Il mito dell’Ombra: Orfeo si specchia e vede Narciso – Andrea Solari
Recentemente ho assistito a un convegno che affrontava il tema del mito in un’ottica totalmente allineata con la visione tecnocratica. Tale approccio trattava la mitologia al pari di una ridicola barzelletta, proponendo una sfacciata propaganda di esaltazione del pensiero razionale, tristemente trionfante nella solitudine dei numeri primi! Non ci si stupisce vedere questi personaggi guru della tv affondare le loro fauci sfingee nel mondo della Tradizione, senza mai un contraddittorio. Del resto è sotto gli occhi di tutti constatare dove ci stia portando il progresso della ragione svuotata da contenuti sapienziali. Ma questo, lo sappiamo, è l’obiettivo: esaltare la metafora cervello-computer per promuovere un modello di vita fantascientifico di espansione di coscienza. Fa un po’ sorridere pensare a un ampliamento mentale quando è bastata la nostra piccola psiche a creare disastri. Figuriamoci l’espansione! Se ciò che si alimenta sono soltanto ombre arriveremo sì al dio rovesciato tanto ostile alla tradizione cristiana, ma non troveranno il diavoletto con le corna, bensì l’automa immortale senza spirito al servizio del denaro.
Qui propongo una lettura che spero possa contribuire a una riflessione interiore e non uso questa immagine in modo casuale visto che il tema è lo specchio. Metto a confronto il mito di Narciso con quello di Orfeo ed Euridice come se entrambi si stessero specchiando. Infatti, pare che si possano contemplare in modo rovesciato. Cercherò di essere meno didattico possibile per arrivare a condividere con chiunque questo aspetto. Prendiamo in esame per primo il mito di Narciso così come lo leggiamo nelle Metamorfosi di Ovidio. Il giovane fanciullo, graziato di una bellezza divina, dopo aver rifiutato tutte le ninfe che lo desideravano ardentemente, viene condannato ad innamorarsi perdutamente della propria immagine senza mai possederla. Così, giunto a cospetto di un piccolo stagno vede proiettata la sua immagine sull’acqua venendone sopraffatto dalla bellezza. Folgorato nel cuore non si da pace in quanto non riesce a unirsi con la sua stessa figura che tanto lo seduce. Il poeta, a mio avviso dice qualcosa di straordinario nel mentre descrive il suo tormento:
“Ingenuo che stai a cercare di afferrare un’immagine fugace? Quello che brami non esiste, quello che ami, se ti volti, lo fai svanire”[1].
Narciso è consapevole dell’irrealtà dell’immagine e soprattutto il fatto che:
“…ci divide un sottile velo d’acqua”[2].
Ogni volta che il bel fanciullo distoglie lo sguardo dallo stagno l’immagine svanisce non potendola trattenere e questo provoca in lui una sofferenza tale che lo condurrà alla morte. L’atto del voltarsi lo troviamo narrato in modo rovesciato nel mito di Orfeo ed Euridice, proprio come se entrambi si guardassero allo specchio. In questo mito che troviamo raccontato in modo immortale da Virgilio nelle Georgiche, Il cantore Orfeo scende agli inferi attraversando lo Stige per riportare tra i vivi l’amata Euridice, ma quando giunge in prossimità dell’uscita, quindi in un contesto liminale, si volta verso di lei tradendo il divieto degli dei che gli avevano imposto di non guardarla fino a che non fossero usciti dall’Ade.

Ma lui:
“…e proprio sulla soglia della luce, ahi immemore, vinto nell’animo, si volse a guardare la sua diletta Euridice”[3].
Vinto nell’anima come Narciso, tutti e due sconfitti da una proiezione dell’anima che trionfa come ombra, rappresentata dallo specchio che in entrambe i casi assume una valenza totalmente illusoria. La soglia tra luce e ombra rispecchia il sottile velo d’acqua dello stagno e leggendoli insieme è come se Orfeo voltandosi avesse visto l’immagine triste e sbiadita di Narciso, entrambi dominati dall’inganno. Infatti, Orfeo se non si fosse voltato avrebbe condotto l’ombra alla luce e si sarebbe congiunto a lei. Invece girandosi bramoso ne ha visto soltanto lo spettro, proprio come Narciso sopraffatto dalla sua immagine proiettata nell’acqua. Euridice al confine con il regno dei vivi era ancora un’ombra, era ancora l’immagine riflessa sullo stagno. Di conseguenza, sia Orfeo che Narciso non dovevano guardare lo specchio, tutti e due avrebbero dovuto rivolgere l’attenzione dentro di sé, invece sono stati rapiti dall’apparenza. Non erano ancora pronti a vincere l’inganno della dualità, si voltano perché hanno bisogno di trattenere qualcosa che gli manca e quando dirigono lo sguardo sull’apparenza di questo qualcosa, non possono che constatarne la mera illusione. Nulla manca al cuore che non ha già in se stesso. Se ciò non viene intuito come esperienza sapienziale, allora la regola dello specchio diventa letale. Infatti, Narciso guarda al di fuori dello specchio e si accorge amaramente di non riuscire a trattenere l’immagine dentro di sé, per questo deve sempre tornare a guardarla per provare un sollievo illusorio, mentre Orfeo, al contrario, è guardando l’ombra negli occhi, vinto dalla brama, che si accorge di non poterla possedere, causandone l’allontanamento. Questa è la legge del uomo scisso in se stesso.
