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Il Saggio non tema la morte: riflessioni sulla dottrina di Lucio Anneo Seneca – 1^ parte – Pietro Missiaggia
1.1.CENNI BIOGRAFICI E TEMPORALI
La vita di un pensatore che sia a noi lontano o vicino nel tempo è essenziale per comprendere la sua opera che è soggetto al suo divenire terreno. Sembra che, accettando ciò, nemmeno Lucio Anneo Seneca faccia eccezione: infatti la sua biografia e la sua opera si intrecciano come quella di qualsiasi altro uomo di pensiero.
Seneca nasce a Cordova probabilmente intorno agli anni 4 a.C. – 1 d.C., da una ricca famiglia di coloni romani stanziata da generazioni in terra iberica, e fu il secondo di tre figli[1]. La sua vita e il suo pensiero devono essere compresi anche alla luce dell’evoluzione dello Stoicismo, che si articola tradizionalmente in tre fasi: una fase antica rappresentata per lo più da Zenone e Crisippo, più sistematica e speculativa; una fase media con maggiori rappresentanti nelle figure di Panezio e Posidonio, aperta al dialogo con altre scuole filosofiche; e una fase romana o tarda, maggiormente orientata all’etica pratica e alla terapia delle passioni. È in quest’ultima fase, chiamata anche neostoicismo, che si inserisce Seneca, insieme ad Epitteto e a Marco Aurelio e la cui riflessione morale nasce in stretto rapporto con le condizioni politiche e sociali del suo tempo. Il suo pensiero è essenzialmente una filosofia dell’azione, pratica, svincolata da sistemi teoretici troppo astrusi o semplicemente fumosi.

Seneca si trasferirà a Roma sin da giovane, ove ricevette un’educazione retorica e filosofica elevata, a contatto con figure dell’intellighenzia dell’epoca e con un clima culturale ricco ma anche segnato dall’instabilità politica dell’età giulio-claudia. La sua salute fragile e l’atmosfera sospettosa delle corti imperiali contribuirono a orientarlo verso un’etica del distacco, della disciplina interiore e della consapevolezza della precarietà umana. Come ricorda Concetto Marchesi «durante il regno di Caligola, Seneca godette certamente di un invidiabile stato»[2]: in questo frangente Seneca si troverà a confrontarsi con la retorica dell’età imperiale ed a scontrarsi con l’imperatore soprattutto poiché questi non sopportava la sua eloquenza e cercò anche di farlo eliminare senza successo: anche perché, nonostante «le sue manie di monarca assoluto orientale»[3] non era producente eliminare un pensatore abile nell’eloquenza come Seneca. A Caligola succedette Claudio, imperatore molto debole, ed in questo frangente avvenne un fatto strano che portò all’esilio Seneca accusato di adulterio con Giulia Livilla, sorella di Caligola e cugina di Messalina, moglie dell’imperatore Claudio. Di fatto fu una mossa politica di Messalina che puntava ad eliminare sia la figura di Giulia Livilla considerata pericolosa sia lo stesso Seneca: ciò fu – come definisce sempre Marchesi – per Seneca «una sventura improvvisa [che] si abbatté su di lui»[4]. Seneca venne condannato all’esilio nell’isola della Corsica considerata un «luogo desolato, e, per certi aspetti, barbaro […] pesava su di lui uno squallore di vita e una grande solitudine spirituale»[5]. Però l’esilio in Corsica, imposto nel periodo Claudiano nel 41 d.C., anno anche dell’esecuzione di Giulia Livilla[6] , costituì un momento di forte maturazione filosofica: lontano dalla vita pubblica, Seneca approfondì temi che diverranno centrali nella sua opera, quali il rapporto con le emozioni, l’autosufficienza morale e la capacità di trasformare la sventura in occasione di crescita interiore, infine matura un atteggiamento distaccato e sicuro di fronte alla morte.
