Lo smaterialismo storico: dal valore al plusvalore digitale – Andrea
Il Femminino Sacro e la porta dell’Eterno – Filippo Mercuri
Picnic a Hanging Rock e l’archetipo della Dèa nel mito e nella Tradizione
Nota introduttiva
L’ispirazione per questo studio è nata in modo inaspettato dalla lettura di Il dubbio di Luciano De Crescenzo, un libro che con la consueta leggerezza napoletana dell’autore sa toccare le profondità del pensiero filosofico e scientifico. De Crescenzo, preziosa figura di ingegnere-filosofo, possedeva il raro dono di saper tessere connessioni tra ambiti apparentemente lontani – filosofia antica, cinema, letteratura, vita quotidiana – rendendo accessibile al pubblico quel sapere che spesso rimane confinato nell’accademia. È stato proprio attraverso le sue pagine che ho avuto modo di scoprire l’esistenza di Picnic a Hanging Rock, il film di Peter Weir del 1975 tratto dal romanzo di Joan Lindsay. La visione di quest’opera si è rivelata un’esperienza rivelatrice: il mistero irrisolto delle ragazze scomparse nella roccia, la sospensione del tempo a mezzogiorno, la contrapposizione tra il rigido collegio vittoriano e la natura selvaggia australiana – tutto mi è sembrato chiamare a una lettura che andasse oltre la superficie narrativa. Questo saggio è il risultato di quella chiamata: un tentativo di decifrare il linguaggio simbolico dell’opera attraverso le chiavi della Tradizione esoterica, del mito e della filosofia perenne. Un percorso che, paradossalmente, riporta a quella stessa attitudine al dubbio – inteso come apertura al mistero e rifiuto delle spiegazioni riduttive – che anima il libro di De Crescenzo. A lui va dunque il merito di aver aperto una porta che, come quella stretta nella roccia di Hanging Rock, conduce in territori dove la certezza razionale deve cedere il passo ad altri modi di conoscere.
L’irruzione del Sacro nella modernità
L’opera Picnic a Hanging Rock, sia nella forma romanzesca di Joan Lindsay che nell’incarnazione cinematografica di Peter Weir, rappresenta una delle più potenti allegorie apollinee del contatto tra due dimensioni ontologicamente irriducibili: il mondo profano della modernità e la sfera del Sacro ancestrale. Non si tratta di semplice narrativa gotica o di mistero irrisolto, bensì di un testo iniziatico che descrive, attraverso il linguaggio simbolico del mito, l’irruzione del “totalmente altro” nella grigia quotidianità della civiltà coloniale australiana del primo Novecento.

Il collegio Appleyard, con i suoi orari rigidi, le sue convenzioni vittoriane e la sua disciplina ferrea, incarna la prigione della forma cristallizzata: un microcosmo in cui le giovani donne vivono come marionette di un sistema sociale che le ha ridotte a mere appendici decorative dell’ordine sociale borghese. Questo spazio chiuso, con le sue regole e i suoi divieti, rappresenta il mondo della quantità, del tempo lineare scandito dagli orologi, della morte spirituale mascherata da osservanza delle forme. In netta contrapposizione si erge Hanging Rock: non una semplice formazione geologica, ma un autentico axis mundi, un centro del mondo dove la natura ancestrale australiana conserva ancora intatta la sua potenza sacra. Questo e uno spazio immaginifico, ontologicamente superiore, dove le leggi del mondo profano cessano di avere validità e dove si apre la possibilità di un contatto diretto con dimensioni altre dell’essere.
Miranda: epifania del femminino divino
La protagonista Miranda non è una semplice studentessa, ma l’incarnazione del femminino sacro. Nella narrazione viene esplicitamente descritta come un’epifania di Afrodite Urania, la Venere celeste distinta dalla sua controparte terrestre e profana. Questa non è mera retorica letteraria: si tratta di un preciso riferimento alla dottrina platonica delle due Afroditi, quella celeste nata dalla schiuma del mare primordiale e legata alla contemplazione spirituale, e quella terrestre, Pandemia, connessa all’amore carnale e alla generazione materiale. Il simbolo del cigno, ripetutamente associato a Miranda, non è casuale. Il cigno, nella tradizione iperborea e nei misteri orfici, rappresenta la forma spirituale sottile capace di muoversi tra i mondi. È l’animale sacro ad Apollo, il dio della luce olimpica, ma anche quello che accompagna le anime nel loro viaggio verso l’aldilà. Miranda possiede questa forma sottile, questa qualità spirituale che le consente di “ritornare” all’altro mondo, di compiere il viaggio iniziatico che alle altre e precluso per la loro costituzione spirituale più densa. La bellezza di Miranda non è mera avvenenza fisica, ma καλός (kalós) nel senso greco: espressione visibile di una perfezione interiore, irradiazione di una luce spirituale che traspare attraverso la forma. Le sue compagne la percepiscono come qualcosa di diverso, di superiore, proprio perche ella è già parzialmente appartenente a un’altra dimensione dell’essere.
