Leda e il cigno – Luigi Angelino
La vicenda di Leda e del cigno, pur non essendo uno dei racconti più conosciuti nella ricca e variegata mitologia greca, racchiude importanti significati simbolici sia in ambito morale che esoterico. Secondo la versione più nota del mito, Zeus scese dall’Olimpo, sotto forma di cigno, allo scopo di sedurre Leda, la regina di Sparta, mentre la donna passeggiava lungo la riva del fiume Eurota. L’astuto Zeus, nelle sembianze del cigno, fa finta di essere attaccato da un’aquila per indurre Leda a proteggerlo, tenendolo stretto sul suo grembo. Ricorrendo a questo stratagemma, Zeus si sarebbe unito alla donna contro la sua volontà. In seguito la regina partorì due coppie di figli: Elena e Polluce, generati da Zeus; Clitennestra e Castore, generati da suo marito Tindaro. Nell’intricata dinamica del racconto, l’unione tra il cigno divino e Leda sarebbe avvenuta nella stessa notte in cui la regina avrebbe avuto un amplesso sessuale con il marito. Tale promiscuità, reale, fanta-reale od onirica, spiegherebbe la nascita dei quattro figli da due padri diversi, ovviamente contro ogni evidenza biologica, considerate le conoscenze scientifiche dell’epoca. Vi è da aggiungere che in alcune varianti del mito, Leda avrebbe deposto le uova dalle quali sarebbero nati i quattro figli, mentre qualche altra versione indica Elena, come figlia di Nemesi, la terribile dea che personificava la vendetta e che puniva soprattutto le persone colpevoli di orgoglio e di hybris (1).

Leda viene descritta come una fanciulla bellissima, della quale il re dell’Olimpo si innamorò perdutamente. Per poterla ammirare, si narra che Zeus si appostasse addirittura su un’altura della catena montuosa Taigeto, tristemente nota per l’usanza di gettare dalla cima gli sfortunati bimbi con malformazioni fisiche (2). Pertanto, possiamo intuire come il racconto voglia sottolineare l’unione degli opposti: l’aggressività e la prorompente sessualità maschile di Zeus da un lato, l’accoglienza e la sensuale femminilità di Leda dall’altro. Ma il cigno è senza dubbio un animale a cui si riconosce una notevole tradizione simbolica in senso lato. Il poeta ed astrologo latino Marco Manilio, nel suo “Poema sugli astri” (3), si riferisce alla “costellazione del cigno”, giusto partendo dal mito di Leda. Anche se vi sono diverse versioni della narrazione, in tale vicenda gli studiosi hanno sempre intuito la trasposizione di credenze e di tradizioni comuni sia all’area mediterranea che a quella nordeuropea ed orientale. Il cigno, infatti, veniva considerato un simbolo solare sia nei Veda che nella letteratura mitologica norrena, mentre per i Greci l’uccello fu associato prima ad Apollo e poi a Zeus. Nello stesso nome di Leda, alcuni esegeti hanno voluto individuare l’assonanza con il termine “lada” che, nell’antico idioma dei Lici, voleva dire “donna”, intendendo una speciale metafora dell’essere femminile primordiale.
Le differenti versioni del mito di Leda e il cigno hanno determinato altrettante, se non più numerose, soluzioni iconografiche, a partire dall’antichità. Si pensi alla scultura risalente al II secolo a.C., a sua volta copia di una precedente opera eseguita circa tre secoli prima, custodita attualmente nelle sale dei Musei Capitolini di Roma. In tale scultura, Leda è raffigurata seduta, mentre con il mantello offre protezione al cigno che sta per essere attaccato da una pericolosa quanto agile aquila. In successive rappresentazioni, invece, la regina di Sparta viene delineata, mentre il maestoso cigno la cinge con forza e tenerezza, assumendo pose prettamente umane.
