La medicina visionaria di Ildegarda di Bingen: il rimedio come
Il Saggio non tema la morte: riflessioni sulla dottrina di Lucio Anneo Seneca – 2^ parte – Pietro Missiaggia
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1.3.ALTRE RIFLESSIONI DI SENECA SULLA MORTE RAPPORTATE ALLA SPECULAZIONE MODERNA E CONCLUSIONI.
Dopo aver analizzato l’Epistola IV delle Lettere a Lucilio si possono analizzare altre epistole trattanti il tema della morte per vedere se si evincono punti di contatto o rapporto in ciò che finora è stato trattato.
Nell’epistola XXVI Ti giudicherà la morte si legge che il Saggio, fra cui anche lo stesso Seneca, aspetta quel giorno che «dovrà giudicare tutta la mia vita»[1] nonché potrà giudicare la sua virtù è stata sentita nell’intimo o solo sulle labbra e se le sue parole sono state coerenti con la propria esistenza: Seneca ricorda che a tal proposito bisogna esser prudenti poiché «anche i più vili sono audaci a parole. Apparirà ciò che hai fatto nella vita solo quando esalerai l’ultimo respiro»[2]. Qui l’azione di Seneca viene portata a confronto con la dottrina che veniva, per così dire esplicata sotto il piano teoretico infatti quello che Seneca insiste alla fine di tale epistola XXVI è sempre l’abituarsi al pensiero della morte infatti dice «“abituati a pensare alla morte”. chi dice questo invita a pensare alla libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire: è al disopra e, in ogni caso al “fuori di ogni umana potenza. Che sono per lui carcere, guardiani, catenacci? Egli ha sempre l’uscita alla vita. Non dobbiamo reprimerlo, ma temperarlo in modo che, quando le circostanze lo richiedessero, nulla ci impedisca d’essere pronti a far subito ciò che, prima o poi, bisogna fare»[3] il pensare alla morte è qui visto come esercizio al liberarsi dalla paura, al porsi in una condizione di assoluta libertà invece di rimanere incatenati al pensiero da schiavi che porta non tanto a disprezzare la vita ma anche ad aver paura della morte e quindi a non vivere ed al non saper morire e quindi anche al suicidio che, come dimostra anche la stessa vita di Seneca potrebbe aver senso se si comprende che egli «non esalta la morte in sé per sé, ne tantomeno intende trovare una giustificazione filosofico-morale al suicidio: quello che invece viene esaltato è sempre l’atteggiamento e la giusta disposizione interiore di chi muore. La morte in sé non né un bene né un male, lo diventa, solo in rapporto alla risposta e alla reazione spirituale di ogni uomo di fronte a tale evento»[4].

Si può comprendere il rapporto alla giusta risposta quando – citando Max Pohlenz -si arriva a colui che vincendo la paura per la morte che è una passione, si arriva alla «vittoria più bella [che] tocca a colui che vince sé stesso e le sue passioni»[5]. Infatti noi siamo predisposti a pensare alla morte, così come osserva Karl Jaspers – pensatore novecentesco – secondo cui «l’inevitabilità della morte è motivo di stolta e dissennata disperazione. La disposizione a non pensare alla morte e a dimenticarla, dato che nella nostra consapevolezza è affatto incerto e indeterminato il momento del suo arrivo, è il solo mezzo di sfuggire a tale disperazione»[6]. Seneca in altre epistole delle Lettere a Lucilio scrive a tal proposito parole illuminanti: se è vero che in ogni uomo è inevitabile la disperazione e la conseguente paura che provoca il pensiero della morte che in ogni uomo lo fa «dominare dal terrore e dall’angoscia»[7] e ci fa abbandonare alla «disperazione del nulla»[8], ciò per via di cosa la morte suscita di fronte all’esperienza di chi è vivo ed intravede essa nel proprio caro come ben ricorda anche Seneca noi tutti «siamo destinati alla morte»[9].
È dunque naturale che, di fronte a un destino inevitabile — quello per cui, come ricorda Martin Heidegger, l’uomo è un essere-per-la-morte (Sein-zum-Tode) — ognuno di noi cerchi di eludere questo pensiero, senza mai davvero abituarvisi. Come osserva Seneca, infatti, «nessuno torna volentieri su un pensiero che suscita solo tormenti [come la morte]»[10] Tuttavia, superare la paura della morte, andare oltre pur sapendo che tutti vi siamo inevitabilmente destinati, significa non lasciarsi affliggere da ciò «oltre misura»[11] . La morte è non solo un pensiero su cui abituare la mente per non averne più paura ma anche un pensiero angoscioso che però «col passare del tempo [come tutte] le impressioni»[12] si attenua poiché «per l’uomo di buon senso, il mondo peggiore di guarire dal dolore è quello di guarire per stanchezza. [infatti di fronte a ciò] […] [bisogna lasciare che] il dolore, piuttosto di essere lasciato da esso. [Rinunziare] al più presto a un dolore che, anche se [si vorrà], non potrà durare a lungo»[13]. Il passare oltre quindi. Come insegnava non solo Seneca ma anche Epitteto «il saggio, liberato dalle passioni e dei desideri, è veramente signore di sé e libero dai tiranni»[14] infatti cosa c’è di più passionale della morte, che provoca frustrazione e paura nell’uomo e chi è più tiranna, per certi versi d’essa? Bisogna rendersi liberi da ciò. Seneca stesso ricorda il consiglio – rimedio di tutta la vita – è «disprezza la morte»[15] e grazie a ciò niente «più ci rattrista, se ci liberiamo della paura della morte».[16] Ernst Jünger nel Der Waldgang [L’andare nel bosco] riprende in epoca moderna questo pensiero: «in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni cuore, la paura dell’uomo è sempre la stessa: paura dell’annientamento, paura della morte. […] Vincere la paura della morte equivale dunque a vincere ogni altro terrore: tutti i terrori hanno significato solo in rapporto a questo problema primario»[17]
L’insegnamento di Seneca ci pone davanti a un dato significativo rispetto a quanto finora abbiamo osservato: il vero saggio, infatti, non si limita al mero filosofare, perché lo stoicismo — «aveva privilegiato l’aspetto “pratico” ed etico rispetto a quello strettamente speculativo»[18]— nella visione senecana si era ormai sviluppato in una sintesi originale. Riprendendo elementi tanto del primo quanto del secondo stoicismo, Seneca aveva portato l’aspetto pratico a prevalere su quello teoretico-speculativo. Nella sua riflessione e nella sua praxis egli indicava una norma sapienziale precisa: di fronte alla paura primigenia dell’uomo, la morte, il forte deve assumere un atteggiamento propositivo, non temendola e anzi disprezzando la paura stessa, poiché «tutto ciò che fu prima di noi è la morte»[19] nonché «sarà dopo di me quello che era prima di me»[20].