Il viaggio iniziatico: ascesa all’Axis Mundi
L’escursione a Hanging Rock nel giorno di San Valentino – data non casuale, essendo associata all’amore e alla fertilità in un sincretismo con gli antichi culti pagani – assume i connotati di un vero e proprio rito di passaggio. L’ascesa delle ragazze verso la sommità della roccia ricalca il modello universale della scalata alla montagna sacra, presente in tutte le tradizioni: il Monte Meru nella mitologia induista e buddhista, l’Olimpo greco, il Monte Qaf nell’Islam, il monte Sion ebraico. Non si tratta di una semplice ascesa fisica. È un progressivo distacco dalla dimensione profana e un avvicinamento al centro sacro del mondo. Man mano che le ragazze salgono, il tempo inizia a comportarsi in modo anomalo: gli orologi si fermano, la percezione ordinaria della realtà si dissolve. Questo e il segno caratteristico dell’ingresso in una zona liminale, uno spazio-tempo sacro dove le leggi del mondo profano vengono sospese. La scomparsa avviene significativamente a mezzogiorno, l’ora del “sonno meridiano di Pan”. Questo riferimento ai miti greci non e ornamentale: mezzogiorno, momento di perfetta stasi solare quando il sole raggiunge il punto più alto nel cielo, rappresenta nella simbologia tradizionale il nunc stans, l’eterno presente dove passato e futuro si annullano. È l’istante dell’eternità che irrompe nel tempo, il momento in cui diventa possibile il passaggio tra i mondi. Pan, il dio della natura selvaggia, è pericoloso proprio a mezzogiorno perché in quel momento le barriere tra il mondo umano e quello divino-naturale si assottigliano. Disturbare il suo sonno significa rischiare di essere trascinati nell’altra dimensione, di subire una μετάνοια (metánoia) radicale, una trasformazione irreversibile della coscienza.
Il passaggio stretto e il grembo della Terra
Il “passaggio stretto” nella roccia attraverso cui Miranda e le sue compagne scompaiono è un classico topos sciamanico presente in innumerevoli tradizioni: la porta stretta del Vangelo, il bardo nel Libro tibetano dei morti, le caverne iniziatiche dei misteri eleusini. Simboleggia l’accesso al grembo materno della Terra, alla sostanza primordiale incorruttibile e atemporale da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna. Solo colui che è spiritualmente preparato può attraversare questo passaggio. La piccola Edith, terrorizzata, fugge indietro: la sua costituzione psichica non le permette di sostenere il contatto con il Sacro. Irma attraversa il passaggio ma viene poi ritrovata, come un’anima che ha toccato l’altra dimensione ma non era destinata a rimanervi. Miranda e le altre, invece, compiono il transito definitivo. Il particolare dei piedi di Irma, trovati totalmente privi di graffi, polvere o ferite nonostante la difficile scalata, è di una pregnanza simbolica straordinaria. Suggerisce che in quella dimensione non si cammina nel senso ordinario del termine: si è in uno stato di levitazione spirituale, di movimento attraverso la volontà sottile piuttosto che attraverso lo sforzo muscolare. È il segno della siddhi, dei poteri yogici che si manifestano quando la coscienza si libera dalla gravità materiale.
Le radici mitiche: i Misteri Eleusini e il rapimento di Kore
Il tema della fanciulla che svanisce nella roccia risuona inevitabilmente con uno dei miti più profondi della tradizione mediterranea: i Misteri Eleusini e il rapimento di Persefone (Kore). Questo non e un semplice parallelismo letterario, ma il riconoscimento che entrambe le narrazioni attingono allo stesso archetipo universale: la discesa della coscienza femminile nel regno sotterraneo, nel mondo delle Madri, per poi risorgere trasformata. Nel mito greco, Kore (la “fanciulla”, aspetto virginale di Persefone) viene rapita da Ade mentre è intenta a cogliere fiori su un prato. Ma una lettura esoterica rivela che questo “rapimento” è in realtà un’iniziazione: Kore scende volontariamente negli Inferi per acquisire conoscenza e potere, per diventare regina del regno dei morti e dispensatrice dei misteri.

Lo storico Nicola Bizzi, seguace della Tradizione misterica eleusina, vede in questo mito una chiave più profonda: il rapimento di Kore rappresenterebbe il sabotaggio di una missione di redenzione destinata a liberare l’umanità dal dominio di Zeus e dei suoi successori olimpici. Kore/Persefone, emanazione diretta della Grande Madre Demetra, portava in se il principio del femminino divino capace di restaurare l’equilibrio cosmico infranto dalla violenta ascesa del principio maschile guerriero. La permanenza forzata di Kore/Persefone negli Inferi per metà dell’anno (dopo aver mangiato i semi di melagrana, cibo dei morti) simboleggerebbe dunque la reclusione del potere femminile nelle profondità dell’inconscio collettivo, da dove emerge periodicamente ma mai completamente, impedendo cosi la restaurazione di un ordine cosmico più armonioso.
Le divinità del femminino sacro: un pantheon universale
Il principio del femminino sacro incarnato da Miranda non e fenomeno isolato, ma emerge costantemente attraverso diverse culture e tradizioni, assumendo nomi e forme diverse ma conservando una sostanziale unita archetipica.