Richiamato a Roma nel 49 d.C. grazie ad Agrippina, moglie e nipote di Claudio riuscì a farsi strada verso il potere imperiale e Seneca fu incaricato dell’educazione del giovane figlio Nerone e divenne poi uno dei principali consiglieri del nuovo princeps. Durante i primi anni del suo governo, il cosiddetto quinquennium Neronis, Seneca cercò di temperare l’azione politica dell’imperatore attraverso un’etica della moderazione, della clemenza e dell’uso razionale del potere. I primi anni di potere infatti nonostante la figura ingombrante di Agrippina si ebbe un governo composto dal dualismo della figura di Seneca e di Burro prefetto del pretorio. Infatti come ricorda Tacito «questi due uomini governavano la giovinezza dell’Imperatore [Nerone], e – cosa rara tra uomini associati nel potere – concordi, con arti diverse adoperavano ugualmente la loro autorità, Burro con il talento militare e la severità dei costumi, Seneca coi precetti dell’eloquenza e con decorosa affabilità»[7]. Tuttavia, col progredire dell’autoritarismo di Nerone e la morte della madre Agrippina, forse avvelenata da questi, la posizione del filosofo divenne sempre più difficile: il suo progressivo allontanamento dalla vita politica fu presentato come una scelta filosofica, ma rispondeva anche all’esigenza di sottrarsi a un ambiente divenuto imprevedibile e pericoloso: infatti anche Burro nell’anno 62 morì, non è chiaro se per malattia o per veleno somministrato per ordine del giovane imperatore: la politica imperiale sarà dominata dal «consigliere e istigatore di Nerone, Onofio Tigellino, uomo crudele e ribaldo»[8]. Il ritiro a vita privata per Seneca sembra l’unica soluzione in un contesto di delegittimazione politica che colpiva le cerchie intorno a lui. Fu proprio in questi anni di ritiro che compose alcune delle sue opere più influenti, tra cui le Lettere a Lucilio, nelle quali lo “stoicismo attivo” di Seneca si fa guida quotidiana, esercizio spirituale e pratica di liberazione interiore di fronte ad un mondo, come quello che aveva visto più volte decadere e resuscitare come quello del tardo Impero, Seneca.
Accusato infine di complicità nella congiura dei Pisoni poiché sembrerebbe che in questa congiura come ricorda sempre Marchesi: «qualcuno pensava dovesse affidarsi l’impero a quel vecchio solitario filosofo che nei primi sei o sette anni del principato neroniano aveva dato un ottimo e inatteso esempio di buon governo»[9].
Seneca fu quindi costretto al suicidio nel 65 d.C. per ordine di Nerone. La sua morte, raccontata come lucida e dignitosa, contribuì a consegnarlo alla memoria come esempio di coerenza stoica. Infatti come ricorda Tacito negli Annales: «Seneca intanto, siccome la situazione perdurava e per la lentezza della morte, prega Stazio Anneo, da lui apprezzato da molto tempo per la lealtà dell’amicizia e per l’arte della medicina, di tirar fuori il veleno precedentemente preparato con cui venivano uccisi i condannati in un pubblico processo degli Ateniesi; e quando gli fu portato lo bevve inutilmente, ormai freddo nelle membra e col corpo bloccato nei confronti dell’effetto del veleno. Alla fine entrò in una vasca di acqua calda, spruzzando i più vicini degli schiavi, aggiunta la frase che lui libava quell’acqua a Giove liberatore. Da lì, portato nel bagno e soffocato dal suo vapore, viene cremato senza alcuna cerimonia di funerale. Così aveva prescritto nel testamento, quando ancora molto ricco e molto potente provvedeva ai suoi ultimi momenti»[10]. La scelta del veleno per velocizzare la morte dopo essersi tagliato le vene delle gambe nonché quella di farsi soffocare dal vapore è degno esempio di chi non temendo la morte, vista solo nel suo stato fisico-logico e non ontologico essendo semplicemente non essere: passa oltre, dando così prova di olimpica serenità ed altezza di spirito.
La vita e l’opera di Seneca, profondamente influenzate dalle tensioni dell’Impero romano del I secolo, mostrano come certe interpretazioni dello stoicismo romano sia una Weltanschauung, come la chiamerebbero i moderni, che nasce non solo dai principii, ma dalle prove concrete dell’esistenza e dalle sfide poste dal potere imperiale: in sintesi dall’azione che rende concreta la filosofia che non è tale se disgiunta dalla praxis. Infatti la grandezza di Seneca oltre al sapere morire, in coerenza ai propri principii, fu quella di superare il mero stoicismo cioè di muovere da esso ma come ricorda il già citato Marchesi «non sempre vi ritorna»[11]. Verso dove Seneca si muove? Dopo questo breve sunto biografico l’obbiettivo che ci si prefiggerà sarà discutere della morte alla luce della sua dottrina: e quindi rispondere a tale domanda. Ove Seneca col suo pensiero, la sua praxis si muove? Cosa ci vuole comunicare di fronte alla morte?
