Il mito in Pavese: la soglia dell’umano – Chiara Toniolo
Molti fra noi avranno avuto occasione, negli anni della giovinezza, di avere tra le mani almeno un romanzo di Cesare Pavese (9 settembre 1908-27 agosto 1950): “Paesi tuoi”, “La luna e i falò”, “La bella estate” sono solo alcuni dei titoli delle opere che hanno accompagnato la preparazione di una interrogazione alle Superiori o di un esame all’Università. Nel mio caso specifico posso dire che il primo incontro con la sua letteratura avvenne all’ultimo anno del Liceo quando la mia professoressa di allora, poco prima della maturità, ci invitò a leggere autonomamente “La luna e i falò” accennandoci solo brevemente alcune notizie biografiche di questo autore, ma non ci fornì abbastanza chiavi di lettura per poterci aiutare a contestualizzare il suo lavoro. Presa dalla curiosità decisi tuttavia di cogliere l’ invito e ricordo di aver letto il romanzo in un pugno di giorni tra un ripasso e l’altro in vista degli esami; non ci capii nulla o meglio, lo considerai come un racconto poco formativo, non scorrevole e che mi aveva lasciato un senso di incompiuto, come se non fosse stato terminato. Pavese mi apparve come un solitario, ossessionato dalle sue colline piemontesi, un uomo che amava i dialoghi inconcludenti e gli episodi sanguinosi e, a tratti, quasi macabri. Inutile dire che fu una lettura che non mi aveva in alcun modo colpita, era uno dei tanti testi che si leggono a scuola e, diciamola tutta, non ci piacciono poi granchè. Restituii il libro alla biblioteca del paese e non mi sfiorò minimamente il dubbio che forse non avevo colto qualcosa, o che forse mi mancassero delle nozioni per poter realmente apprezzare un romanzo del genere e, soprattutto, non pensai nemmeno di acquistarlo e magari rileggerlo. Pavese entrò quindi in quella estate nella mia vita e ne uscì praticamente subito.

Quando negli anni a venire lo sentivo nominare come un grande letterato e scrittore del nostro Dopoguerra in Tv o all’Università, rimanevo alquanto dubbiosa e cominciai a pensare che la sua fama fosse fondamentalmente immeritata e che fosse diventato un autore noto non tanto per la sua genialità, ma perchè si era tolto la vita in giovane età e quindi non erano i suoi meriti letterari che venivano ricordati, ma le sue vicende personali. Fu molti anni dopo che scoprii di essermi sbagliata: accadde infatti che durante la preparazione ad un concorso pubblico ripresi tra le mani i miei tomi della Letteratura Italiana e, cercando di ricordare un po’ di poetica degli autori del ‘900, mi imbattei di nuovo in Pavese e lessi di questi Dialoghi con Leucò, di cui non ricordavo di aver mai udito il nome, dove l’autore faceva parlare dei personaggi del mito. Sgranando gli occhi decisi che avrei dovuto immediatamente leggere questo testo; recuperai in pochi giorni il libro e, incurante di qualunque introduzione e commento, lessi direttamente il primo dialogo dal titolo “La nube”. [1]
(Parlano la Nube e Issione)
LA NUBE C’è una legge, Issione, cui bisogna obbedire.
ISSIONE Quassù la legge non arriva Nefele. Qui la legge è il nevaio, la bufera, la tenebra. E quando viene il giorno chiaro e tu ti accosti leggera alla rupe, è troppo bello per pensarci ancora.
LA NUBE C’è una legge, Issione, che prima non c’era. Le nubi le aduna una mano più forte.[2]
Rimasi senza parole: la forza evocativa di queste poche battute così equilibrate e brevi in opposizione alla vastità cosmica che racchiudevano, mi fece letteralmente innamorare e caddì preda di un’ossessione che mi portò in poco più di un anno a leggere non so più quante biografie di Pavese,[3] i suoi romanzi e ogni possibile riferimento al suo rapporto con il mito nella stesura dei Dialoghi.[4] Trovai un mondo ad attendermi: oltre alle vicende biografiche dell’uomo, penetrai nella stanza della mente dello scrittore che aveva riscoperto il valore e la potenza del mito e aveva contribuito, con il suo lavoro alla Einaudi, a farlo giungere fino a noi.[5] Scoprii che gli autori moderni che tanto avevo amato e che avevano parlato del mito -Otto e Kerényi fra tutti- erano stati editi per la prima volta in italiano grazie a Pavese e anche la versione dell’Iliade su cui tanto avevo studiato all’Università, quella tradotta da Rosa Calzecchi Onesti[6], era stata voluta caldamente da lui e mi sentii sulla giusta strada, sentii di stare seguendo un percorso che mi stava conducendo su una pista che era stata tracciata dalla mente e dalla sensibilità di un uomo straordinario. Lentamente compresi ciò che non avevo capito nella mia prima giovinezza: al di sotto delle vicende dei personaggi dei romanzi di Pavese, si celavano gli studi di questi autori, le loro scoperte sull’origine dei miti più antichi come quelli descritti da Frazer nel Ramo d’oro.[7]
I Dialoghi con Leucò erano nati da questo fertile terreno di studi in un momento storico, a guerra finita,[8] che aveva lasciato un mondo senza più forma né voce: le parole che un tempo bastavano — quelle del romanzo, della cronaca, della politica — erano apparse a Pavese vuote, inservibili e allora egli aveva capito che per dire la verità occorreva tornare indietro, non nella storia, ma nel suo fondo originario: nel mito.