Iside: la grande Madre Universale
Iside, la dea egizia il cui culto si diffuse in tutto il mondo antico fino a diventare una delle religioni più influenti dell’impero romano, rappresenta la Madre Universale, colei che contiene in se tutti gli aspetti del femminino divino: vergine, sposa, madre, maga, iniziatrice. Il suo culto misterico, basato sulla ricerca e ricomposizione del corpo smembrato del marito Osiride, rappresenta la via iniziatica della ricostruzione dell’unità perduta, della reintegrazione della coscienza frantumata dalla caduta nel mondo materiale. I misteri isiaci promettevano ai loro adepti la conquista dell’immortalità attraverso l’identificazione con la dea e la partecipazione al dramma cosmico di morte e resurrezione.

La tradizione esoterica identifica nella fondazione di diverse città europee l’influenza diretta del culto isiaco. Il nome della citta di Parigi, secondo questa interpretazione, sostenuta dai ricercatori Graham Hancock e Robert Buval, deriverebbe da Par-Isis, “tempio di Iside”, e la sua ubicazione lungo la Senna riprodurrebbe il rapporto sacro tra la dea e il Nilo. La cattedrale di Notre-Dame sarebbe sorta su un antico tempio isiaco, e la statua della Madonna col Bambino altro non sarebbe che una cristianizzazione di Iside con Horus. Anche Torino conserverebbe tracce di questo culto: la chiesa della Gran Madre di Dio, edificata sulla collina che domina il Po, sarebbe costruita seguendo canoni architettonici che riecheggiano i templi isiaci. La sua posizione, in asse con altri luoghi di potere della città, suggerirebbe l’esistenza di una complessa geometria sacra volta a canalizzare energie sottili.
I Medici: custodi del Neoplatonismo isiaco
La famiglia Medici ebbe un ruolo cruciale nel preservare e far rinascere le correnti esoteriche legate al femminino sacro durante il Rinascimento. Cosimo de’ Medici fondò l’Accademia Platonica di Firenze, affidandola a Marsilio Ficino, che tradusse il Corpus Hermeticum e le opere di Platone e Plotino. Questo movimento intellettuale non fu animato dalla mera riscoperta accademica, bensì dal consapevole tentativo di restaurare la prisca theologia, la teologia primordiale che avrebbe preceduto e alimentato tutte le tradizioni religiose. In questa visione, Ermete Trismegisto, Mose, Zarathustra, Orfeo, Pitagora e Platone sarebbero stati anelli di una stessa catena iniziatica. Importante esponente di questa corrente di pensiero sarebbe poi divenuto Giorgio Gemisto Pletone, il quale spese molte energie nel sostenere l’unità delle due Chiese di Oriente e Occidente durante il concilio di Basilea, Ferrara e Firenze (1431-1445). I resti di Pletone furono recuperati da un altro importante esponente della tradizione esoterica del femminino sacro, Sigismondo Pandolfo Malatesta, il quale li fece riporre in un’arca sulla fiancata destra del Tempio Malatestiano di Rimini. Il neoplatonismo rinascimentale recuperò in particolare il culto di Iside e la dottrina dell’anima del mondo, rappresentata come forza femminile che anima e connette tutta la creazione. Opere come la Primavera e la Nascita di Venere di Botticelli, commissionate dai Medici, sono cariche di simbolismo neoplatonico ed ermetico legato al femminino divino. Non è casuale che nel film di Peter Weir sia proprio l’arte rinascimentale a offrire la chiave interpretativa della natura di Miranda. «Adesso so… so che Miranda e un dipinto del Botticelli»: queste parole di riconoscimento accorato sono pronunciate da Madamoiselle Dianne de Poitiers, l’insegnante di francese e di danza del collegio Appleyard, unica figura adulta che si interessa autenticamente dei sentimenti e del benessere interiore delle ragazze.
Afrodite: la titanide ribelle
La tradizione orfico-platonica presenta Afrodite non come figlia di Zeus, bensì come emanazione titanica, figlia di Dione, antica dea pre-olimpica. Questa genealogia alternativa non è semplice variante mitografica, ma indica una precisa posizione metafisica: Afrodite apparterrebbe alla generazione divina precedente gli Olimpi, quella dei Titani legati alle forze primordiali della natura. In questa prospettiva, Afrodite sarebbe stata la protettrice degli ultimi capisaldi del matriarcato anatolico contro l’invasione delle tribù achee patriarcali che avrebbero imposto il culto di Zeus e degli Olimpi. Città come Cipro, dove il suo culto era particolarmente forte e conservava forme arcaiche (inclusa la prostituzione sacra), rappresenterebbero gli ultimi bastioni di un ordine cosmico-sociale più antico.

La distinzione che Platone fa nel Simposio tra Afrodite Urania (celeste) e Afrodite Pandemia (profana) riflette la duplice natura del principio erotico: quello che eleva lo spirito attraverso la contemplazione della bellezza e quello che lo imprigiona nella materia attraverso il desiderio carnale. Miranda, come Afrodite Urania, incarna il primo aspetto: la sua bellezza e veicolo di elevazione, non di degradazione.