1.2.ANALISI DELL’EPISTOLA IV DELLE LETTERE A LUCILIO “IL SAGGIO NON TEME LA MORTE”
Nell’Epistola IV delle Lettere a Lucilio, Seneca affronta il tema della morte, che ricorre anche in altre epistole e in diverse sue opere. La riflessione prende avvio dall’affermazione secondo cui «Seneca [ch’egli] è bono morire, tanto com’egli piace a vivere»[12], ossia – è bene morire, così come è bene vivere-, espressione che sintetizza efficacemente la sfida filosofica posta dal testo. A partire da questa breve epistola — che merita un’analisi limpida — si procederà a una parafrasi, facendo riferimento all’edizione Rizzoli del 1974, tradotta da Giuseppe Monti.
L’epistola si apre con un’esortazione che da buon maestro, Seneca fa a Lucilio ovvero quella che si proverà «anche piacere nell’atto di correggere ed educare il tuo spirito, ma quando lo potrai contemplare limpido e puro da ogni macchia, ben sarà la tua gioia»[13] ed auspica per il giovane la piena maturità spirituale, che non avviene solo con la maturità anagrafica ma con la capacità di saper gestire e superare i propri turbamenti interiori, raggiungendo così la vera felicità attraverso l’imperturbabilità di fronte agli avvenimenti del divenire della vita e soprattutto della morte.
Seneca continua la sua trattazione mettendo in guardia il giovane dal non farsi bloccare nella puerizia, ovvero quella condizione di essere ancora “infanti” proprio di chi è giovane, non maturo che è un dato quasi fisiologico insito in ogni essere umano bensì la puerilità. Cosa intende? Che il puerile è colui che ha «l’autorità dei vecchi e i difetti dei fanciulli, anzi degli infanti» . Infatti nel momento in cui scrive, l’Impero è sotto Nerone che, con Onofio Tigellino esercita l’autorità gerontocratica di stampo orientale simile a quella di Caligola, di Messalina e del debole Claudio nonché di Agrippina, ma che al tempo stesso insiste a comportarsi con i tipici difetti capricciosi dei governanti dominati da passioni che li corrompono e corrodono. Ne consegue che essi sono più simili ai fanciulli e agli infanti con cui condividono i peggiori difetti. Questo può succedere ovviamente anche per chi non è maturo spiritualmente, sia esso un governante o un uomo che si avvicina a una comprensione ed avanzamento dato dalla praxis nel pensiero. Infatti, sempre Seneca osserva come «i fanciulli si spaventano per cose di poco conto, gl’infanti per vane parvenze; noi abbiamo paura delle une e delle altre»[14]. Sembra che sul capo di ognuno penda la spada della paura data dall’immaturità dell’animo. Seneca continua l’esortazione affermando che Lucilio deve continuare nei suoi progressi spirituali e così facendo arriverà a sentire in sé l’inaudita frase ovvero che «sono meno da temere proprio quelle cose che fanno più paura»[15]. La cosa che fa più paura od almeno una delle cose che fanno più paura od alla radice di ogni paura primigenia è la morte. Seneca però è lapidario: infatti dichiara che «non ha importanza ciò che sta alla fine. La morte viene verso di te: sarebbe da temersi se potesse rimanere con te; ma, per necessità, o non è ancora venuta, o quando è venuta, passa oltre»17. Secondo il suo pensiero, se «la morte del corpo è un evento inevitabile»[16] è pur vero che «l’uomo e la morte non si trovano mai insieme»[17]. Infatti la morte non può rimanere con l’uomo: quindi, appena arriva, bisogna passare oltre. Questo è il primo suggerimento dato da Seneca.

