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Julius Evola e il Ghibellinismo: le radici solari nella casata degli Hohenstaufen – Giulio Menichini
In un’epoca che ha smarrito il senso della verticalità, tornare a guardare all’Impero significa ritrovare un principio che ordina e unifica. Julius Evola non considerava la storia come una semplice successione di eventi, ma come un campo di forze in cui principi eterni si manifestano attraverso forme politiche, istituzioni, dinastie e figure eccezionali. La storia, per lui, non è un archivio di fatti, ma un processo di rivelazione: un linguaggio simbolico attraverso cui il trascendente si riflette nel mondo umano. Ogni epoca, ogni civiltà, ogni sovrano è una possibile epifania di un principio superiore. In questa prospettiva, il ghibellinismo non è una fazione medievale, ma un orientamento spirituale: una fedeltà al principio solare che si incarna nella figura dell’Imperatore.
«Nelle civiltà tradizionali l’autorità non nasceva dal basso, né era il risultato di un accordo umano: essa discendeva dall’alto come una luce che trova nel sovrano il suo punto di incarnazione. La società era ordinata secondo una gerarchia che rispecchiava la struttura stessa del cosmo.»1

Per comprendere il ghibellinismo occorre inserirlo nella cornice della translatio imperii, la trasmissione della regalità sacra da Roma a Costantinopoli, da Costantinopoli al Sacro Romano Impero, fino alla sua incarnazione più luminosa nella dinastia sveva.2 La Tradizione romana, con la sua concezione del pontifex maximus e della maiestas come emanazione divina, costituisce la radice più profonda dell’idea imperiale medievale. E ancora più indietro, la Tradizione indoeuropea, con la sua triade funzionale (sacerdotale, guerriera, produttiva), fornisce la struttura archetipica che l’Impero eredita e rielabora. La Romanità, però, non è solo un’eredità storica: è una forma vivente. La virtus, la gravitas, la disciplina e la constantia non erano semplici qualità morali, ma modi di essere che ordinavano l’intera esistenza. Il mos maiorum non era un codice scritto, ma una tradizione respirata, una continuità spirituale che faceva di Roma non una città, ma un principio. Gli Hohenstaufen non ereditarono solo simboli e titoli: ereditarono questa forma del mondo, questa capacità di trasformare la legge in ordine, l’azione in rito, il comando in servizio alla luce.
Ma questa trasmissione non è solo storica: è cosmologica. Le civiltà tradizionali conoscevano i cicli del tempo: l’Età dell’Oro, dell’Argento, del Bronzo e del Ferro. Viviamo nell’ultima, il Kali Yuga, l’epoca oscura in cui le forme si dissolvono e l’ordine si indebolisce3. In questo contesto, l’Impero appare come l’axis mundi, l’asse del mondo, il punto in cui il cielo tocca la terra e la verticalità resiste al caos. Il conflitto tra Guelfi e Ghibellini diventa così il simbolo di due modi opposti di intendere il sacro: da un lato il principio sacerdotale‑lunare del Papato, dall’altro il principio regale‑solare dell’Impero. Quando queste due dimensioni si separano e si contrappongono, la civiltà perde la sua unità originaria. Le lotte per le investiture e le scomuniche non sono semplici episodi politici, ma la manifestazione di una frattura spirituale che attraversa l’Europa medievale. La Dieta di Roncaglia del 1158, in cui Federico Barbarossa riafferma i diritti imperiali contro i Comuni italiani, non è un atto giuridico: è il tentativo di restaurare l’ordo, l’ordine cosmico che l’Impero rappresenta4. La battaglia di Legnano del 1176, spesso letta come una sconfitta politica, assume un valore simbolico: è il momento in cui l’Europa inizia a perdere il senso della verticalità, cedendo alla frammentazione orizzontale dei poteri locali.
«L’Impero non è una costruzione politica, ma un simbolo vivente: esso rappresenta la presenza, nella storia, di una forza che trascende la storia stessa. Il sovrano è il punto in cui il principio si rende presente nel mondo.»5
L’Imperatore, nella visione tradizionale, non è un governante, ma un mediatore tra cielo e terra. Qui si manifesta la distinzione fondamentale tra auctoritas e potestas: la prima è la legittimità spirituale, la seconda è il potere materiale. L’Imperatore autentico possiede entrambe, ma la sua auctoritas precede e giustifica la potestas. Egli non comanda perché è forte: è forte perché è legittimato da un ordine superiore. Il ghibellinismo diventa così una via iniziatica. Il ghibellino ideale non è un sostenitore politico, ma un uomo formato alla disciplina, al coraggio, al dominio di sé. Egli incarna la via dell’azione pura, la via del comando, la via del guerriero solare. La cavalleria medievale, nella lettura evoliana, non è un codice d’onore, ma una disciplina dell’essere: un’arte di trasformazione interiore attraverso la spada, il silenzio, la fedeltà. La sua è una via ascetica: un’ascesi attiva, una lotta contro sé stesso prima che contro il mondo.
