Lo smaterialismo storico: dal valore al plusvalore digitale – Andrea
Il disco di Festo – Luigi Angelino
E’ conosciuto con il nome di “disco di Festo”, un famoso reperto archeologico ritrovato nell’omonima località dell’isola di Creta il 3 luglio 1908. L’oggetto fu rinvenuto nei pressi di un muro del grande palazzo minoico di Festo, nel corso di una spedizione guidata dagli archeologi Luigi Pernier e Federico Halbherr. Si tratta di un disco di terracotta, in buone condizioni, attualmente custodito nel Museo Archeologico di Heraklion, che presenta le dimensioni di 16 centimetri di diametro e 16 millimetri di spessore. La ricorrenza del numero sedici, multiplo di 8, simbolo di perfezione, non è considerata casuale da una parte degli studiosi (1). Applicando il metodo stratigrafico (2), al prezioso oggetto è stata attribuita un’origine che risalirebbe più o meno al 1700 a.C., anche se non tutti gli esperti concordano con tale ricostruzione. Alcuni tendono a retrodatare la fattura dell’oggetto di due secoli, mentre altri la spostano fino al 1450 a.C. circa. La caratteristica più importante del disco è rappresentata dai 241 simboli che risultano impressi, quando l’argilla, materiale di cui è costituita, era ancora presumibilmente fresca. Il significato dei simboli non è stato ancora del tutto chiarito, rendendo il “disco di Festo” uno dei misteri più affascinanti della moderna archeologia.

Come si accennava in precedenza, il disco fu ritrovato in prossimità del palazzo di Festo di età minoica, non lontano da Aghìa Triada, sulla costa meridionale dell’isola di Creta. Nello specifico, il disco era collocato nell’area nord-orientale del palazzo, che serviva anche come entrata principale del comprensorio. Secondo gli studiosi l’intero sito sarebbe collassato a seguito di un terribile terremoto, collegato all’eruzione dell’area vulcanica di Santorini, che rappresentò un’immensa catastrofe per l’intera zona del Mediterraneo orientale verso la metà del II millennio a.C. Il primo quesito che si posero gli archeologi riguardò l’autenticità del disco, sulla base dei documenti elaborati dagli stessi esperti che avevano condotto la spedizione. L’ipotesi che confermava l’autenticità del reperto fu in qualche modo supportata dal successivo ritrovamento dell’Ascia di Arkalochori (3), che presentava incisioni con glifi abbastanza simili ma con alcune differenze di fondo. Non sono mancati commentatori che hanno considerato il disco come il prodotto di un’abile contraffazione, in quanto la relativa data di manifattura non sarebbe stata mai sottoposta al test della termoluminescenza.
Procedendo ad una rapida descrizione, il disco si presenta ricoperto da simboli che appaiono disposti a spirale su entrambi i lati, suddivisi in piccoli gruppi separati da linee molto labili, in una sequenza che si dirige verso il centro dell’oggetto in senso orario. Gli esegeti hanno rilevato una tipologia di scrittura molto curata, concepita come se si trattasse di un dipinto che delinea la spirale proprio nel centro del disco. Si suppone che si tratti di un tipo di scrittura sillabica, in quanto il copioso numero di simboli diversi fra loro, 45, sembrerebbe alquanto incompatibile con la struttura dei caratteri che compongono una lingua alfabetica. Il glottologo tedesco Herbert E. Brekle ha sostenuto che il disco possa rappresentare una sorta di documento di “stampa a caratteri mobili” ante litteram. I 45 simboli distinti sono stati poi confrontati con i caratteri specifici della Lineare A da alcuni studiosi come Davis, Best e Timm, risultando ricchi di analogie con i geroglifici anatolici e, in alcuni tratti, perfino con i geroglifici egiziani. Hanno suscitato particolare interesse alcuni segni che presentano “un tratto obliquo”, non impresso sul disco come gli altri, ma intagliati a mano, associati al primo o all’ultimo segno della parola, a seconda di quale criterio direzionale si preferisca per la lettura. E’ stata avanzata l’ipotesi che i tratti obliqui servissero a suddividere il testo in capitoli, paragrafi, o comunque in sottosezioni che avessero un certo significato autonomo (4).