Seneca poi risponde a Lucilio che gli fa presente quanto sia “difficile abituare la nostra mente al disprezzo della vita”. Ma in che cosa si concretizza il disprezzo della vita? Al non temere la morte? Chi disprezza la vita è spesso chi si uccide per via di frivoli e futili motivi; ovvero chi si uccide impiccandosi «davanti alla porta dell’amica; [al] servo [che] si getta dal tetto per non sentire i rimbrotti del padrone; un altro si caccia un pugnale nel petto per non tornare a quel lavoro servile da cui era fuggito». Bisogna quindi «rammentare che Seneca discorre e [si lamenta] di coloro che si davano [alla] morte»[17] : essi oltre che disprezzare sul serio la vita perché non sono andati oltre la paura della morte si danno ad essa perché sono «annoiati della vita»[18]. L’annoiato dalla vita, ovvero il suicida è colui che pensa a prolungare la vita e quindi teme la morte; il pensare a prolungarla o temere la morte è il vero disprezzo per la vita stessa che porta a darsi alla morte stessa poiché ancora schiavi della paura. Quindi come porsi per Seneca di fronte alla paura per la morte, come chi camminando sulla strada della sapienza dovrebbe porsi verso d’essa:
«Tu, invece [riferendosi a Lucilio], sii sempre pronto a lasciare con animo sereno questa vita, a cui tanti si attaccano, come chi è travolto da un vorticoso torrente tenta di aggrapparsi ad ogni arbusto. Gli uomini, in maggioranza, ondeggiano tra il timore della morte e i tormenti della vita; non hanno il coraggio di vivere, né sanno morire. Se vuoi rendere gioiosa la tua vita, lascia ogni preoccupazione per essa. Nessun bene giova a chi lo possiede, se il suo animo non è pronto a perderlo; ed è più facile accettarne la perdita se, una volta perduto, non può essere rimpianto. Perciò prepara virilmente il tuo spirito a quanto può capitare anche ai più potenti»23.
Quindi colui che è verso la strada per la saggezza, dopo essersi lasciato da parte i turbamenti tipici di chi era infante, ha saputo vedere la morte come qualcosa a cui è indifferente: nella sua serenità è sempre pronto a lasciare la propria vita. Non essendone attaccato, egli sa di morire ma sa pure vivere e perciò prepara lo spirito, in senso virile ad accettare la soglia data dalla morte che si presta verso chiunque, anche verso i più potenti. Infatti «Seneca sapeva […] che l’incapacità di affermare la vita non implica la capacità di affermare la morte. Anche la vita di quelli che hanno perduto la volontà di vivere è dominata dall’angoscia del fato e della morte. Questo sta a dimostrare che la raccomandazione stoica del suicidio non è diretta a quelli che sono vinti dalla vita, ma a quelli che, vinta la vita, sono in grado di vivere e morire, e possono scegliere liberamente fra l’una e l’altra cosa. Il suicidio come fuga dettata dalla paura è contraddizione con il coraggio storico di vivere»[19]. Da ciò si evince che il suicidio è una fuga e chi non ha turbamento passa semplicemente oltre la morte; non si uccide poiché se così facesse accetterebbe la morte non come in-differente bensì come differente da sé facendo propria da non-essere quale è la morte diventerebbe parte dell’essere di chi decide di sopprimersi perché incapace di affermarsi.
Sospendendo per un attimo la nostra trattazione della Epistola IV, ci si potrebbe accusare Seneca di contraddizione, od almeno di una sua contraddizione postuma, quando si troverà nella condizione di suicidarsi su obbligo di Nerone. In realtà non c’è alcuna contraddizione: secondo la prassi del Tardo Impero, alle personalità influenti veniva concessa la possibilità di togliersi la vita in alternativa alla pubblica esecuzione. La coerenza risiede però soprattutto nel modo in cui Seneca scelse di morire: «Seneca si tolse la vita non lanciandosi da una rupe o gettandosi in un fiume, ma tagliandosi le vene dei polsi, ossia scegliendo di morire lentamente. Lentamente si dissanguò e in questa lentezza vi era l’autentica consapevolezza della morte. Questo tipo di suicidio, assieme alla morte per inedia, era la classica forma di suicidio del mondo stoico poiché conservava la libertà di scelta fino all’ultimo momento, assieme alla piena consapevolezza del proprio atto»[20]. Nessuna contraddizione, dunque: scegliere una morte lenta di fronte a ciò che gli veniva imposto dall’esterno significava portare la decisione su ciò che non può essere controllato, rendendo il gesto pienamente coerente con l’insegnamento stoico da lui professato.
