L’eterno dualismo tra filosofia orientale e quella occidentale – Rosa Maria Convertini
L’eterno dualismo tra filosofia orientale e quella occidentale. Spesso affrontiamo la questione dell’Eterno dualismo tra orientale e occidentale su cui poggia il mondo ha interessato il filosofo. Interessante è stato approfondire come al contrario della filosofia moderna, la filosofia contemporanea propone il superamento del razionalismo radicale. Si propone di approfondire la condizione umana e il problema dell’esistenza, ed e caratterizzata da un grande dinamismo in termini di idee e correnti. Quali sono le correnti che hanno dato vita alla filosofia contemporanea? Marxismo, vitalismo, quietismo, naturalismo, positivismo, neopositivismo, storicismo e pragmatismo sono solo alcune delle numerose correnti che caratterizzano la storia della filosofia contemporanea, raggruppati in cinque grandi gruppi.
Filosofia analitica, grande corrente filosofica del periodo contemporaneo sviluppatasi a partire dagli inizi del XX secolo, sull’enfasi sul linguaggio attraverso la logica formale. Si svolge principalmente nel mondo anglosassone ei suoi genitori sono Bertrand Russell e George Edward Moore. Come sistema di pensiero, pone l’accento sulle seguenti questioni: lo studio del linguaggio e l’analisi logica dei concetti; posizione scettica sulla metafisica: le affermazioni metafisiche sono prive di significato se sottoposte ad analisi logica; connessione con l’empirismo nel suo spirito, stile e focus; Affinità verso la ricerca scientifica come metodo di comprensione della realtà; opposizione alla filosofia continentale (soprattutto francese e tedesca) che poneva maggiormente l’accento sulla storia e sulla speculazione. 2. Esistenzialismo All’interno della filosofia continentale, l’esistenzialismo e una delle grandi correnti variegata ma omogenea che si basa sull’analisi della condizione dell’essere umano. Dalla fine dell’Ottocento alla meta del Novecento, vari autori si organizzarono attorno a un movimento eterogeneo che si divideva in esistenzialismo cristiano, ateo e agnostico. I temi principali dell’esistenzialismo sono: La precarietà della vita; la banalità dell’esistenza; angoscia, disperazione, possibilità, speranza, naufragio, lo scacco (parola chiave di Kierkegaard).3. Strutturalismo. Una delle correnti più complesse della filosofia contemporanea è lo strutturalismo. Solleva la ricerca di strutture attraverso le quali si produce significato all’interno di una cultura, cioè pratiche, fenomeni e attività come sistemi di significato. Autori come Claude Levi-Strauss, Louis Althusser e Michel Foucault (filosofo francese su cui ci soffermeremo analizzando il pensiero critico) hanno guidato questa tendenza e hanno sollevato le seguenti questioni: il ruolo chiave del linguaggio nello sviluppo dell’attività umana; lavoro multidisciplinare e convergenza di filosofia, sociologia e antropologia; Le strutture di un dato sistema socioculturale come determinante di ciò che accade in quel sistema; Enfasi sulla preminenza dell’ordine sull’azione; Studio delle strutture come simboli attraverso i quali creiamo significato.4. Fenomenologia. Importate è stato l’esame di filosofia teoretica, per comprendere ed addentrarsi nel mondo fenomenologico La fenomenologia (dal greco φαινόμενον, fainòmenon, «che appare», e λόγος, lògos, «discorso») è una disciplina filosofica fondata da Edmund Husserl (1859-1938), membro della Scuola di Brentano, che sottolinea l’importanza dei fenomeni. Ha avuto una profonda influenza sull’esistenzialismo in Germania e Francia, ma anche sulle scienze cognitive odierne e nella filosofia analitica. Edmund Husserl e il filosofo che, alla fine dell’Ottocento, recupero e sviluppo teoricamente il concetto tradizionale di fenomenologia. Fino ad allora ha fatto appello all’esperienza intuitiva per risolvere questioni filosofiche, ma Husserl ei suoi seguaci le conferiscono un carattere trascendentale ponendo il significato del mondo per l’individuo come tema centrale.5. Teoria critica la corrente della filosofia contemporanea nota come teoria critica e un sistema proposto a partire dal 1929 nella cosiddetta Scuola di Francoforte da filosofi come Theodor Adorno e Max Horkheimer. E molto importante perché apre una linea di pensiero per il dissenso politico marxista critico con lo stalinismo e il dogmatismo, saranno diversi i grandi pensatori che arricchiranno questo periodo, con le diverse correnti di pensiero e le diverse prospettive.