In epoca rinascimentale il soggetto artistico di Leda e il cigno assunse significati di carattere erotico. Nel libro “Il sogno di Polifilo” (4), pubblicato a Venezia nel 1499, la regina di Sparta è ritratta nell’atto di copulare con il cigno, mentre si trovano su un carro trionfale, in un’epoca in cui era severamente vietato riprodurre immagini di atti sessuali fra essere umani. Abbastanza simile è l’incisione attribuita a Giovanni Battista Palumba, elaborata nel 1503, in cui la stravagante coppia si abbandona ai piaceri sessuali in aperta campagna. L’anno successivo, nel 1504, Leonardo da Vinci cominciò a lavorare a dei bozzetti, per un quadro forse mai completato, dove Leda era ritratta seduta a terra mentre giocava con i suoi figli. Quattro anni dopo, il genio toscano dipinse un soggetto denominato “Leda con il cigno”, dove la donna appare nuda nell’atto di accarezzare il maestoso animale, con le due coppie di gemelli che balzavano fuori dalle uova collocate ai suoi piedi. L’originale del dipinto è andato perduto e sembra essere stato citato per l’ultima volta nel 1625 da Cristiano del Pozzo.Dell’opera di Leonardo, tuttavia, ne esistono molteplici copie, come quella probabilmente realizzata da Francesco Melzi, oggi esposta agli Uffizi, oppure l’altrettanto pregevole custodita in Inghilterra presso la Wilton House (5). Anche l’opera di Michelangelo, che Alfonso I d’Este commissionò nel 1529 per il suo palazzo di Ferrara, è andata perduta, sebbene ne siano sopravvissute alcune copie, come il quadro conservato alla National Gallery di Londra, nel quale si notano le influenze “manieriste” nelle figure allungate e nelle pose dei protagonisti particolarmente articolate. Alle opere già descritte, si aggiunge un altro dipinto dell’epoca rinascimentale, molto originale nella sua fattura e realizzato dal Correggio. In tale opera, la regina di Sparta fa il bagno con le sue ancelle nel momento in cui interviene nella scena improvvisamente Zeus trasformatosi in cigno. Il pregevole dipinto fu gravemente danneggiato da Luigi XV non ancora maggiorenne che lo sfregiò con un coltello. Si racconta che il giovane nobile, peraltro affetto da turbe psichiche, avesse giudicato l’opera troppo licenziosa.

Ma il cigno, in determinati contesti, ha assunto anche il significato della “lussuria”, come ad esempio indicato da Vincent de Beauvais nel suo Speculum Majus(6), che affermò che l’effigie dei colli intrecciati di due cigni poteva essere considerata come la chiara metafora di “carezze e giochi lascivi”, o addirittura assumere la valenza di atteggiamento ipocrita, come se l’animale volesse nascondere dietro le bianche piume, un’anima nera. Misteriosofica è poi la rappresentazione di Moreau verso la metà del diciannovesimo secolo, dove si osserva Leda seduta con il cigno che le poggia la testa sul capo, sullo sfondo di un sole raggiante, mentre due angeli reggono una corona. Da notare come la regina di Sparta sia raffigurata con un drappo bianco, rosso e verde, i colori tipici dei Rosa+Croce. In letteratura non si può trascurare il celebre riferimento di Marcel Proust: “la vedevo, era un collo di cigno, cercava la bocca dell’altra giovine donna. Allora non vedevo più neppure la coscia, ma il collo ardito di un cigno come quello che in un disegno fremente cerca la bocca di una Leda vista nella specifica palpitazione del piacere femminile, perché c’è solo un cigno ed essa sembra più sola..”(7).
Nel ventesimo secolo, una menzione speciale merita la “Leda atomica” di Salvator Dalì, un capolavoro surrealista che reinterpreta la vicenda unendo elementi della tradizione classica alla fisica quantistica. Leda, in realtà, non è altro che un ritratto della moglie dell’artista Gala, seduta su un piedistallo con un cigno sospeso dietro e a sinistra. Intorno alla figura principale appaiono oggetti altamente simbolici, come un libro, un quadrato, due sgabelli e l’immancabile uovo. Sullo sfondo si notano le rocce di Cap Norfeu in Costa Brava (8), per meglio bilanciare la posizione dell’immagine. Il dipinto è oggi esposto nel Teatro e Museo Dalì a Figueres. All’opera è stato attribuito anche un significato mistico-nucleare, perché eseguito nel 1949 dopo i tragici bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. La cosiddetta “sospensione atomica” si esprime attraverso la rappresentazione di tutti gli elementi che sembrano fluttuare e non si toccano fra loro. Lo stesso paesaggio sullo sfondo appare scomposto e disordinato, quasi a voler simboleggiare la frammentazione della realtà e l’avvento della nuova epoca tecnologica e scientifica. Inoltre, l’uovo posto al centro, pur richiamando direttamente il mito dei Dioscuri, si impone anche come l’emblema alchemico del seme primordiale, nonché dell’ideale di perfezione e dell’eterna dualità incarnata dalla contrapposizione tra il guscio esterno duro e l’interno molle.