Seneca afferma che nella vita la morte spesso viene decisa da chi è crudele e barbaro: nessun sovrano, per quanto potente ed intransigente potrebbe evitare la sua morte anche per mano violenta data da uno schiavo. Infatti Seneca ricorda al giovane Lucilio che «nessun uomo salì tanto in alto, da sottrarsi alla minaccia di tutto quel male che la sorte gli aveva permesso di fare ad altri». Infatti nemmeno il Tiranno più autocratico potrebbe sottrassi dalla pugnalata data dallo schiavo perché la morte incombe sempre sull’uomo, sia essa violenta o dolce.
Da qui, sotto un piano pratico, si potrebbe dedurre che chiunque potrebbe temere morte violenta e la presente tranquillità come indica Seneca non è da prendere come buona amica: chiunque potrebbe metterci un coltello alla gola. Se un potente, che detiene il potere politico non avesse potere di vita o morte, su di me potrebbe averla persino uno schiavo, una persona comune. Si potrebbe sostenere che libero da una certa paura della morte è chi su di me afferma «l’esser disposto a mettere a rischio la sua vita è [quindi] padrone della tua [per citare lo stesso Seneca]»[21]. Infatti si può leggere in una vecchia edizione italiana del De Clementia dello stesso Seneca che citiamo parafrasandola in italiano corrente: «se si concede la vita, si rende la dignità a chi corre il rischio meritatamente di perderla, fa ciò che non è dato a persona, se non a colui che tutto governa. Perciò la vita la si toglie anche ai superiori ma solo agli inferiori può darsi [spiegazione della clemenza da parte di chi ha il potere di vita e morte]»[22]. La spiegazione della clemenza data su una morte da un sovrano la si dà al povero di spirito, che chiede ciò, la vita la si può togliere anche all’alto di spirito e ciò può farlo chiunque abbia potere su di me, sotto il piano della mera contingenza che sia il sovrano o lo schiavo. Seneca quindi continua «che t’importa, dunque, quanto sia potente l’uomo che temi, se c’è sempre qualcuno che può farti ciò che temi?».
L’unica cosa che si può fare è il dire di sì alla morte poiché «dal momento in cui sei nato, tu sei avviato alla morte»[23]. Bisogna sempre avere in mente il pensiero della morte, per accettarlo e
«aspettare sereni quest’ultima ora, la cui paura ci rende inquiete tutte le altre». Qui Seneca è chiaro e diventa, nella sua grandezza sapienziale non solo teoretica bensì un uomo d’azione: «una figura, una strada: una maniera di accettare la vita e la morte»[24].
Seneca conclude il suo insegnamento nella nostra epistola, citando una massima di quelli che chiama “i giardini altrui”, ossia gli epicure: «è una grande ricchezza una povertà ordinata secondo la legge della natura»[25] Tale massima è simile alla xxv massima capitale di Epicuro che recita «se in ogni circostanza non rapporterai la tua azione al fine secondo natura, ma, nella scelta o nel rifiuto, ti indirizzerai ad altro fine, le tue azioni non saranno in coerenza con le tue parole».[26] In effetti, anche per certa critica sembra che questa massima abbia accompagnato certe tendenze nelle prime epistole a Lucilio: la sentenza «originale doveva essere molto vicina alla Sentenza Vaticana 25»[27]. Seneca chiarisce che i limiti della legge di natura sono il non «soffrire la fame, né la sete, né il freddo»[28] , quindi beni materiali, successi politici, glorie militari sono superflui. Qui si è chiaro: noi tutti ci affanniamo per ciò che è superfluo quando ciò che basta è alla portata di mano. In questo insegnamento, che apparentemente ad una mente moderna potrebbe essere discostante dall’Epistola, ci insegna che il Saggio non ha bisogno di temere alcunché, la vita gli è di fronte e la morte la deve accettare secondo leggi di Natura: egli ha imparato a camminare e, se ha ancora delle titubanze deve continuare a provarci e solo così attraverserà la paura affrontando la vita e la morte con piena sovranità[29].
