La base neurobiologica della narrazione mitica – Giada Santoro
Verso una neuroscienza del simbolo e del racconto
Quando l’uomo cominciò a raccontare storie, non stava inventando una forma d’arte: stava esercitando una funzione biologica. Il mito non nasce come ornamento della mente, ma come suo respiro naturale. Ogni racconto, ogni immagine archetipica, ogni simbolo che attraversa i millenni non è che una configurazione neuronale condivisa, una memoria incarnata che permette al cervello di dare senso al proprio tumulto interno.
Le neuroscienze contemporanee — da Damasio a Panksepp, da LeDoux a Solms — ci mostrano che la coscienza non è un faro che illumina la materia, ma una corrente che scaturisce da essa. Lì, nelle regioni profonde del sistema limbico, dove emozione e memoria si intrecciano, nascono i primi geroglifici del mito. Prima ancora che la parola li definisse, l’umanità li sentiva già vibrare nella carne: il coraggio dell’eroe, la tenerezza della madre, la paura della morte, la nostalgia del ritorno.

- La mente incarnata del mito
Jung intuì che gli archetipi non sono prodotti della cultura, ma forme a priori dell’esperienza. Le neuroscienze oggi confermano questa visione, traducendola in termini di fisiologia: ogni immagine simbolica è una risposta evolutiva alle costanti del vivere. Il cervello, nel suo incessante bisogno di coerenza, organizza le emozioni in figure, e le figure in storie. Così il mito diventa la lingua materna della mente, la grammatica emotiva con cui la biologia si racconta.
Quando il sistema SEEKING descritto da Panksepp si accende, nasce il desiderio di esplorare; da lì germoglia il mito del viaggio. Quando l’ossitocina unisce e protegge, nasce il mito della Madre. Quando l’amigdala trema e la corteccia resiste, si disegna la parabola del coraggio. Ogni mito è un pattern di attivazioni neuronali, un ritmo che il corpo riconosce prima della coscienza.
- Il cervello narrativo
Michael Gazzaniga lo chiama “l’interprete”: quella funzione cerebrale che costruisce storie per dare continuità all’esperienza. Il cervello, infatti, non sopporta il frammento. Esso narra per esistere. Quando gli eventi non si allineano, inventa un legame; quando il mondo non risponde, genera un simbolo. La mitopoiesi è allora la strategia cognitiva dell’ordine, un modo con cui l’uomo trasforma il caos in senso, la paura in forma, la contingenza in destino.
In questa funzione narrativa, la mente biologica e quella simbolica si confondono. Il mito diventa una forma di omeostasi spirituale, una regolazione dell’energia psichica che, nel linguaggio poetico, compie lo stesso lavoro che i neurotrasmettitori compiono nel corpo: mantenere l’equilibrio tra impulso e significato.
- La memoria simbolica
Le neuroscienze hanno mostrato che ricordare e immaginare coinvolgono le stesse reti neurali. Ciò che chiamiamo “mito” è, in fondo, una memoria collettiva immaginata, una rappresentazione simbolica che consente alla specie di non smarrirsi nei suoi stessi abissi. La plasticità sinaptica fa sì che ogni volta che raccontiamo una storia, ne rinforziamo il circuito neuronale, e con esso la nostra identità. Il mito non è dunque un’eredità immobile, ma una struttura viva che si riplasma nel tempo — una epigenetica del significato.

- Il mito come linguaggio predittivo
Il cervello, lo sappiamo, è una macchina predittiva. Formula ipotesi, anticipa esiti, corregge errori. Il mito si inserisce in questa architettura come modello predittivo culturale: un racconto che anticipa le possibilità dell’esperienza umana. Ogni mito offre all’individuo una mappa emotiva, un atlante per orientarsi nel territorio incerto della vita. Così, dietro la forma del racconto, si cela una logica neurale: ridurre l’entropia psichica, stabilire connessioni, produrre coerenza.
- Epilogo: la mente simbolica
Le neuroscienze non dissolvono il mito: lo restituiscono alla sua dignità naturale. Scopriamo così che il simbolo non è un’invenzione dello spirito, ma una modalità biologica del pensiero. Il mito non nasce contro la scienza, ma dentro di essa, come sua antica radice poetica. In ogni narrazione che attraversa i secoli, si ascolta l’eco di un cervello che tenta di riconoscersi nel mondo. E forse è questo il compito ultimo della coscienza: trasformare la corrente elettrica dei neuroni in una forma di significato condiviso, dove la biologia si fa linguaggio e il linguaggio, finalmente, si fa umanità.
⸻ Riferimenti bibliografici essenziali:
- Jung, C.G. (1964). L’uomo e i suoi simboli.
- Damasio, A. (1994). Descartes’ Error.
- Panksepp, J. (1998). Affective Neuroscience.
- Gazzaniga, M. (2011). Who’s in Charge?
- Solms, M. (2021). The Hidden Spring.
- Ramachandran, V.S. (2010). The Tell-Tale Brain.
Giada Santoro