«Il dominio di sé è la condizione per ogni vera libertà: l’uomo superiore non è colui che fugge il mondo, ma colui che lo trascende restando in esso.»6
La modernità, per Evola, è l’epoca in cui ogni forma si dissolve, in cui l’uomo perde il senso della verticalità e si abbandona al flusso orizzontale delle forze materiali. È l’epoca in cui la qualità viene sostituita dalla quantità, l’essere dall’avere, la gerarchia dall’uguaglianza indifferenziata. L’uomo moderno non riconosce più un ordine superiore: misura tutto in termini di utilità, consenso, produzione. In un mondo in cui il valore non discende dall’alto ma si costruisce dal basso, la figura del sovrano perde significato, la legge diventa amministrazione, la comunità si riduce a massa. La perdita della verticalità non è un fatto politico, ma ontologico: è la rottura del legame tra l’uomo e il principio che dovrebbe ordinarlo. Per questo, nella visione evoliana, la modernità non è semplicemente un’epoca diversa, ma un’epoca inferiore, in cui l’ordine cosmico non trova più forme adeguate per manifestarsi.

La casata degli Hohenstaufen rappresenta l’incarnazione più alta della regalità solare. Federico I Barbarossa è il rex bellator, il sovrano guerriero che ristabilisce l’ordine attraverso la forza e la presenza carismatica. Enrico VI è il rex ordinator, il sovrano che consolida e organizza. Federico II, lo Stupor Mundi, è il rex sapiens, il sovrano che unisce cultura, scienza, diritto e simbolismo cosmico.7 Il linguaggio simbolico dei sovrani è essenziale. Barbarossa enfatizza la forza visibile, incarnata da scettro e aquila, e affronta il Papato con conflitti diretti. Federico II adotta simboli di sapienza e legittimazione spirituale: sole, stelle, geometria e e solenni bolle d’oro. Questi diplomi, impiegati per decreti e privilegi imperiali, non sono semplici atti giuridici, ma manifestazioni della luce del Sole che investe il trono, legittimando l’Imperatore come centro dell’ordine cosmico e veicolo della legge divina. I rituali iniziatici seguono schemi numerici e astronomici, e ogni gesto rituale, ogni disposizione architettonica, diventa parte di un linguaggio che fonde il visibile e l’invisibile, il terreno e il trascendente. Ed è proprio nella simbologia araldica sveva che questa regalità solare trova la sua espressione più pura. I colori fondamentali dell’araldica imperiale sono oro e nero: l’oro come luce solare, incorruttibilità, principio attivo; il nero come potenza indistinta, profondità, legge. L’aquila imperiale, nera in campo d’oro, è il simbolo solare per eccellenza: visione, verticalità, sovranità. Il leone svevo, spesso rampante, è la forza che agisce, la nobiltà guerriera, l’ardore disciplinato. La corona, dorata e chiusa, è il cerchio di perfezione che unisce cielo e terra.
«Nelle civiltà tradizionali, il simbolo non rappresenta: manifesta. L’araldica imperiale non è ornamento, ma cosmologia visibile.»8
La crociata di Federico II (1228–1229) conclusa senza spargimento di sangue (in cui l’imperatore scomunicato negoziò pacificamente la riconquista di Gerusalemme ), è un esempio perfetto di regalità sapienziale: il sovrano non conquista Gerusalemme con la forza, ma con la parola. Le Costituzioni di Melfi del 1231 non sono un codice legislativo: sono la traduzione giuridica di un ordine superiore. Qui si manifesta la romanità giuridica: la distinzione tra lex e ius, tra la legge come comando e la legge come forma del mondo. Il diritto romano non è un insieme di norme, ma una geometria sacra che riflette l’ordine cosmico. Castel del Monte, eretto da Federico II sull’altopiano delle Murge occidentali, è un esempio perfetto di architettura iniziatica: l’ottagono unisce quadrato e cerchio, terra e cielo; le proporzioni matematiche e gli allineamenti astronomici trasformano l’edificio in un osservatorio spirituale.
