma. Vol. 1, Milano, Adelphi, 1990.
Colli, Giorgio, La sapienza greca II. Epimenide, Ferecide, Talete, Anassimandro, Anassimene, Onomacrito. Teofrasto: Opinioni dei fisici I, Milano, Adelphi, 1988.
Colli, Giorgio, La sapienza greca III. Eraclito, Milano, Adelphi, 1988.
Guénon, René, Simboli della Scienza sacra, Milano, Adelphi, 1990.
Tagliagambe, Silvano, Epistemologia del confine. Un’idea di confine che ne rivela la duplice natura, come linea di demarcazione e come «barriera di contatto», Como–Lecco, Polyhistor – New Press Edizioni, 2017.
Tagliagambe, Silvano; Malinconico, Angelo, Pauli e Jung. Un confronto su materia e psiche, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2011.
La Sacra Bibbia. Versione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana (testo CEI 2008), Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2008.
Mainguy, Irène, Simbolica massonica del terzo millennio, Roma, Edizioni Mediterranee, 2009.
Guénon, René, La tradizione e le tradizioni. Scritti 1910–1938, Roma, Edizioni Mediterranee, 2003.
Corbin, Henry, L’immagine del tempio, Torino, Boringhieri, 1983.
De Santillana, Giorgio; von Dechend, Hertha, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo, Milano, Adelphi, 2003.
Calasso, Roberto, Le nozze di Cadmo e Armonia, Milano, Adelphi, 1988.
Oraldo Paleologo
