Leggevo Evola e ascoltavo Guccini – Ivan Dalla Rosa
Parlare di Guccini significa riconoscere che la sua figura, spesso ridotta a “cantautore politico”, è in realtà molto più complessa, stratificata e filosoficamente rilevante. Guccini non è un militante che canta, è un pensatore poetico che usa la canzone come forma di antropologia, di etica, di memoria. La sua opera è un tentativo continuo di definire cosa significhi essere uomini dentro la modernità, dentro la storia, dentro la comunità. E questo lo avvicina sorprendentemente a figure che, come Evola, hanno cercato di interrogare la condizione umana al di là delle ideologie.

Accostare Julius Evola e Francesco Guccini può sembrare un gesto ardito, quasi provocatorio, perché la cultura italiana li ha sempre collocati su poli opposti; eppure un parallelismo profondo esiste. Entrambi hanno cercato, con linguaggi diversi, di innalzare l’uomo, emanciparlo dalla sua condizione di minorità, restituirgli una forma più alta di libertà. Nessuno dei due ha mai accettato le etichette che il loro tempo voleva imporre. Evola non si è mai dichiarato fascista, Guccini non si è mai dichiarato comunista. Entrambi hanno frequentato quegli ambienti, certo, ma sempre con una distanza interiore che li rendeva più grandi delle appartenenze. Evola dialogava con il fascismo solo nella misura in cui poteva tentare di inserirvi una rivoluzione spirituale, ma aveva anche una profonda interlocuzione culturale con un antifascista come Benedetto Croce, nell’ambito una visuale non settaria della filosofia antimoderna. È infatti stato letto e apprezzato anche a sinistra da intellettuali come Pasolini e da alcuni marxisti critici che vedevano in lui un pensatore della differenza qualitativa contro l’omologazione borghese. Guccini, immerso nel clima degli anni Settanta, ha sempre guardato la militanza con ironia e scetticismo, e proprio per questo è stato ascoltato anche a destra come cantore della tradizione, della memoria, della comunità. La libertà, per entrambi, non è mai spontaneità o permissività, ma una conquista. In Evola è verticale, ascetica, ottenuta attraverso la separazione dal mondo delle reazioni e della massa; in Guccini è orizzontale ma non meno impegnativa, nasce dalla coscienza, dalla responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. Lo si vede nei suoi versi più celebri, quando ricorda che la libertà è un atto di presenza, non di fuga. Ma la sua idea di libertà emerge anche nelle invettive. L’Avvelenata è una dichiarazione di indipendenza spirituale, un rifiuto di ogni etichetta, di ogni riduzione ideologica, di ogni tentativo di incasellarlo:
“Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista, io ricco, io senza soldi, io diverso ed io uguale, ebreo, comunista”.
In questa canzone Guccini rivendica la propria autonomia contro critici, militanti, moralisti, e lo fa con una forza che ha il suo epigono naturale in Cyrano, dove la libertà diventa fierezza, dignità, rifiuto di piegarsi:
“Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco Io, [e ancora] “Venite gente vuota, facciamola finita. Voi preti che vendete a tutti un’altra vita. Se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito. Guardatevi nel cuore, l’avete già tradito. E voi materialisti, col vostro chiodo fisso. Che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso. (…) Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco“.
È la stessa idea di libertà come verticalità morale che, in altro linguaggio, anima Evola. Due linguaggi diversi – saggistico e iniziatico l’uno, poetico e narrativo l’altro – ma la stessa intuizione: l’uomo può essere di più di ciò che è.