«L’ottagono è la forma della rinascita: esso unisce il quadrato della terra e il cerchio del cielo.»9

La morte di Manfredi a Benevento nel 1266 e quella di Corradino nel 1268 segnano la fine della linea sveva e la caduta del principio solare in Occidente. Non è solo la sconfitta di una dinastia, ma la chiusura di un ciclo spirituale. L’Europa, senza l’Impero, diventa acefala: perde il suo centro, la sua forma, la sua unità superiore. Ma la Tradizione non si estingue: si ritrae. Il mito del Re nascosto attraversa l’Europa come memoria di un principio che non si spegne. Barbarossa che dorme nella montagna, Federico II che scompare nell’invisibile: non sono leggende, ma immagini di una continuità che opera silenziosamente. Il principio solare non si dissolve ma resta in attesa. Il ghibellinismo, però, non è un ricordo del passato. È una via di formazione interiore. La disciplina cavalleresca, lo studio della geometria e dell’astronomia, i rituali imperiali, gli esercizi militari: tutto concorre a formare un uomo interiormente sovrano, capace di equilibrio, integrità e dominio di sé. L’uomo ghibellino è colui che regna su ciò che è più difficile da dominare: sé stesso. È un guerriero che porta la luce nel mondo attraverso la sua stessa presenza.
«L’uomo differenziato resta in piedi anche quando tutto crolla: la sua forza è silenziosa, la sua regalità è interiore.»10
In conclusione, lo studio dei sovrani Hohenstaufen e del ghibellinismo secondo Evola mostra come la storia possa essere letta come manifestazione di archetipi eterni. Colori, animali, geometria e rituali non sono ornamenti, ma strumenti attraverso cui il potere diventa principio vivente, capace di illuminare, ordinare e guidare. Federico II e la sua dinastia incarnano il sole sulla terra, unendo forza, cultura, disciplina e spiritualità in un modello di regalità che trascende il contingente. Il ghibellinismo emerge come percorso di elevazione, insegnando a armonizzare potere e saggezza, legge e giustizia, mondo terreno e trascendente. La loro eredità simbolica attraversa i secoli, trasformando la storia in mito e il mito in insegnamento eterno, dove ogni gesto, ogni simbolo e ogni sovrano parlano all’anima e guidano chi cerca la luce dell’ordine universale.
Note:
1 Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Edizioni Mediterranee, Roma 2023, Parte I, cap. II.
2 Ernst H. Kantorowicz, Laudes Regiae. Riti e simboli della regalità medievale, Castelvecchi, Roma 2019, Introduzione.
3 René Guénon, Il regno della quantità e i segni dei tempi, Adelphi, Milano 2021, cap. XXVI.
4 Ernst H. Kantorowicz, Federico II, Einaudi, Torino 2020, cap. VI.
5 Julius Evola, Gli uomini e le rovine, Edizioni Mediterranee, Roma 2022, cap. I.
6 Julius Evola, Cavalcare la tigre, Edizioni Mediterranee, Roma 2021, cap. I.
7 Ernst H. Kantorowicz, Federico II, Einaudi, Torino 2020, cap. IX.
8 Julius Evola, Il mistero del Graal, Edizioni Mediterranee, Roma 2022, cap. VII.
9 René Guénon, Simboli della scienza sacra, Adelphi, Milano 2020, cap. XX.
10 Julius Evola, Cavalcare la tigre, Edizioni Mediterranee, Roma 2021, cap. II.
BIBLIOGRAFIA:
Evola, Julius. Rivolta contro il mondo moderno. Edizioni Mediterranee, Roma, 2023.
Evola, Julius. Gli uomini e le rovine. Edizioni Mediterranee, Roma, 2022.
Evola, Julius. Cavalcare la tigre. Edizioni Mediterranee, Roma, 2021.
Evola, Julius. Il mistero del Graal. Edizioni Mediterranee, Roma, 2022.
Evola, Julius. La tradizione ermetica. Edizioni Mediterranee, Roma, 2021.
Guénon, René. Il regno della quantità e i segni dei tempi. Adelphi, Milano, 2021.
Guénon, René. Simboli della scienza sacra. Adelphi, Milano, 2020.
Kantorowicz, Ernst H. Federico II. Einaudi, Torino, 2020.
Kantorowicz, Ernst H. Laudes Regiae. Riti e simboli della regalità medievale. Castelvecchi, Roma, 2019.
Giulio Menichini