Le Sirene: canto di morte e conoscenza
Le Sirene, la cui natura è spesso fraintesa con quella di semplici mostri seduttori, rappresentano nella loro essenza simbolica il confine tra la sensualità materiale e la conoscenza spirituale. Il loro canto non è mera seduzione erotica, ma una vibrazione cosmica che ha il potere di dissolvere le barriere dell’io ordinario. Nell’Odissea, le Sirene (Libro XII, vv. 241-248, tr. Pindemonte) promettono a Ulisse non piaceri carnali, ma conoscenza:
O molto illustre Ulisse, o degli Achei
Somma gloria immortal, su via, qua vieni,
Ferma la nave, e il nostro canto ascolta.
Nessun passo di qua su negro legno,
Che non udisse pria questa, che noi
Dalle labbra mandiam, voce soave:
Voce, che innonda di diletto il core,
E di molto saver la mente abbella.
La morte che attenderebbe chi si abbandona completamente al loro canto non è annichilimento, ma trasmutazione: la dissoluzione dell’io separato per emergere in una coscienza superiore. Il fatto che le Sirene siano rappresentate come esseri ibridi (metà donne metà uccelli nella versione originale, metà donne metà pesci in quella medievale) indica la loro natura liminale, la loro funzione psicopompa, di guide tra i mondi. Il loro canto e la chiamata dell’anima del mondo, della Σοφία (Sophía) cosmica, che invita l’eroe a superare la propria individualità limitata.

Eva e la melagrana della conoscenza
La lettura gnostico-cabalista del mito di Adamo ed Eva sovverte completamente l’interpretazione ecclesiastica corrente. Il frutto proibito non sarebbe una mela – errore di traduzione derivante dalla confusione latina tra malus (melo) e malum (male) – ma una melagrana, simbolo universale della conoscenza iniziatica. La melagrana, con i suoi innumerevoli semi racchiusi in un unico frutto, rappresenta l’unità nella molteplicità, la conoscenza sintetica che abbraccia tutti gli aspetti della realtà. Non a caso è il frutto sacro a Persefone, quello che la lega agli Inferi e le conferisce il potere sulla morte. Eva, cogliendo questo frutto, non compie un peccato ma un atto di suprema iniziazione: accetta la conoscenza del bene e del male, cioè della dualità che caratterizza il mondo manifestato. Inoltre, la tradizione gnostica interpreta la “nascita” di Eva dalla costola di Adamo non come creazione secondaria, ma come scissione dell’androgino primordiale. L’Adamo originario sarebbe stato un essere completo, contenente in sé sia il principio maschile che quello femminile (Adam Kadmon della Cabala). La separazione in maschio e femmina rappresenterebbe la caduta nella dualità, e tutta l’avventura umana consisterebbe nel tentativo di riconquistare l’unità perduta attraverso l’unione sacra (hieros gamos).
Volti del Femminino Divino: regine, sapienti e archetipi
Figure come la Regina di Saba (Bilkis nella tradizione islamica) e Semiramide testimoniano l’esistenza storica di forme di potere femminile che la storiografia ha sistematicamente tentato di oscurare o denigrare. La Regina di Saba, che visita Salomone portando ricchezze e ponendogli enigmi, rappresenta nella tradizione esoterica la Sapienza che mette alla prova il Re. Il suo regno, posto nel Sud (tradizionalmente associato al femminino e alla luna), sarebbe stato un centro iniziatico dove si conservavano antiche conoscenze. L’episodio biblico della sua visita celerebbe un riconoscimento reciproco tra due tradizioni iniziatiche: quella solare-maschile di Salomone e quella lunare-femminile della Regina. Si noti anche come il Sud risulta nello zoroastrismo il punto cardinale da cui proviene il dolce vento profumato che preannuncia all’anima motoria maschile del defunto che si è comportato rettamente in vita l’incontro con la sua anima-visione femminile, rappresentata da una fanciulla fresca e aulente. Semiramide, regina assira, e stata dipinta dalla storiografia greco-romana come esempio di lussuria e crudeltà femminile. Ma fonti alternative suggeriscono che fu una grande legislatrice e costruttrice, fondatrice di città e promotrice di opere pubbliche. La sua demonizzazione riflette il tipico schema della storiografia antica di screditare le donne di potere attribuendo loro vizi sessuali eccessivi.
Maria Maddalena e il Sang Real
Forse nessuna figura femminile ha subito una distorsione maggiore di Maria Maddalena. Trasformata dalla Chiesa in prostituta pentita (confondendola deliberatamente con altre figure evangeliche), la tradizione esoterica la riconosce invece come sposa legittima di Gesù e apostola degli apostoli. Secondo le correnti che si rifanno ai Vangeli gnostici (in particolare il Vangelo di Maria e il Vangelo di Filippo), Maria Maddalena sarebbe stata la discepola prediletta di Gesù, depositaria di insegnamenti segreti non rivelati agli altri apostoli. La sua “cacciata” dalla comunità apostolica primitiva, dominata da Pietro e dagli altri maschi, rappresenterebbe il primo atto di quella marginalizzazione del femminino che la Chiesa avrebbe poi sistematizzato. La leggenda del Sang Real (Graal), interpretato esotericamente non come un calice fisico ma come la linea di sangue regale discendente dall’unione tra Gesù e Maddalena, sembra suggerire che il vero cristianesimo, quello gnostico e iniziatico, sarebbe stato trasmesso attraverso una linea femminile sotterranea, in opposizione al potere dogmatico e temporale di Roma.
