La cavalleria eterna ed attuale di Michelet – Luca Negri
Fra i non pochi stravaganti francesi votati all’esoterismo tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, Victor-Émile Michelet non fu certo il meno significativo, anche se talvolta un po’ trascurato dagli studiosi. Nipote del più famoso storico Jules, si dedicò alla scrittura, alla poesia, alla drammaturgia, dando forma artistica alle sue non poche conoscenze occultistiche. Uomo costantemente in bilico fra il mondo concreto e quello spirituale, noncurante di accortezze minime come quella di indossare il cappotto con la temperatura di quindici gradi sotto zero e spirare conseguentemente di polmonite nel 1938, seppe però esercitare anche qualche praticità, Come quando, vistasi negare la pubblicazione di un’opera dagli editori, provvide a stamparsela da solo, mettendosi lui stesso al torchio a comporre le parole. O come quando, neanche trentenne, nel 1890 con Papus s’inventò l’Ordine Martinista.
Il segreto della cavalleria del 1934 è fra le sue opere la non meno importante, e abbiamo dunque accolto con gioia una sua ricomparsa (dopo lo storico e ormai introvabile volume di Basaia negli anni ‘80) grazie alle Edizioni Arktos, con prefazione di Gianfranco de Turris, postfazione di Stefano Giuliano e suggestive illustrazioni medioevali. Per Michelet, però, il cavaliere non è figura da confinare nel Medioevo, essendo archetipica, dunque fuori dal tempo storico, virtualità sempre pronta a diventare atto e presenza iniziatica nel mondo. In epoca classica già Perseo e Giasone sono cavalieri e in futuro potranno essercene altri, incarnando valori appunto senza tempo.

Il saggio è tripartito. Presenta il cavaliere prima nelle leggende trasmesse dai poemi epico-cavallereschi carolingi e bretoni, con le seminali figure di Rolando, Artù, Parsifal, Galahad, paladini seduti alla Tavola Rotonda e cercatori del Santo Graal; poi nella sua manifestazione storica più fedele che è quella dell’Ordine Templare, infine nella letteratura più tarda di suoi continuatori mascherati come Dante, Petrarca, fino agli ormai nostalgici Ariosto, Tasso e Cervantes.
Dunque la leggenda si fa Storia, e anche impegno politico, con la missione templare e quella complementare da parte islamica degli ismaeliti Assassini. E poi si fa arte nella migliore poesia d’Occidente, in particolare espressa nella lingua del Sì, nel codice segreto dei Fedeli d’Amore intenti a diffondere una nuova nobiltà fondata non sul sangue e possedimenti terreni ma sull’intelletto, la sensibilità, la gentilezza nel più alto senso spirituale. Di perfetta e completa manifestazione terrestre ha dunque goduto l’archetipo del cavaliere. E poco importa se nella quotidianità medioevale non tutti i cavalieri erano senza macchia e senza paura, essendo più vero l’ideale, il modello celeste, delle sue talvolta degeneri manifestazioni mondane. Nemmeno importa se alcune considerazioni di Michelet sono più frutto di arte che di minuziosa e scientifica ricostruzione storica (lo ricorda Giuliano nella postfazione). Perché il suo saggio si vuole più operativo che accademico.
Se per accedere a materiale più documentato sulla cavalleria dobbiamo rivolgerci altrove, ad esempio ai saggi di Franco Cardini, perché infatti leggere questo saggio nel 2025? Non per mera erudizione o amor di antiquariato. Ma perché Michelet ci vuole tutti cavalieri, quasi ci inizia con le sue parole all’ordine della cavalleria spirituale. Sì, tutti possiamo diventare cavalieri. Anche se nemmeno siamo mai saliti in groppa ad un cavallo, anche sprovvisti di spada, lancia e scudo.
Le armi del cavaliere, ricordava giustamente Raimondo Lullo, sono le sue virtù morali, le potenze della sua anima. La loro manifestazione materiale potrebbe essere ormai non obbligatoria. Anche le donne possono diventare cavalieri, non solo perché – avverte Michelet – vi furono ordini cavallereschi femminili, ma soprattutto perché l’archetipo del cavaliere, del principe è, con quello della dama, della principessa, presente in ognuno di noi. Ce lo hanno suggerito Carl Gustav Jung e Joseph Campbell. E poi, nessuno escluso, non affrontiamo draghi, giganti, incantesimi e infedeli nella nostra quotidianità? Non ci ritroviamo talvolta in una selva oscura come Dante e prima di lui i cavalieri del Graal? Non siamo tutti in fondo alla ricerca del Graal?

Sarà forse una pretesa un po’ donchisciottesca, un combattere ridicoli contro i mulini a vento? Forse. Fu però un contemporaneo di Michelet, il mago Joséphin Péladan, ad ammettere nel suo saggio sul “mistero dei trovatori” che i momenti donchisciotteschi di un uomo – ovvero quelli in cui non ci si accontenta della piatta e misera realtà – sono i più alti e nobili dell’esistenza.
Luca Negri