La filosofia suscitando sin dal principio domande quali; Come ha avuto origine l’universo? Che cos’è la verità? Cosa regola una società? Fin dalle origini, l’umanità si è posta, e continua a porsi, queste e altre grandi domande, a cui i grandi pensatori hanno elaborato alcune teorie. Il mio elaborato, a tal proposito, si propone in maniera diretta, mettendo in risalto il pensiero critico di diversi pensatori tra la fine dell’800 e il 900, partiremo con un quadro generale su di Arthur Schopenhauer. (1788 – 1860); filosofo tedesco annoverato tra i più pessimisti di tutti i tempi. La sua opera maggiore è Il mondo come volontà e rappresentazione Le sue grandi ispirazioni giunsero da filosofi come, Platone, Immanuel Kant, Romanticismo. Il pessimismo lo accompagnerà per gran parte della sua vita, affermava che «La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia» tale citazione riassume a grandi linee un periodo di totale criticità e scetticismo verso l’intera umanità. Il filosofo Arthur Schopenhauer nacque a Danzica (Polonia) nel 1788, le esperienze famigliari con i suoi genitori influenzeranno notevolmente la sua vita e il suo pensiero. Figlio di un banchiere e di una nota scrittrice di romanzi. Le pressioni del padre affinché proseguisse la strada da lui segnata non ebbero successo e, iniziato all’amore per la letteratura dalla madre, proseguì gli studi di filosofia sino ad abilitarsi alla libera docenza. Il suicidio del padre e il turbolento e contraddittorio rapporto con la figura materna segnarono profondamente il pensiero di Schopenhauer, ben sintetizzato nella sua opera più famosa Il mondo come volontà e rappresentazione.
Inizialmente la prima edizione del suo lavoro (1819) non riscosse alcun successo e solo vent’anni dopo, dopo un lungo e turbolento cammino nei tormenti, vide la luce la ristampa de Il mondo. Il percorso accademico del filosofo sarà turbolento, data la sua scarsa flessibilità di confronto con altri filosofi contemporanei. Il motivo principale degli scarsi consensi accademici e di pubblico ricevuti risiedeva nell’avversione di Schopenhauer per la filosofia idealistica, molto presente in quel tempo. In particolare, il filosofo era solito attaccare Hegel, appellandolo come un “sicario della verità”, un “ciarlatano di mente ottusa, insipido, insomma una critica pensate e ricca di insulti diretti e mirati…e ancora dice di lui, nauseabondo, illetterato” la cui filosofia, lungi dall’essere al servizio della verità, era mercenaria, utile agli interessi della Chiesa e dello Stato. Schopenhauer rivendicava la libertà e l’autonomia della filosofia e sfidava il successo di Hegel organizzando lezioni di filosofia nella stessa università, negli stessi giorni e agli stessi orari, insomma, una vera e propria sfida filosofica.