La divina Ipazia
Il linciaggio di Ipazia ad Alessandria d’Egitto, verificatosi durante la quaresima del 415, rappresenta simbolicamente la fine del mondo antico e l’inizio del dominio cristiano. Ipazia, legittima erede del pensiero di Plotino, matematica e astronoma, incarnava tutto ciò che il nuovo ordine non poteva tollerare: una donna libera, intellettualmente superiore, maestra di uomini (tra i quali figura Sinesio di Cirene), custode di conoscenze esoteriche. Socrate Scolastico riferisce che Ipazia fu sorpresa da una turba di cristiani mentre si recava a casa. Dopo averla tirata giu dal carro, costoro la trascinarono nella chiesa chiamata Caesarum, dove la spogliarono e la uccisero usando dei cocci. La folla, secondo quanto riferiscono il vescovo Giovanni di Nikiu e il filosofo Damascio, fu aizzata dal vescovo Cirillo, il quale a seguito di ciò fu fatto santo.

La Principessa di Lamballe e la furia rivoluzionaria
Il martirio di Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano, meglio conosciuta con il titolo di Principessa di Lamballe, avvenuto durante la Rivoluzione Francese, ha un significato che trascende il mero evento storico. Amica intima di Maria Antonietta, incarnazione della grazia aristocratica, la principessa fu vittima di una violenza rituale di particolare atrocità: sottoposta a torture, massacrata dalla folla, il suo corpo fu profanato e la sua testa portata in trionfo su una picca. Dal punto di vista simbolico, questo atto rappresenta la furia del principio demo-plebeo contro i simboli della Tradizione. La principessa, in quanto rappresentante dell’aristocrazia spirituale oltre che sociale, doveva essere non solo uccisa ma dissacrata, ridotta a carne martoriata per annullare il suo valore simbolico. La Rivoluzione, nel suo aspetto più profondo, fu un tentativo di sovvertire completamente l’ordine tradizionale, e le sue vittime femminili furono colpite con particolare violenza proprio perché incarnavano quell’aspetto della Tradizione legato alla grazia, alla bellezza, alla trasmissione sottile dei valori.
La Fata Turchina: epifania della Dèa in Pinocchio
Anche nella letteratura per l’infanzia si nascondono simboli della Tradizione. La Fata Turchina in Pinocchio non è un semplice personaggio fiabesco, ma l’epifania della Dèa nelle sue varie forme: appare prima come bambina (Kore/Persefone), poi come sorella (aspetto fraterno della Sophia), infine come madre (Demetra/Iside).

Il suo compito è guidare la materia grezza (il burattino di legno) verso la trasformazione alchemica in essere umano completo. Il colore turchese non è casuale: è il colore del cielo e dell’acqua primordiale, simbolo della dimensione spirituale che permea la materia. Pinocchio deve superare prove iniziatiche (la balena, ovvero il ventre della madre terra, il teatro, ovvero il mondo dell’illusione, il Paese dei Balocchi, ossia la tentazione della materia) sotto la guida della Fata, che rappresenta la anima mundi, la forza che attira lo spirito intrappolato nella materia verso la sua liberazione.
Goethe: Il poeta iniziato
Johann Wolfgang von Goethe rappresenta il culmine della tradizione esoterica europea moderna. La sua opera, apparentemente letteraria, è in realtà un vasto corpus iniziatico che racchiude profondi insegnamenti sulla natura del femminino sacro e sul percorso di trasformazione spirituale.
Il Faust: Discesa alle Madri
Nel secondo Faust, l’episodio della discesa al regno delle Madri rappresenta una delle più profonde allegorie della ricerca metafisica. Le Madri sono le matrici archetipiche atemporali di tutte le forme, i principi formativi che precedono e sostengono ogni manifestazione. Faust deve scendere in questo regno inaccessibile alla ragione materiale, armato solo di una chiave magica donatagli da Mefistofele. Questo regno è descritto dal diavolo (Faust, vv. 6283-6293, tr. Fortini) come un luogo di solitudine assoluta, dove non esiste spazio né tempo nel senso ordinario:
| Ein glühnder Dreifuß tut dir endlich kund, | Un tripode infuocato ti dirà finalmente |
| Du seist im tiefsten, allertiefsten Grund. | che avrai toccato il fondo del più pericoloso
abisso. |
| Bei seinem Schein wirst du die Mütter sehn; | Alla sua luce tu vedrai le Madri. |
| Die einen sitzen, andre stehn und gehn, | Siedono alcune, altre stanno e si muovono |
| Wies eben kommt. Gestaltung, Umgestaltung, | come il caso comporta. Formarsi, trasformarsi, |
| Des ewigen Sinnes ewige Unterhaltung. | eterno giuoco dell’eterno senno. |
| Umschwebt von Bildern aller Kreatur, | Avvolte dalle immagini di tutte le creature |
| Sie sehn dich nicht, denn Schemen sehn sie nur. | non ti vedono. Vedono solo ombre |
| Da faß ein Herz, denn die Gefahr ist groß, | Fa’ cuore allora, che e grande il pericolo: |
| Und gehe grad auf jenen Dreifuß los, | e vai dritto a quel tripode, |
| Berühr ihn mit dem Schlüssel! | toccalo con la chiave! |
Le Madri rappresentano il femminino nella sua dimensione più profonda e terribile: non la madre consolatrice, ma la potenza generatrice primordiale, il caos formativo da cui emerge ogni ordine. Solo chi ha sviluppato organi di percezione sottili può accedere a questo livello della realtà senza esserne annichilito. Eppure, al termine del suo viaggio iniziatico, Faust trova la salvezza proprio attraverso il femminino: l’amore puro di Margherita, che rimane tale anche dopo la morte del loro bambino, redime l’anima del protagonista. Il Faust si conclude con la celebre visione de “l’eterno Elemento Femminile” che “ci trae verso l’alto” (Das Ewigweibliche / Zieht uns hinan) – sintesi suprema della dottrina goethiana secondo cui il principio femminile, nella sua essenza più elevata, costituisce la forza ascensionale che conduce lo spirito maschile oltre i limiti della sua stessa natura.