Il mito, per lui, infatti non era mera invenzione poetica, ma un luogo reale della mente, una memoria che precede la coscienza, un linguaggio animico che non bisogna che sia spiegato, ma che và lasciato parlare di nuovo. Questa fu la vera genesi dei Dialoghi: la ricerca di una lingua che potesse contenere l’antico senza tradirlo, che facesse parlare ancora gli Dèi e gli eroi di cui l’umanità sembrava essersi scordata. In quelle conversazioni sospese tra immortali e uomini, Pavese restituiva al mito la sua nudità animica originaria e non allegorica: ogni incontro, allora come oggi, diviene una soglia, un luogo dove il divino si fa terrestre e l’umano si sporge verso l’eterno. Il mito, come lui sapeva benissimo, non consola; non spiega nulla, semplicemente accade in eterno e infatti le sue storie e i suoi personaggi non appartengono al passato, ma ad un eterno ritorno. Ogni voce — Leucò, la madre, la belva — parla da un confine che è insieme dolore e rivelazione senza che vi sia alcun appiglio teologico o filosofico poichè c’è solo il movimento continuo del sacro che diventa un inafferrabile infinito presente.
Scrivere questi dialoghi è stato per Pavese un rito di attraversamento. Ogni conversazione che noi oggi leggiamo è una lenta destrutturazione della natura umana e del suo ego, l’Io psicologico arriva ad essere leggero, privo di qualunque spessore e, alla fine, si volatilizza davanti a noi lettori increduli che nella forma del dialogo abbiamo sempre cercato le risposte ai grani quesisti dell’esistenza. Gli Dèi di Pavese non insegnano: interrogano. Chiedono agli uomini che cosa rimane della loro antica sapienza, e gli uomini rispondono con un silenzio pieno di vertigine. La lingua si riduce, si purifica: nessun aggettivo superfluo, nessun pathos, resta solo la parola nuda, scavata come pietra.
Un testo così ricco e complesso non poteva che nascere da un’ esperienza di vita vissuta con profonda intensità e, infatti i Dialoghi nascono dal rapporto tra Cesare Pavese e Bianca Garufi legati da un’intensa corrispondenza e da una collaborazione letteraria. I due, incontratisi all’Einaudi di Roma, vissero un legame che, pur non trovando compimento sul piano sentimentale, divenne terreno di elaborazione poetica e di riflessione. Bianca Garufi, figura colta e riservata, interprete dei linguaggi simbolici della psiche in chiave junghiana e del mito, rappresentò per Pavese un interlocutore privilegiato, capace di coniugare introspezione psicologica e rigore intellettuale.[9]
Il titolo stesso, Dialoghi con Leucò (che in greco significa “la bianca”) — allude con evidente gioco di traslitterazione al nome della Garufi, ma soprattutto ne assume il valore simbolico: la “bianca” come figura liminale, custode della soglia fra umano e divino, vita e morte, tempo e memoria come era la Leucò omerica. [10]

I Dialoghi sono così il frutto di una duplice tensione: da un lato l’esigenza di rifondare, attraverso il mito, un linguaggio capace di dire l’esperienza universale della finitezza; dall’altro, la necessità di sublimare un’esperienza personale di amore e fallimento in una forma assoluta, rituale. L’influenza della Garufi — la sua attenzione al simbolo, la sua formazione junghiana, la sua lettura del mito come codice dell’inconscio collettivo — è avvertibile nella costruzione stessa dell’opera, che diventa un “laboratorio mitico” in cui Pavese trasforma l’intimità biografica in dialogo archetipico.
Quando nel 1947 il libro esce con Einaudi, molti non capiscono: non è poesia, non è narrativa. È un oggetto senza genere, come un frammento antico restituito alla luce. Lì dove l’esperienza e la parola coincidono, dove la ferita diventa sapienza, Pavese ritrova la forma più pura del suo destino: dare parola a ciò che non può essere detto, e lasciare che il mito continui, in silenzio, a parlare per noi.