E nel mito di Leda e il cigno, la simbologia dell’uovo assume un ruolo assolutamente centrale. Secondo alcune credenze ancestrali, Cielo e Terra, unendosi, davano vita ad un grande uovo, il cui significato complessivo finiva con il coincidere con lo sviluppo della vita stessa. Per gli Egizi, l’uovo era alla base dell’origine di ogni elemento, comprendendo i quattro punti di riferimento classici della cosmogonia: aria, acqua, terra e fuoco. Anche presso i Persiani, era attestato lo scambio del dono delle uova all’inizio della primavera, come segno della natura che si rinnova. L’uovo, pertanto, come simbolo universale della rinascita e del cosmo, era intimamente collegato al mitico uccello, denominato “fenice” che, secondo la leggenda, prima della sua morte, preparava un nido a forma di uovo. Su questo nido la fenice si adagiava, lasciando che i raggi del sole la raggiungessero per ridurla in cenere. Nei Paesi celtici del Nord Europa, invece, si faceva rotolare le uova dalla cime di una collina, durante la festa di Beltane, tra il 30 aprile ed il 1 maggio, allo scopo di imitare il movimento del sole nella volta celeste. Lo storico delle religioni Mircea Eliade sottolinea come il motivo dell’uovo cosmogonico sia stato individuato in tutte le principali culture antiche, con un’estensione geografica che abbraccia tutti i continenti del nostro pianeta (9). In tal senso, l’uovo è da considerarsi un archetipo presente nell’inconscio collettivo dell’essere umano.Nella religione induista, l’uovo cosmico era denominato Hiranyagarbha, traducibile con l’espressione “gambo d’oro” e veniva identificato con l’anima stessa del mondo. Negli antichissimi libri della Bhagavad Gita e delle Upanishad, che costituiscono il fulcro della cultura induista, l’uovo cosmico era descritto come una sorta di nucleo che galleggiava nell’universo primordiale, avvolto dalle tenebre della non esistenza. La grande divinità Brahma, per mezzo dell’Aum, avrebbe reso vitale l’uovo dischiuso, imprimendo quindi quella sillaba che, per la religione induista, costituisce il soffio vitale originario. Desta meraviglia ed una certa impressione la similitudine di tale concetto con la “parola creatrice” che plasma i primi esseri viventi di cui parla la Genesi, il primo libro dell’Antico Testamento biblico. Una vera e propria immagine plastica del concetto esistenziale dell’uovo la ritroviamo nel Mitraismo, dove il dio Mitra, chiamato in alcune occasioni anche Phanes, viene spesso raffigurato mentre sbuca da un uovo forgiato in ora (10).

Questa brevissima panoramica fa da cornice, in ambito ellenico, al mito dell’uovo di Leda, fecondato da Zeus che, come già detto, per riuscire nell’impresa, deve trasformarsi in un maestoso cigno. I due gemelli maschi che nacquero dopo la fecondazione (sovrapposta all’unione sessuale con Tindaro, il marito della regina),Castore e Polluce, conosciuti anche con il nome di “Dioscuri”, rappresentano i poli opposti della creazione, essendo l’uno divino e l’altro umano. Ed a memoria del mito dei Dioscuri, a Sparta presso il tempio chiamato “delle Leucippidi”, si rendeva un culto di venerazione al guscio spezzato di un uovo gigante, appeso con un filo alla volta. Ai fedeli presenti, in una trasfigurazione quasi magica ed onirica, sembrava che Leda si unisse di nuovo a Zeus nelle sembianze del cigno divino: allora il mondo poteva rigenerarsi nel suo perpetuo susseguirsi di vita e di morte. Non a caso l’uovo stesso è stato di frequente associato al serpente, come nelle raffigurazione del simbolo del caduceo, dove i serpenti attorcigliati sembrano formare uova di dimensioni crescenti dal basso verso l’alto (11). Il disegno dell’Ouroboros, il serpente divino che si morde la coda, senza né un inizio e nemmeno una fine, non evoca forse l’immagine di un uovo?