Le problematiche di decifrazione del disco sono veramente numerose, a cominciare dalla comprensione della direzione del testo. All’inizio si pensò che il disco dovesse essere letto dal centro verso l’esterno, ma nel corso del tempo gli esperti hanno considerato più plausibile l’ipotesi che il misterioso manufatto vada letto in senso contrario, cioè dall’esterno verso il centro. In realtà gli studiosi si sono accorti che nessuno dei centri delle due spirali coincide esattamente con il centro del disco e ciò farebbe appunto propendere per una lettura dall’esterno verso il centro. A ciò si aggiunge il fatto che i simboli più vicini alle spirali sono particolarmente affollati, come se l’autore, o gli autori, avessero avuto, nella parte finale del “discorso”, problemi di spazio (5).
Ma quale significato complessivo si può attribuire al disco? Intorno al reperto cretese sono fiorite le più ardite speculazioni: da storia narrativa a salterio religioso; da gioco da tavolo a teorema geometrico; da carta astronomica portatile per calcolare le eclissi ad un tipo di calendario luni-solare. Alle ipotesi precedenti, si aggiungono spiegazioni del tutto fantasiose, come l’idea che possa trattarsi della mappa del labirinto del Minotauro, o una reliquia del continente sommerso di Atlantide, oppure una specie di guida utilizzata da un improbabile popolo extraterrestre per compiere viaggi interstellari. La maggior parte delle ipotesi interpretative, tuttavia, confluisce verso una peculiare forma di “sillabario”, con ciò volendo intendere una sorta di tavola didascalica basata su 45 segni. La comunità accademica, per decenni, ha ritenuto che ogni tentativo di decifrazione sia destinato all’insuccesso, mancando altrove iscrizioni simili da poter confrontare con quanto impresso sul disco. Sta di fatto che tutti i tentativi, a partire dall’interpretazione sillabica di George Hemple nel 1911, qualche anno dopo la scoperta, fino ad arrivare alla presunta decodifica curata da Alessandro De Simone nel 2020, sono stati ampiamente confutati e considerati incompleti se non del tutto inattendibili. Inoltre, fatto ancora più sorprendente, non è stata mai rinvenuta una testimonianza scritta che riguardi tale oggetto.
I 241 simboli, 112 presenti sul lato contrassegnato con la lettera “a” e 119 sul lato “b” dei quali, come già si è detto, 45 sono unici, raffigurano bambini, donne, teste con corone piumate, uomini in corsa, armi, uccelli, insetti e strumenti di vario genere. E’ lecito chiedersi, a questo punto, perché mai i Minoici avrebbero dovuto usare un linguaggio pittografico abbastanza primitivo, invece di adoperare il proprio metodo di scrittura, peraltro ritrovato inciso su altri oggetti disseminati non lontano dallo stesso disco. Alcuni studiosi hanno cercato di spiegare la singolarità del manufatto, avanzando l’ipotesi che il disco di Festo possa costituire la testimonianza di una civiltà molto più antica di quella minoica, che si esprimeva in una lingua mediterranea, non alfabetica ma sillabica, molto simile al Baltico arcaico (6).
Molto affascinante è la teoria secondo la quale il disco farebbe parte di un complesso rituale per rendere onore alla “Grande Madre”, divinità molto popolare nel pantheon delle civiltà del Mediterraneo orientale. L’origine del manufatto, quindi, andrebbe ricercata in seno ad una società di tipo matriarcale, prima che le tribù indoeuropee, provenienti dal nord, portassero nell’Egeo le proprie usanze patriarcali. Alcuni studiosi avrebbero identificato, nell’ambito dei segni impressi sul disco, espressioni come iqa (grande signora) e akka (donna incinta). Si è pensato anche che il testo sia stato redatto in proto-georgiano, lingua antesignana del moderno idioma caucasico e che il rituale descritto fosse dedicato a Nana, la dea della fertilità venerata anticamente nella regione della Colchide (7). Senza per forza voler collocare l’origine del disco fuori dall’area cretese, la Grande Madre Minoica, identificata anche come Dea dei serpenti, era una figura ricorrente nelle pratiche cultuali delle popolazioni che abitavano le isole del Mare Egeo.