La Fiaba del serpente verde
Nella Fiaba del serpente verde e della bella Lilia, Goethe costruisce un’allegoria alchemica dove Lilia rappresenta la Sophia, l’anima superiore o la saggezza divina incarnata in forma femminile. Lilia ha una proprietà paradossale: il suo tocco vivifica lo spirito puro ma uccide ogni forma grezza e imperfetta, trasformandola in pietra. Chi si avvicina a lei senza essere preparato viene annientato. Il principe, suo amato, deve attraversare una morte iniziatica e una resurrezione attraverso il sacrificio del serpente verde (simbolo della forza vitale trasformata in saggezza) per potersi unire finalmente a lei. La fiaba descrive il processo di trasmutazione alchemica dove il femminino divino (Lilia) non è passivo oggetto di conquista, ma principio attivo che esige dal maschile una completa trasformazione. Solo quando il principe è morto e risorto, purificato da ogni scoria materiale, può celebrare le nozze mistiche con la Sophia.
Le affinità elettive
Nelle Affinità elettive, Goethe esplora le leggi sottili che governano le relazioni tra uomo e donna, usando come metafora le reazioni chimiche. Il titolo stesso si riferisce alla tendenza di certi elementi chimici ad abbandonare i loro legami per formarne di nuovi più “affini” alla loro propria natura. Goethe evidenzia che mentre l’uomo tende ad agire nel particolare, nella specificità del momento, alla donna spetta creare la connessione vitale necessaria al destino. La donna, nella visione goethiana, è il tessuto connettivo della realtà, colei che mantiene i legami, che preserva la continuità, che garantisce che le azioni maschili non si disperdano nel nulla ma si inscrivano in una trama di senso. Questo non significa riduzione della donna a ruolo passivo, ma riconoscimento di una funzione cosmica essenziale: senza il principio femminile che tesse le relazioni, l’azione maschile sarebbe sterile frammentazione.

Il simbolismo del piede: radicamento e trascendenza
All’interno delle Affinità elettive, Goethe dedica particolare attenzione al simbolismo del piede femminile, un motivo che risuona profondamente con l’immagine dei piedi immacolati di Irma in Picnic a Hanging Rock. Quando il conte descrive la bellezza di Charlotte, indugia specificamente sul suo piede: «Un bel piede è un gran dono di natura. Una grazia indistruttibile […] si vorrebbe ancora baciare la sua scarpina e ripetere l’omaggio un po’ barbaro ma profondamente sentito dai Sarmati, per i quali non c’era niente di meglio che bere dalla scarpa di una donna amata e venerata alla salute di lei.» (p. 181). Questo gesto, lungi dall’essere semplice galanteria di maniera o riduzione feticistica, costituisce un atto rituale di profonda valenza simbolica. Il piede rappresenta il punto di contatto tra l’essere umano e la terra, tra lo spirito incarnato e la materia che lo sostiene. Nel caso del piede femminile, questo contatto assume una qualità particolare: non è la pesantezza dello spirito che sprofonda nella materia, ma la leggerezza della forma che sfiora appena la sostanza terrestre.
La “grazia indistruttibile” (Diese Anmut ist unverwünstlich) di cui parla Goethe non è un attributo fisico transitorio, ma la manifestazione di una qualità metafisica permanente. Il piede bello non è semplicemente proporzionato secondo canoni estetici, ma rivela una modalità specifica di abitare il mondo: quella di chi appartiene solo parzialmente alla dimensione terrestre, mantenendo una connessione con sfere superiori. Il gesto di Eduard che bacia la scarpina di Charlotte, e più tardi afferra il suo piede premendoselo “teneramente contro il petto” (p. 187), ripete simbolicamente il rito sarmata menzionato dal conte. In questo atto si condensano molteplici significati: il riconoscimento della sacralità del femminino, l’accettazione del proprio radicamento attraverso la mediazione della donna, la ricerca di una ricarica di potenza vitale attingendo a quella base stabile da cui ogni elevazione deve necessariamente partire.