Sino all’ondata di pessimismo che avvolse l’Europa dopo il 1848 Schopenhauer, però, non riuscì ad emulare o intaccare il successo del filosofo idealista. Mentre le aule universitarie erano sempre gremite in occasione delle lezioni di Hegel, solo pochi studenti frequentavano gli insegnamenti di Schopenhauer. A tal punto che quest’ultimo si difese osservando: “Io non ho scritto per gli imbecilli. Per questo il mio pubblico è ristretto”. Insomma sempre più critico e cinico il filosofo tedesco, rispondeva a suon di battute pesanti verso il collega. Sarà proprio questo fattore di eterno conflitto, a scatenare il vero genio che era in lui? Schopenhauer morì a Francoforte nel 1860, lasciando ai posteriori un’eredità complessa e mai spenta, a tal punto da essere ancora ai nostri tempi citato dal regista Roberto Benigni nel film La vita è bella o dal cantautore Francesco Guccini in un verso della canzone Il frate. Sul pensiero di Schopenhauer agirono fortemente le influenze: di Platone e la sua teoria delle idee; del Romanticismo (per quanto riguarda le tematiche dell’infinito, del dolore, dell’irrazionalismo e l’importanza assegnata alla musica e all’arte); della filosofia orientale (in particolare quella indiana buddista) del criticismo di Kant.
Prosegue il suo percorso di crescita personale studiando i testi antichi indiani, il grande pessimista affermava che l’uomo nasceva ignorante, partendo da tale convinzione inizia lo studio più approdato della coscienza. Studia in maniera approfondita Il velo di Maya. Sarà la filosofia orientale che cambierà definitivamente paradigma di pensiero Mi ha davvero sorpresa riportare nella mia tesi di laurea un pessimista come Schopenhauer, perché’? Da sempre amante e studiosa della filosofia orientale, insegnante di yoga e eterna ricercatrice ed esploratrice, ho sempre guardato il mondo in maniera positivista e pragmatica; infatti, Schopenhauer ‘sarà’ un esempio lampante di come si può manifestare un vero risveglio spirituale.
Schopenhauer sostiene che gli uomini siano “ignoranti” nel senso che ignorano la reale identità del mondo. Secondo lui, il mondo non è come appare; l’uomo non percepisce la realtà in modo autentico. Infatti, Schopenhauer parla del mondo “come volontà e rappresentazione”.
Questo significa che, per lui, l’umanità vede il mondo attraverso un vetro appannato dei propri desideri e percezioni, senza cogliere la sua vera essenza. Nella sua filosofia, Schopenhauer spiega questo concetto, affermando che il mondo può essere rappresentato sotto due forme Il velo che nasconde il “mondo”. Nel primo caso è intellettuale, nel secondo caso è nella volontà Il mondo nella forma scientifica deriva da una conoscenza sensibile, esprimendosi attraverso le categorie di spazio, tempo e causalità. Questa conoscenza è di tipo fenomenico, il che significa che proviene dall’esperienza sensibile. Schopenhauer sostiene che questa conoscenza non sia oggettiva: conoscere il mondo attraverso i sensi non significa comprenderlo nella sua vera essenza. Il “vero” mondo si nasconde agli occhi dell’uomo, situandosi dietro un velo. Questo velo è ciò che Schopenhauer definisce il “velo di Maya”. Egli afferma che la vita è un sogno e che la realtà si cela proprio sotto questo velo. La mia più grande sfida e parlavi del filosofo più pessimista di tutti i tempi e della sua meravigliosa trasformazione interiore. Partiamo dalla sua storia filosofica e dalle sue passioni, e dai suoi filosofi ispiratori infatti, la distinzione kantiana tra fenomeno (la cosa come ci appare) e noumeno (la cosa in sé) a costituire il punto di partenza del pensiero di Schopenhauer. Quest’ultimo pensa infatti di aver capito qual è la via d’accesso per il noumeno, cioè la realtà che si “nasconde” dietro l’inganno, l’illusione e la parvenza del fenomeno. Solo il filosofo capace di interrogarsi sulla sua esistenza e sull’essenza della sua vita, secondo Schopenhauer, può riuscire a squarciare il “velo di Maya” (com’era chiamata, dalla sapienza indiana, la realtà illusoria che ci appare ai nostri occhi) e superare l’apparenza. Il mondo come volontà. Come per Kant, Schopenhauer riteneva che la nostra mente filtrasse la realtà attraverso le forme a priori che le sono proprie (spazio, tempo e causalità, l’unica delle 12 categorie kantiane che riconosceva valida). La realtà, nel momento in cui l’uomo la osserva, subisce dunque una deformazione ed il fenomeno non è altro che una mera ingannevole rappresentazione che .esiste unicamente nella nostra coscienza ma non costituisce la verità.