L’insegnamento di Seneca va compreso anche alla luce di ciò che è venuto dopo, molto dopo, fino alla modernità e alla contemporaneità, dove continua a parlare a chi non intende limitarsi alla mera speculazione, ma vuole unire alla riflessione la dimensione dell’azione. La consapevolezza di potersi porre attivamente di fronte alla morte nasce infatti — come mostra Seneca — dalla filosofia intesa non solo come esercizio sapienziale, ma anche come pratica concreta. Nel buio in cui talvolta la vita ci precipita, di fronte allo spettro sempre presente della morte, egli riconosce: «fu la filosofia che mi ha risollevato, se sono guarito; a lei debbo la vita»[21]. L’opera e la vita di Seneca testimoniano così la suprema affermazione di un uomo che seppe andare oltre la mera morte fisica.
Note:
[1] LUCIO ANNEO SENECA, Lettera 26. Ti giudicherà la morte in Lettere a Lucilio, Cit. p. 80.
[2] Ibidem.
[3] Ivi. p. 81.
[4] PAOLO IMPARA, Seneca e il mondo del volere, Abete, Roma, 1986, p. 54.
[5] MAX POHLENZ, La Stoa. Storia di un movimento spirituale, VOL. II, La Nuova Italia, Firenze, 1967, pp. 79-80 citato dall’introduzione dell’editore a ROBERTO BILLI, Seneca: la vita come milizia, All’Insegna del Veltro, Parma, 1987, p. 5.
[6] KARL JASPERS, La mia filosofia, Einaudi, Torino, 1946 p. 201.
[7] Ivi. p. 200.
[8] Ibidem.
[9] LUCIO ANNEO SENECA, Lettera 63. Anche nei lutti più gravi non bisogna affliggersi oltre misura in Lettere a Lucilio, Cit. p. 169.
[10] Ivi. p. 168.
[11] Ivi. p. 167.
[12] Ivi. 168.
[13] Ivi. p. 169.
[14] ROBERTO BILLI, Seneca: la vita come milizia, Cit. p. 8.
[15] LUCIO ANNEO SENECA, Lettera 78. Nel disprezzo della morte c’è il rimedio di tutti i mali in Lettere a Lucilio, Cit. p. 239.
[16] Ibidem.
[17] Cfr. ERNST JÜNGER, Trattato del ribelle [Der Waldgang] Adelphi, Milano, 1990, Paragrafo XXI (edizione elettronica senza numero di pagine).
[18] ROBERTO BILLI, Seneca: la vita come milizia, Cit. p. 17.
[19] LUCIO ANNEO SENECA, Ad Marciam, 19; Epistulae morales ad Lucilium, ep. LIV, 4-5, in LUCIO ANNEO SENECA, La dottrina morale, (antologia a cura di CONCETTO MARCHESI), p. 99.
[20] Ibidem.
[21] LUCIO ANNEO SENECA, Lettera 78. Nel disprezzo della morte c’è il rimedio di tutti i mali in Lettere a Lucilio, Cit. p. 239.
1.4 BIBLIOGRAFIA
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POHLENZ, MAX – La Stoa. Storia di un movimento spirituale, vol. II. Firenze: La Nuova Italia, 1967. (Citato nell’introduzione dell’editore a Roberto Billi, Seneca: la vita come milizia.)
REALE, GIOVANNI – “Sulla vita e sulle opere di Seneca.” In Lucio Anneo Seneca, Tutte le opere.
Dialoghi, trattati, lettere e opere in poesia, a cura di G. Reale, XIII–XXI. Milano: Bompiani, 2000.
SENECA, LUCIO ANNEO
- Lettere a Lucilio. Varie citazioni: Lettera 4, Lettera 26, Lettera 63, Lettera 78.
- Ad Marciam, 19.
- Epistulae morales ad Lucilium, ep. LIV, 4–5. In La dottrina morale (antologia a cura di Concetto Marchesi), p. 99.
- Della clemenza e della brevità della vita, a cura di Raffaele Battista. Potenza: Tipografia Vincenzo Santanello, 1838.
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SIRIGU, PAOLA – Solo un’eresia ci può salvare. Roma: Armando, 2008.
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TILLICH, PAUL – Che cos’è il coraggio? Roma: Fazi, 2015 (edizione elettronica).
VIPARELLI, VALERIA – Il senso e il non senso del tempo in Seneca. Napoli: Loffredo, 2000.
ZAMBRANO, MARÍA – Seneca. Con suoi testi scelti dall’Autrice. Milano: Bruno Mondadori, 1998.
(fine)
Pietro Missiaggia