I piedi immacolati di Irma in Picnic a Hanging Rock portano questo simbolismo a un livello ancora più elevato. L’assenza totale di graffi, polvere o ferite dopo la difficile scalata e la permanenza nell’altra dimensione suggerisce che in quella sfera non si cammina nel senso ordinario: il piede non si sporca perché non preme sulla terra materiale, ma si muove in una dimensione dove la gravità fisica è superata dalla levità spirituale. Questo particolare stabilisce un contrasto radicale tra due modalità di esistenza: quella del collegio Appleyard, dove i piedi delle ragazze camminano pesantemente sui pavimenti di legno scandendo il tempo meccanico della ripetizione quotidiana, e quella di Hanging Rock, dove i piedi si liberano dal vincolo gravitazionale manifestando la siddhi, il potere yogico della levitazione.
Il piede femminile diventa così simbolo della duplice natura della donna nella visione tradizionale: da un lato, essa è il punto di contatto con la terra, la mediatrice tra spirito e materia, colei che “lunifica” la luce solare rendendola accessibile; dall’altro, essa conserva una leggerezza, una qualità aerea che le permette di non essere completamente assorbita dalla pesantezza terrestre. Cammina sulla terra senza appartenervi totalmente, mantiene il contatto con la materia senza esserne contaminata. Il gesto rituale di baciare il piede della donna – presente nel tantrismo, nel culto mariano (il bacio ai piedi delle statue della Madonna), nelle pratiche cavalleresche medievali – non è dunque sottomissione dell’uomo alla donna, ma riconoscimento che la forza maschile, per quanto potente nella sua proiezione verso l’alto e verso l’esterno, necessita di un punto di appoggio stabile, di una base sacra da cui partire. Il guerriero che bacia i piedi della Dea non si umilia, ma si radica; non si indebolisce, ma attinge alla fonte primaria della potenza.
Il corretto rapporto tra i sessi: oltre la degradazione moderna
La rettifica del rapporto tra uomo e donna costituisce uno dei compiti fondamentali per chi aspira a superare la degradazione del mondo moderno. La civiltà contemporanea ha sistematicamente distrutto ogni possibilità di relazione autentica tra i sessi, riducendo tutto a contrattualismo economico, competizione nevrotica o gratificazione istintuale.
Goethe: il matrimonio come vertice della cultura
Goethe affermo nelle Affinità elettive che il matrimonio rappresenta il “principio e vertice di ogni cultura” (Die Ehe ist der Anfang und der Gipfel aller Kultur) (p. 157), volendo riferirsi con ciò non all’istituzione borghese degradata a contratto sociale o economico, bensì a quel vincolo sacro che unisce due esseri in un progetto di trasformazione reciproca. Il vero matrimonio, secondo la visione tradizionale, è indissolubile non per imposizione esterna ma per necessità interiore: rappresenta un legame con la propria coscienza superiore. Sciogliere questo vincolo equivale a tradire se stessi, a spezzare il processo di individuazione che solo attraverso l’altro sesso può completarsi. La donna, in questo contesto, non è oggetto di possesso ma lo specchio in cui l’uomo vede riflessi i propri limiti e le proprie potenzialità. Reciprocamente, l’uomo è per la donna il principio che dà forma e direzione alle sue energie creative.
Julius Evola: critica della modernità sessuale
Julius Evola, nelle sue opere Metafisica del Sesso e Rivolta contro il mondo moderno, sviluppa una critica radicale delle deformazioni moderne nei rapporti tra i sessi. Evola denuncia la mascolinizzazione della donna promossa dal femminismo moderno, che non libera la donna ma la riduce a cattiva copia dell’uomo, privandola delle sue qualità specifiche e superiori. La donna moderna, costretta a competere sul piano maschile (carriera, successo materiale, affermazione egoica), perde la connessione con la propria natura profonda. Parallelamente, Evola critica la figura del “Don Giovanni”, l’uomo moderno ridotto a collezionista di conquiste femminili, incapace di vera virilità. Il dongiovannismo è sintomo di debolezza, non di forza: rivela un uomo dominato dall’istinto, incapace di subordinare l’eros a fini superiori. La vera virilità (dal latino vir, l’uomo completo e perciò distinto dal semplice homo) esige che l’uomo subordini l’amore e la sessualità a interessi spirituali superiori. L’eros non viene negato ma trasmutato, diventa veicolo di ascesa piuttosto che di caduta.