Note:
[1] Cfr. GIOVANNI REALE, Sulla vita e sulle opere di Seneca in LUCIO ANNEO SENECA, Tutte le opere. Dialoghi, trattati, lettere e opere in poesia, a cura di G. Reale, Milano, Bompiani, 2000, pp. XIII-XIV.
[2] CONCETTO MARCHESI, Introduzione a SENECA, La dottrina morale (antologia a cura di CONCETTO MARCHESI), Laterza, Bari, 1967 p. 7.
[3] GIOVANNI REALE, Sulla vita e sulle opere di Seneca, Cit. p. XVIII.
[4] CONCETTO MARCHESI, Introduzione, Ibidem.
[5] Cfr. GIOVANNI REALE, Sulla vita e sulle opere di Seneca, Cit. p. XXI.
[6] Cfr. ETTORE BARELLI, I tempi di Seneca in LUCIO ANNEO SENECA, Lettere a Lucillo. Volume primo (Libri IIX) (a cura di LUCA CANALI), Rizzoli, Milano, 1974 p. XV.
[7] Cfr. TACITO, Annales, Libro XIII, Cap. 2. citato da CONCETTO MARCHESI, Introduzione, Cit. p. 8.
[8] Cfr. CONCETTO MARCHESI, Introduzione, Cit. p. 10.
[9] Ivi. p. 11
[10] TACITO, La morte di Seneca in Annales, Libro XIV, 60-64 su
<http://www.poesialatina.it/_ns/Greek/tt2/Tacito/Ann10.html> (consultato il 27 novembre 2025).
[11] Cfr. CONCETTO MARCHESI, Introduzione, Cit. p. 16
[12] Cfr. BRUNETTO LATINI, Il tesoro (volgarizzato da BONO GIAMBONI), VOL. III, Gaetano Romagnoli, Bologna, 1880, p. 354.
[13] LUCIO ANNEO SENECA, Lettera 4. Il saggio non teme la morte in Lettere a Lucilio, Cit. p. 15. 14 Ibidem.
[14] Ibidem.
[15] Ibidem.
[16]Ibidem.
[17] VALERIA VIPARELLI, Il senso e il non senso del tempo in Seneca, Loffredo, Napoli, 2000, p. 126.
[18] Ivi. p. 144.
[19] GIACOMO GIRI, Il suicidio di T. Lucrezio. La questione dell’emendatore ed editore della “Natura”, Libreria Carlo Clausen, Palermo, 1895 p. 34.
[20] Ibidem.
[21] Cfr. PAUL TILLICH, Che cos’è il coraggio? Fazi, Roma, 2015 cit. CAP. I, Essere e coraggio (edizione elettronica senza numero di pagine).
[22] PAOLA SIRIGU, Solo un’eresia ci può salvare, Armando, Roma, 2008, p. 171.
[23] Ibidem.
[23] Cfr. LUCIO ANNEO SENECA, Della Clemenza e della Brevità della vita (a cura di RAFFAELE BATTISTA), Tipografia Vincenzo Santanello, Potenza, 1838 p. 13. (trascrizione con adattamento all’italiano corrente). 29 LUCIO ANNEO SENECA, Lettera 4. Il saggio non teme la morte in Lettere a Lucilio, Cit. p. 16.
[25] Ivi. p. 17 Ibidem.
[26] MARÍA ZAMBRANO, Seneca. Con suoi testi scelti dall’Autrice, Bruno Mondadori, Milano, 1998, p. 6.
[27] LUCIO ANNEO SENECA, Lettera 4. Il saggio non teme la morte in Lettere a Lucilio, Cit. p. 17.
[28] EPICURO, Massima Capitale 25 su <https://epicuro.org/old/sentenze/mc25.html> (consultato il 28 novembre 2025).
[29] ALDO SETAIOLI, Seneca e i greci: citazioni e traduzioni nelle opere filosofiche, Pàtron, Bologna, 1988 p. 192. 36 LUCIO ANNEO SENECA, Lettera 4. Il saggio non teme la morte in Lettere a Lucilio, Cit. p. 17.
Pietro Missiaggia
(continua…)