Infine, non può mancare qualche considerazione di carattere etico e psicologico. Nell’analisi del mito di Leda e il cigno, quale significato recondito possiamo dare alla loro unione? Una riflessione attenta ci porta a comprendere come il cigno non debba considerarsi una vera e propria bestia, ancorchè nasconda la vera identità di Zeus. Il cigno, piuttosto, sta ad indicare i desideri repressi e nello stesso tempo i timori erotici dell’universo femminile, espressi in una sorta di vicenda onirica che prende forma nel nobile animale. Non vi è nulla in comune con alcune unioni bestiali del mondo mitologico greco, come quello di Pasifae col potente toro che genererà il Minotauro, simbolo dell’assoluto irrazionale e della parte istintivapresente in ciascuno di noi, sorvegliata dal labirinto dell’inconscio (12).
Tuttavia, il prodotto femminile dell’unione di Leda provocherà una grande rivoluzione nel modo di pensare ellenico, scardinando la presunta egemonia maschile. Dalla regina di Sparta, infatti, sarà generata Elena, che incarnerà il personaggio femminile più iconico dell’intera mitologia greca, capace di portare discordia nel cuore degli uomini, di scatenare guerre e, pertanto, di seminare lo scompiglio in una società di stampo patriarcale. Seguendo questa chiave di lettura, il racconto di Leda assume l’ulteriore significato di mito d’origine dell’emancipazione e dell’autodeterminazione femminile.
Note:
(1)Cfr. Romano Nanni e Maria Chiara Monaco, Leda, storia di un mito dalle origini a Leonardo, Zeta Scorpii edizioni, Firenze 2007;
(2)in realtà recenti studi scientifici e scavi antropologici organizzati dall’Università di Atene hanno contraddetto la narrazione di Plutarco, secondo la quale da una rupe del Taigeto, gli Spartani gettassero i neonati deformi o affetti da grave malattie;
(3)si tratta di un“poema didascalico, noto con il nome latino di “Astronomica”;
(4)il titolo originale è Hypnerotomachia Poliphili (Combattimento amoroso di Polifilo), stampato a Venezia da Aldo Manunzio il vecchio nel 1499 con 169 illustrazioni xilografiche. Non si conosce con esattezza l’identità dell’autore: se si tratti di un certo Francesco Colonna, come indicherebbe un acrostico contenuto nel testo (le iniziali dei 38 capitoli), oppure personaggi illustri come Giovanni Pico della Mirandola, Lorenzo dè Medici o Leon Battista Alberti;
(5)cfr. www.arte.it, Un capolavoro perduto, Leda con il cigno di Leonardo, consultato il 17 maggio 2026;
(6)lo Speculum maius viene considerata come la più grande enciclopedia dell’alta età medievale, scritta da de Beauvais nel XIII secolo e composta da oltre tre milioni di parole;
(7)il riferimento al mito di Leda e il cigno si trova nel sesto volume dell’opera più conosciuta di Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Si tratta del volume intitolato Albertine scomparsa, noto anche come La fuggitiva;
(8)non tutti gli studiosi concordano nell’individuare tale località della Costa Brava. Alcuni autori propongono soluzioni alternative intravedendo altri paesaggi della costa spagnola;
(9)cfr. Mircea Eliade, Immagini e simboli, traduttore Massimo Giacometti, Edizioni Jaca book, Milano 2025;
(10)in origine Phanes, chiamato anche “Protogono”(il primo nato) o “Erikepaios”(donatore di vita) appare nella cosmogonia orfica come divinità primordiale della procreazionee dell’origine della vita;
(11)cfr. Luigi Angelino, Il cuore e la mente, Cavinato Editore International, Brescia 2025;
(12)cfr. www.silviaronchey.it, L’eros senza maschio di Leda e il cigno, consultato in data 18 maggio 2026.
Luigi Angelino,
nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale, conseguendo anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Con la Stamperia del Valentino ha pubblicato varie raccolte di saggi, tra cui “Caccia alle streghe”, “L’epica cavalleresca”, “Gesù e Maria Maddalena”, “Omero e la nascita del mito di Ulisse”, “Di alcune fiabe e di ciò che nascondono”, “Il mondo dei sogni”, “Sulla fine dei tempi” (selezionato per Sanremowriters 2023). Tra i volumi pubblicati con altre case editrici, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” (versione inglese “The darkness of the soul”); la trilogia thriller-filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse di Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.