In questa prospettiva lo specchio assume una funzione totalmente opposta a quella narrata dal mito di Perseo e la Gorgone, laddove invece è grazie alla sua azione riflessa che l’eroe riesce a non guardare negli occhi il mostro. Tuttavia è da constatare che se lo specchio a livello simbolico è anche da considerarsi come la mente che riflette la realtà fisica e quindi tutte le ombre provenienti da illusorie aspirazioni collettive dominate dalla brama verso il materiale, è anche il “luogo” in cui può avvenire il distacco spirituale. Anche qui troviamo un ambivalenza laddove lo specchio riflette il potere devastante della Gorgone, supremo demone dell’ombra e che tutela ogni forma psichica proveniente dal mondo virtuale e mediatico che impietrisce l’anima degli individui alienandola da se stessa, ma può condurre anche a una condizione disillusa di distacco e di contemplazione interiore, così come Perseo che guardando il mostro riflesso sul proprio scudo riesce a tagliargli la testa.
Il mito ancora una volta è fonte di suggestione. La grande tradizione antica mediterranea ci offre una gamma di sapienza straordinaria, in grado di connettere l’individuo alla sorgente spirituale. Ma la società della razionalità e del pensiero-progresso ci allontana dalle profondità dello spirito educandoci al pensiero-materia, al razionalismo capitalista, laddove al contrario di ciò che esprimeva un saggio giapponese che affermava come agire e sapere siano la stessa cosa, nel mondo uomo-merce prevale il concetto che pensare è agire nel denaro, nella piena fiducia in un progresso della ragione al servizio di un benessere soltanto fisico. Non si vogliano in tale assunto vedervi motivazioni ideologico-politiche ma a parer mio è chiaro che l’ideale tecnocratico sfociantesi nella creazione di una nuova figura di uomo-automa è l’esatta conseguenza di questo progetto di robotizzazione della società.
Personalmente non credo che dal punto di vista naturale sia consolatorio parlare dell’esistenza del male. Soprattutto ritengo una battaglia persa il voler sconfiggere o risolvere il processo vita-morte con atteggiamenti di demonizzazione del dolore e della sofferenza. Credo piuttosto che il male sia l’ossessione da parte del uomo di ritenere l’intelletto uno strumento in grado di sancire una superiorità rispetto alla Natura. Non sappiamo nulla dell’anima che soffia in ogni specie vivente ma sappiamo (intellettualmente) che solo noi siamo degni di “sentire”. L’atto di fondazione della ragione, riconosciuta come tribunale di ogni giudizio possibile sul mondo, coincide con il sorgere oscuro di un ombra collettiva. Da lì in poi, il pensiero concetto si animerà come spettro o fantasma di una realtà della quale non afferra proprio nulla.

L’uomo che guardi la società di oggi non vede che ombre proiettate dal proprio intelletto prendere forma nella propria mente. Queste si manifestano come promesse di qualcosa che egli desidera ardentemente ma in realtà sono soltanto immagini di natura ingannevole impossibili da trattenere. L’intelletto viene informato attraverso concetti guida che vengono assorbiti come modelli di appartenenza alla comunità, veri e propri imput di comportamento che si basano sulle leggi del condizionamento classico: stimolo sociale (non animico) – comportamento – piacere (piacere illusorio). Nell’oscenità del mondo apparente, l’individuo è sintesi di questa tripartizione e il devastante malessere che ne consegue dipende dal permettere a questa azione psichica collettiva di orientare l’esistenza. Orfeo nel voltarsi ha mostrato che il suo non era vero amore perché altrimenti avrebbe avuto fiducia nella presenza di Euridice, invece il fantasma lo ha sedotto intimandogli di guardarla. Narciso ama follemente l’ombra e non riesce a distaccarsene fino a morire per la brama di possederla. Entrambi sono il riflesso del uomo contemporaneo circuito dal freddo piacere dei mondi virtuali, laddove il continuo abbassare la testa verso il telefono cellulare ricorda il gesto tormentato di Narciso di affacciarsi continuamente sullo stagno per cercare appagamento nell’ombra.
Note:
[1] Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, libro III, Einaudi 2015, p. 113
[2] Ibidem, p.114
[3] Publio Virgilio Marone, Georgiche, BUR Classici 2010, p.347.
Andrea Solari