Nella camera sotterranea del tesoro del santuario centrale del palazzo di Cnosso, sono state ritrovate varie statuette che raffigurano la dea, di altezze che variano dai 29 ai 39 centimetri circa. La divinità è rappresentata con il tipico abito a falde ricadenti, stretto ai fianchi da un orpello a sella che appare di materiale più pesante rispetto al resto del vestito. I seni sono lasciati scoperti, compressi da uno stretto corpetto, che cinge anche la parte più alta delle braccia. Una siffatta postura è tipica delle sacerdotesse/dee venerate nel periodo matriarcale, fiorito verso la metà del secondo millennio a.C. Con queste statuette di carattere votivo si intendeva celebrare ed enfatizzare il ruolo generativo e riproduttivo della donna. Nelle mani della dea si distinguono due serpenti, che vogliono simboleggiare sia la vita che la morte. La Dea Madre cretese, infatti, era al tempo stesso sia benefica che terrificante, chiamata successivamente dagli antichi Greci anche “Signora degli animali” o “Potnia Theron”. In epoca classica alcune caratteristiche proprie della dea confluiranno in Artemide, Demetra, Ecate, Persefone e, per alcuni aspetti, anche nel culto di Cibele e di Attis (8). Poco più di un decennio fa, gli studi condotti dal dr. Gareth Owens, appartenente al Technological Educational Institute of Crete, avrebbero confermato che i segni impressi sul disco di Festo farebbero parte di un complesso rituale in onore della Grande Madre Minoica, con una funzione paragonabile a quella di un “talismano magico”, se vogliamo usare un tipo di linguaggio moderno.
In estrema sintesi, il vero significato del disco di Festo è ancora avvolto dal mistero, nonostante il fatto che i suoi caratteri siano stati sottoposti a sofisticate analisi tecnologiche, come la comparazione statistica e la scansione laser. Forse in futuro nuove scoperte ed ulteriori avanzamenti tecnologici potrebbero contribuire ad una comprensione più chiara dell’oggetto e delle sue funzioni. Ad ora, il disco rimasto sepolto per molti secoli, rimane uno degli enigmi più affascinanti del mondo antico.
Note:
1 – Louis Godart, Il disco di Festo. L’enigma di una scrittura, Edizioni Einaudi, Torino 1994;
2 – E’ il metodo scientifico che, per stabilire la storia di un sito o di un reperto, analizza la successione di strati, come i depositi di roccia, terreno, costruzioni etc.;
3 – Si tratta di un’ascia votiva risalente al II millennio a.C., scoperta nei pressi della città di Arkalochori, sull’isola di Creta;
4 – Evans A. J., Scripta Minoa, i documenti scritti della Creta minoica, con speciale riferimento agli archivi di Cnosso, Classic Books, 1909;
5 – Carla Muschio, Il disco di Festo, Giorgio Lucas editore, Milano 1993;
6 – Anna Grazia Mastrofilippo/Teresa Vignati, L’enigma del disco di Festo. Due racconti tra storia e mito, Prospettiva Editrice, Civitavecchia 2022;
7 – Nella geografia classica, la Colchide costituiva una regione del Caucaso, sulla costa del Mar Nero, tra le attuali Russia, Georgia e Turchia;
8 – AA.VV., Le Grandi Madri, a cura di Tilde Giani Gallino, Edizioni Feltrinelli, Milano 1989.
Luigi Angelino,
nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale, conseguendo anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Con la Stamperia del Valentino ha pubblicato varie raccolte di saggi, tra cui “Caccia alle streghe”, “L’epica cavalleresca”, “Gesù e Maria Maddalena”, “Omero e la nascita del mito di Ulisse”, “Di alcune fiabe e di ciò che nascondono”, “Il mondo dei sogni”, “Sulla fine dei tempi” (selezionato per Sanremowriters 2023). Tra i volumi pubblicati con altre case editrici, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” (versione inglese “The darkness of the soul”); la trilogia thriller-filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse di Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.