Per Cesare Pavese, i Dialoghi con Leucò costituirono l’esito più alto e consapevole della propria ricerca poetica. In essi egli riconobbe il compimento della sua indagine sul mito, sulla parola e sul destino umano. L’opera divenne per lui un testamento artistico, la prova che la letteratura poteva farsi conoscenza e rito insieme. Non a caso egli stesso vi tornò negli ultimi giorni della vita, scrivendo sulla prima pagina della propria copia il messaggio che sarebbe stato letto come il suo epitaffio: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Queste parole assumono oggi il valore di un sigillo definitivo: Pavese riconosceva in quel libro il compimento del suo pensiero, la soglia in cui la riflessione sul mito si fa esperienza esistenziale. Il tono dimesso e quasi domestico della formula (“va bene?”) contrasta con la gravità del gesto, restituendo la voce di chi, di fronte alla morte, cerca ancora una forma di misura e di pudore.
Questa breve introduzione vuole essere ovviamente un invito alla lettura dei Dialoghi, ma segna anche l’inizio di un percorso che intende sviluppare, in diverse fasi, un’analisi dei Dialoghi con Leucò attraverso alcuni nuclei mitici scelti, letti come tappe di un’unica meditazione sul rapporto fra umano e divino. Ogni sezione si concentrerà su un gruppo di dialoghi emblematici, articolati secondo i grandi temi che segnano il cammino dell’opera: il corpo e la soglia, dove il mito prende forma nella materia e rivela la coscienza nascente dell’uomo; il desiderio, la colpa e la memoria, in cui la parola poetica si fa custode della ferita e del limite e infine il tempo e il ritorno, dove il sacro sopravvive nella nostalgia e nella sapienza del congedo. In questo itinerario, i racconti e le figure mitiche non verranno letti come allegorie, ma come epifanie del pensiero pavesiano: ognuno di essi illuminarà un diverso modo di dire l’esperienza del vivere e del morire, la sostanza della memoria del sacro nella parola umana.
Note:
[1]L’edizione a cui io faccio riferimento è quella edita presso Adelphi nel 2021.
[2] “La nube” in Dialoghi con Leucò, Adelphi 2021.
[3] Per approfondire si consiglia: L. Mondo, Quell’antico ragazzo. Vita di Cesare Pavese, Guanda 2021 e M. Lanzillotta, Cesare Pavese. Una vita tra Dioniso ed Edipo, Carocci 2022.
[4] F. Calì, Quel che è stato sarà. Un commento ai “Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese, Bonanno Editore 2007; A. Porcaro, I “Dialoghi con Leucò” tra letteratura e cultura classica, Youcanprint 2020; A. Comparini, La poetica dei “Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese, Mimesis Edizioni, 2017.
[5] Pavese lavorò alla Einaudi dal 1938 fino alla sua morte nel 1950. Il suo apporto alla casa editrice è stato molto importante soprattutto perchè fu grazie a lui e a Ernesto de Martino che nacque la mitica Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici, detta anche“Collana viola” per il colore della cornice in copertina, che portò in Italia gli studi di Eliade, Otto e Kerényi e di molti altri.
[6] Il caso dell’Iliade tradotta da Rosa Calzecchi Onesti, che ancora oggi è una delle più belle traduzioni in commercio, è molto interessante: la studiosa era stata allieva di Mario Untersteiner, filosofo che si occupò a lungo di presocratici e mito greco (noto è il suo testo: Fisiologia del mito, Einaudi 1946), il quale la propose a Pavese affinchè le venisse affidata la mastodontica traduzione dei poemi omerici.
[7] Einaudi pubblico una parte del Ramo d’oro nella “Collana Viola” nel 1950.
[8] Pavese li scrisse tra il 1945 e il 1946/47 e li pubblico per la prima volta nel 1947 ovviamente con Einaudi.
[9] I due ebbero una breve, ma intensa storia d’amore che segno probabilmente più Pavese che la Garufi. Tuttavia insieme scrissero il romanzo Fuoco grande che rimase incompiuto. Sui contributi della Garufi nella poetica di Pavese si è scritto moltissimo, per brevità si consiglia M. Masoero, Una bellissima coppia discorde. Il carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi (1945-1950),Olschki 2023.
[10] Il nome Leucò rimanda alla figura omerica di Λευκοθέη (Leucòtea), la “dea bianca”, sotto la quale viene divinizzata Ino, figlia di Cadmo e moglie di Atamante. Nell’Odissea (V 333-353; 366-381) Leucòtea appare a Odisseo naufrago, impietosita dalle sue sofferenze: gli offre un velo (κρήδεμνον) che lo proteggerà dalle onde, invitandolo ad abbandonare la zattera e a gettarsi in mare. Dopo averlo salvato, la dea si rituffa nel profondo.
Chiara Toniolo