Schopenhauer arriverà così a sostenere che “il mondo è la mia rappresentazione” (tesi con cui si apre la sua opera principale) e che la vita altro non è che un “sogno” .L’uomo, difatti, nel momento in cui non si rivolge alla realtà esterna utilizzando spazio, tempo e causalità con cui individuiamo e distinguiamo le cose del mondo (fenomeno) scopre che dentro di sé risiede la sua vera essenza, la sua cosa in sé: la volontà di vivere. Si tratta di un impulso impellente a cui nessuno può resistere, che spinge a esistere e agire. Tale volontà non appartiene unicamente all’uomo ma ad ogni essere della natura, è il noumeno, l’essenza dell’intera realtà, è estendibile e comune al Tutto. Essendo quindi sottratta al mondo della rappresentazione la volontà possiede dunque le seguenti caratteristiche: inconscia; unica; eterna e indistruttibile; incausata e senza un perché o scopola conclusione di Schopenhauer è una verità senza filtri: gli esseri del mondo non agiscono per nessuno scopo, non c’è senso nelle nostre azioni se non il volere per il volere, il vivere per continuare a vivere. L’Unica volontà comune a tutti gli esseri viventi, per Schopenhauer, si manifesta nel mondo fenomenico in due momenti: prima si concretizza in un insieme di idee eterne (considerate, come per Platone, archetipi del mondo) dalle idee, secondo un rapporto di copia-modello, si creano tutti gli esseri del mondo.
Influenza Kantiana
Schopenhauer non apparteneva al filone principale della filosofia tedesca dell’ottocento, senza negare l’enorme influenza che Kant avrà su di lui, svilendo altri come Hegel, per i su stile e per il suo modo di fare filosofia. incuriosita di questa ammirazione verso il grande Kant, ho iniziato ad approfondire la sua figura e la sua visione, per lui ognuno ha una propria visione del mondo in base alle sue percezioni (mondo fenomenico) ma non potrà fare esperienza del ondo in sé (nocumento). Perciò abbiamo tutti una visione limitata del mondo, dal momento che le nostre percezioni si costituiscono in base alle informazioni acquisite con sensazioni mutilate. Schopenhauer aggiunge “Ognuno scambia i limiti del suo campo di visione per i limiti del mondo”. La differenza tra i due filosofi è che per Schopenhauer fenomeno e noumeno non sono due mondi e due realtà diversi, ma lo stesso mondo, attuato in modo diverso, con due aspetti fondamentali;Volontà e Rappresentazione. Ciò si evidenzia facilmente nei nostri corpi e della loro esperienza, in due maniere: li percepiamo come oggetti (rapprentazioni) e li sperimentiamo dall’intero (volontà).Il filosofo spiega che un atto volontario, per esempio il desiderio di sollevare un braccio, con il movimento che ne consegue, non fosse composto da due mondi diversi (noumeno e fenomeno).Ricordiamo la visione Kantiana, il fenomeno è ciò che percepiamo attraverso i sensi, mentre il noumeno è ciò che esiste al di là della nostra percezione. Ma a diamo ancora più a ritroso nel tempo! Nella filosofia di Platone, il noumeno rappresenta una specie intelligibile o idea e indica tutto ciò che non può essere percepito nel mondo tangibile, ma a cui si può arrivare solo tramite il ragionamento. Il noumeno, come concetto, fonda l’idea di metafisica in Platone.In Kant il noumeno è un concetto dai caratteri problematici che si riferisce a una realtà inconoscibile e indescrivibile che, in qualche modo, si trova “al fondo” dei fenomeni che osserviamo, sullo sfondo, al di là dell’apparenza (di come cioè le cose ci appaiono).I termini ‘noumeno’ e ‘cosa in sé’ non sono in Kant perfettamente sovrapponibili: il noumeno è comunque una rappresentazione