Bachofen: dal matriarcato alla virilità olimpica
Johann Jakob Bachofen, nella sua opera monumentale Le Madri e la virilità olimpica (Das Mutterrecht), proposta per la prima volta al lettore italiano da Julius Evola, traccia un’interpretazione evolutiva della storia umana come passaggio dal matriarcato tellurico alla virilità olimpica. Il matriarcato, secondo Bachofen, rappresenta la fase in cui l’umanità era completamente immersa nella natura, legata alla terra, alla materia, ai cicli biologici. Il potere femminile di questo periodo non era spirituale ma tellurico: la donna regnava in quanto generatrice, nutrice, custode della vita materiale. La rivoluzione olimpica, l’affermarsi del principio solare-maschile incarnato da Zeus e dagli dei celesti, rappresenta il superamento di questa fase. Non si tratta di semplice sopraffazione violenta, ma di un salto qualitativo: dalla religione della terra a quella del cielo, dal culto della generazione naturale a quello dello spirito immortale. In questa visione, la donna trae il proprio splendore dalla natura superiore dell’uomo, così come la Luna riflette la luce del Sole. Questo non significa inferiorità ontologica, ma riconoscimento di una polarità complementare: il Sole è principio attivo, la Luna principio ricettivo; il Sole dona la luce, la Luna la riflette e la modula rendendola accessibile al mondo notturno. È la stessa visione cosmologica che animò l’imperatore Giuliano, l’ultimo difensore della tradizione romana, nel suo tentativo di restaurare gli antichi culti contro l’avanzata del cristianesimo. Giuliano, sovrano-filosofo di vastissima cultura formatosi alla scuola neoplatonica, compose durante il suo breve regno numerosi testi filosofici e teurgici, tra i quali spiccano, per profondità dottrinale e ricchezza simbolica, l’Inno alla Madre degli Dèi e l’Inno al Re Helios. In queste opere la polarità Sole-Luna, maschile-femminile, trova espressione teologica compiuta: il principio solare-olimpico non nega il femminino tellurico ma lo integra in una gerarchia armonica dove ciascun polo trova il proprio compimento nella relazione con l’altro.

Ne consegue, dunque, che nella coppia tradizionalmente costituita, l’uomo è il portatore del principio spirituale, la donna ne è la mediatrice verso il mondo della forma. Lei “lunifica” la luce solare troppo intensa per essere direttamente percepita, la traduce in forme accessibili, la incarna nella concretezza dell’esistenza.
Conclusione: il ritorno di Miranda
Ritorniamo, al termine di questo percorso, all’immagine iniziale: Miranda che scompare nella roccia a mezzogiorno, richiamata da una dimensione superiore. La sua scomparsa non è tragedia ma compimento, non morte ma trasmutazione. Il collegio Appleyard, privato della sua presenza luminosa, crolla letteralmente: senza il principio femminile che lo animava, l’ordine sociale artificiale si rivela per ciò che è sempre stato: un guscio vuoto, una prigione che ha perso il suo prigioniero. Ciò diventa particolarmente evidente quando la direttrice spiega alla vulnerabile Sara, rimasta orfana, e che aveva trovato la sua unica amica proprio in Miranda, che dovrà tornare all’orfanotrofio perché la sua retta non stava venendo più pagata. Miranda rappresenta tutte le incarnazioni del femminino sacro che la storia ha tentato di sopprimere: è Kore discesa volontariamente negli Inferi per conquistare la conoscenza proibita; è Iside che ricompone pazientemente il corpo smembrato di Osiride, restaurando l’unita perduta; è Afrodite titanica che difende gli ultimi capisaldi del sacro contro l’invasione degli Olimpi; è Maria Maddalena, apostola degli apostoli, esiliata dalla storia ufficiale ma custode del vero insegnamento; è Ipazia, la cui sapienza fu dilaniata dalla furia iconoclasta del nuovo ordine; è ogni donna sapiente arsa sul rogo come strega per aver osato conoscere i segreti della natura. Eppure, nonostante tutti i tentativi di cancellazione – il ferro, il fuoco, la calunnia, l’oblio –, il principio femminile sacro permane, indistruttibile.
Come Miranda che scompare nella roccia solo per tornare in forme sempre nuove, il femminino divino riemerge costantemente dalle profondità dell’inconscio collettivo, irriducibile a ogni tentativo di domesticazione o annientamento. Nel mondo moderno, caratterizzato dalla totale desacralizzazione e dalla riduzione di ogni cosa a merce, il riemergere di questo principio assume carattere di urgenza estrema. Solo il recupero del femminino sacro – non nella sua forma degradata e sentimentale, ma nella sua terribile potenza – può offrire una via di uscita dalla sterile dialettica tra patriarcato autoritario e matriarcato regressivo che caratterizza la modernità. La porta stretta nella roccia rimane aperta, a mezzogiorno, per chi ha orecchie per udire il richiamo e occhi per vedere il passaggio. La questione non è se il Sacro esista o meno – il Sacro e eternamente presente – ma se noi possediamo ancora gli organi spirituali necessari per percepirlo. Miranda continua a salire verso Hanging Rock, sempre a mezzogiorno, in quel momento sospeso dove l’eternità tocca il tempo. Spetta a noi decidere se seguirla, attraversare il passaggio stretto, e rischiare di non tornare, o rimanere nel collegio, dove gli orologi continuano a ticchettare verso la morte.
Il cigno bianco ha spiccato il volo. La roccia attende.
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FILIPPO MERCURI
Storico antico e docente, si è laureato presso l’Università di Bologna, dove ha inoltre seguito gli studi di iranistica, approfondendo le tradizioni religiose e filosofiche dell’antica Persia e del mondo indo-iranico. La sua formazione accademica si è concentrata sui sistemi religiosi del mondo antico, con particolare interesse per le forme di sapienza esoterica e iniziatica presenti tra Roma, la Grecia e la Persia. Collabora con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con “Pagine Filosofali”. Suoi contributi sono inoltre apparsi su “Quaderni di Meykane” e “Rivista di Studi Indo-Mediterranei”.