Evola e Guccini sono immersi in epoche diverse, ma svolgono una funzione simile interpretando lo spirito del loro tempo senza esserne prigionieri. Evola parla un linguaggio che il fascismo non può contenere, Guccini un linguaggio che supera la militanza. Entrambi sono fuori posto nel loro tempo, e proprio per questo ne colgono la verità profonda. Il punto di contatto più sorprendente è la loro critica alla modernità. Evola la vede come perdita di verticalità, dissoluzione dell’ordine interiore, trionfo dell’indistinto; Guccini come perdita di senso, alienazione, smarrimento della memoria, frantumazione dei legami. Nella sua canzone Il Vecchio e il bambino denuncia il pericolo di un mondo incerto, nel ricordo di un tempo ormai lontano che al bambino sembra una fiaba. Due diagnosi diverse ma convergenti, nelle quali la modernità è causa dell’impoverimento dell’uomo. Evola lo dice con tono ascetico, Guccini con tono umano, ma descrivono lo stesso evento epocale, ovvero la dissoluzione del principio ordinatore, la caduta dell’autorità metafisica esterna, ciò che Nietzsche ha chiamato “la morte di Dio” e che Plutarco aveva preannunciato con il mito del ritiro degli dèi. Nel brano Dio è morto Guccini non parla della morte del Dio cristiano, ma della morte di un asse simbolico che reggeva la comunità e l’individuo; descrive un mondo in cui le ideologie si sono consumate, le tradizioni si sono svuotate, la società ha perso il suo centro e la modernità ha tradito la promessa di emancipazione. È la versione poetica del nichilismo nietzscheano. Quando il principio esterno muore, l’uomo è costretto a diventare legislatore di sé stesso, a trovare dentro di sé la norma. Nietzsche lo dice in forma filosofica, Guccini in forma poetica, ma il nucleo è identico: la libertà non è più un dono, è un compito; non è più un ordine ricevuto, è un ordine creato. Solo in questo senso l’utopia anarchica evocata da Guccini può essere attuata, perché l’anarchia non è caos ma autolegislazione, non è rifiuto della norma ma creazione della norma interiore, non è fuga dalla responsabilità ma assunzione radicale della responsabilità. L’anarchia gucciniana è un’etica, non una politica; è l’uomo che si dà la propria legge perché nessuna legge esterna è più credibile, è l’uomo che resta in piedi quando tutto crolla, è l’uomo che non delega più la propria forma a nessuna autorità.
In questo quadro si inserisce il concetto di giustizia evocato nel brano La locomotiva, dove Guccini racconta la vicenda di un uomo che, pur sapendo di non poter cambiare il mondo, compie un gesto estremo per affermare un’idea di giustizia che non trova spazio nelle istituzioni del suo tempo. La locomotiva non è un inno alla violenza, ma alla giustizia come esigenza interiore. L’atto del protagonista è simbolico, è la rivolta dell’individuo che non accetta più la disuguaglianza, l’ingiustizia sociale, la mancanza di dignità. È un gesto che nasce da dentro, non da un’ideologia. Siamo di fronte a quella forma radicale di autolegislazione di cui Guccini parla in modo implicito. In lui la giustizia non risponde a un codice esterno, ma a una voce interna. In una parola, è quella coscienza che spinge l’uomo a non accettare la realtà così com’è, a non piegarsi, a non diventare complice della modernità che ha dissolto ogni principio ordinatore.

Qui il parallelismo con Nietzsche e con Evola diventa ancora più evidente. Nietzsche aveva dichiarato che, dopo la morte di Dio, l’uomo deve diventare legislatore di sé stesso, deve cioè creare valori, non riceverli. La giustizia, in questo senso, non è più un ordine imposto dall’alto, ma un principio che nasce dalla forza interiore dell’individuo. Guccini, con la figura della locomotiva, mostra esattamente questo. Il macchinista, non trovando giustizia nel mondo, decide di incarnarla lui stesso, di farsi strumento di un valore che non esiste più nella società. Evola, da parte sua, descrive l’“uomo differenziato” come colui che non riceve valori dall’esterno, che non si lascia definire dalla massa, che non si appoggia allo Stato. L’uomo differenziato è, in questo senso, un “anarchico di destra”, non perché rifiuti l’ordine, ma perché rifiuta l’ordine imposto; non perché cerchi il caos, ma perché cerca un ordine più alto, un ordine che nasce dalla sovranità su sé stesso e dalla capacità di incarnare la giustizia anche quando il mondo non la riconosce.
Guccini ed Evola, dunque, si incontrano proprio nel punto in cui sembrerebbero più lontani: entrambi descrivono la modernità come il mondo in cui Dio è morto, in cui gli dèi si sono ritirati, in cui le autorità esterne non reggono più, in cui la comunità si è frantumata, in cui la società non offre senso. Ma proprio per questo entrambi indicano che l’uomo deve affrontare da sé il principio dissolutore della contemporaneità, assumendo la propria libertà come compito e non come privilegio, incarnando la giustizia che il mondo non sa più garantire. La locomotiva è la versione narrativa di questa idea, l’uomo differenziato evoliano è la versione ascetica della stessa intuizione. Nietzsche è il ponte filosofico che li unisce attraverso il concetto della morte di Dio e la nascita dell’uomo che si dà la propria legge, la propria libertà, la propria giustizia.
Ivan Dalla Rosa