o idea della ragione, e come tale risiede nella mente umana; è il modo in cui il pensiero cerca di rappresentare ciò che va oltre la sua capacità di conoscere. La cosa in sé invece è ciò a cui il noumeno si riferisce. Cartesio lo definisce ‘essere formale’ contrapponendolo all”essere oggettivò che risiede nella mente. Nel momento in cui il soggetto si rapporta alla cosa in sé, si può avere un doppio esito: se la cosa in sé viene rappresentata come fenomeno all’interno delle condizioni a priori della sensibilità e dell’intelletto, può dare luogo alla sintesi conoscitiva (materia forma) che riguarda solo l’apparire della cosa e non la cosa stessa; se la cosa viene cercata ‘in sé’ e quindi al di fuori delle condizioni in cui può essere conosciuta nel suo apparire, si generano le idee della ragione (noumeno) sulle quali si basa la metafisica. L’esplicazione delle relazioni che intercorrono tra la realtà noumenica e quella fenomenica è una delle questioni più spinose della filosofia di Kant. Nella sua Critica della ragion pura, Kant spiega la struttura della comprensione che abbiamo della realtà a partire dalle categorie a priori (che non significa affatto innate, ma indipendenti dall’esperienza, anche se attivabili dall’esperienza medesima) della mente. Schopenhauer usa la parola volontà per esprime energia pura che non ha direzione di guida, pur essendo responsabile di ogni cosa che si manifesta nel mondo fenomenico. Al pari di Kant, credeva che spazio e tempo appartenessero al mondo dei fenomeni, cioè’ che fossero concetti della nostra mente, non cose esterne, per cui la Volontà mondana non segnasse il tempo ne obbedisse a leggi causali o spaziali.

Schopenhauer e il velo di Maya
Il pessimista e grande pensatore Schopenhauer incontrò e rimase affascinato dall’Oriente quando era giovane, dedicando e intrecciando indissolubilmente il proprio pensiero con quello indiano. Se Goethe, Kant ed Hegel ebbero parole di ammirazione per i testi vedici e in particolare per la Bhagavad Gita, da insegnante di yoga non posso non mettere l’accento su testo sacro di grande spessore, Il dialogo tra il Signore Krishna e il guerriero Arjuna sul campo di battaglia espone i principi chiave dello yoga e della spiritualità indù. La Bhagavad Gita (Bhagavadgītā, भगवद्गीता) è un’antica opera letteraria indiana che offre profonde conoscenze sullo yoga. Da molti considerata il “testo sacro” dello yoga, ha ancora oggi una profonda. In questo elaborato parleremo, se pur velatamente, del suo significato, i principi chiave che raccoglie e come possiamo applicarli nella vita quotidiana. La “Bhagavad Gita” è il capitolo più importante all’interno del Mahabharata ed è interamente dedicato allo yoga: ne raccoglie la filosofia in modo completo e per questo ne rappresenta il testo per eccellenza. l Contesto Storico Durante il periodo in cui si colloca la Bhagavad Gita, ambientata nell’era degli “episodi epici” l’India era divisa in numerosi regni e principati, e la ricerca della verità spirituale era una parte integrante della vita quotidiana, caratterizzata dalla narrazione di storie mitologiche e leggende epiche. Il Mahabharata è uno dei più importanti di questa narrazione. Suddiviso in 18 canti, noti come “il canto del Divino” (traduzione letterale del nome Bhagavadgītā). Descrive la via della realizzazione spirituale che trascende tutte le religioni. I 18 canti narrano il dialogo che ebbe luogo cinquanta secoli fa tra il Signore SriKrsnae il suo devoto e grande amico Arjuna. Il loro incontro avvenne sul campo di battaglia nel momento iniziale della guerra fratricida tra i Dhrtarastra e i Pandava, i due schieramenti rivali. Queste due parti erano i figli di due fratelli, discendenti del re Bharata (da cui viene il nome del Mahabharata). Dopo la morte dei loro genitori, i figli di Dhrtarastra per succedere al trono iniziarono uno scontro armato tra cugini, consanguinei, con i Pandava. Gli eserciti si schierarono in combattimento nel campo di battaglia e Krisna affiancò Arjuna e gli enunciò il suo insegnamento divino prima dello scontro: la Bhagavad-Gita. Imparare dal Divino e suoi insegnamenti che fondano sul come vivere per connettersi a Dio e come crescere spiritualmente All’interno della Bhagavad Gita si narra che Arjuna non aveva davvero desiderio di combattere, poiché non voleva scatenare una guerra contro i suoi cugini. Sri Krna inizia il suo dialogo chiedendogli di affidarsi a Lui e così dicendo (p.90, 2.33, verso 33): “Se ti sottrai alla battaglia venendo meno al tuo dovere religioso, sarai senz’altro colpevole di aver trascurato i tuoi obblighi e perderai la reputazione di guerriero. “La considero una meravigliosa meteora che vuole spiegarci come vivere il nostro dovere nella vita, NON DETTATO dal lavoro, dalla famiglia dal denaro o dalla società. In altre parole parla dell’unione con noi stessi e il divino, oltre il denaro, gioia, dolore, guadagno, che Krisna descrive come lo yoga in sé. Qui affrontiamo u argomento a me caro, concetto di yoga, controllando i sensi. Bhagavad Gita testo che Schopenhauer studierà’, dona un nuovo modo di intendere la propria esistenza ma non ci è chiaro che visiterà personalmente l’India, è un aspetto curioso ed enigmatico e vi chiederete anche perché conferisce un senso di profondità libertà’. Schopenhauer parla dell’India, delle tradizioni ma perché’ non cita la scienza dello yoga? Schopenhauer nel libro “il mio oriente” non cita tale disciplina? Perché’ parla del mondo orinale precisamente dell’India, ma tralascia un dettaglio per noi importante? A porsi tale domanda saranno in molti compreso il saggista Giovanni Gurisatti, una domanda a cui non abbiamo trovato risposta. Schopenhauer parlerà addirittura di Karma e il Dharma che troviamo nella Gita, Krisna spiega come agire per compiere il proprio dovere, cioè uscire dal ciclo del “Karma”, il destino che ci siamo creati per via delle nostre azioni passate, e realizzare il proprio “Dharma”, cioè agire sulla via giusta dettata dalle leggi divine della gioia. I’elaborato ha l’obbiettivo di concetti filosofici a 360° senza fermarsi alla mera visione occidentale, senza mettere barriere, senza limiti, senza dogmi ma soprattutto deve avere l’obbiettivo della divulgazione, soprattutto a coloro che sono a digiuno della materia. Possiamo intraprendere tali studi, come una vera e propria crescita personale, una crescita che va oltre l’aspetto fisico, oltre la fisica stessa. Possiamo considerarla magari, la ricetta della felicità? Quel concetto di cui parla tanto Aristotele – Eudaimania dall’Etica Nicomachea, che tanto mi ha appassionato e tanto mi ha affascinato, da scrivere una mia riflessione, partendo dalla etimologia stessa della parola(https://www.paginefilosofali.it/eudaimonia-tra-etimologia-e-significato-dalletica-nicomachea-di-aristotele-1-7-1097-15-rosa-maria-convertini/ ) credo davvero che sia l’ambizione ultima di ogni essere umano, raggiungere quello stato di abbandono, al nulla cosmico, insomma alla tanto ambita felicità. La straordinaria visione che ti fornisce la filosofia e i filosofi stessi, essi siano orientali occidentali, non te la fornisce nessun’altra materia. Ti rende libera, da attaccamenti materiali, ricercando l’origine di ciò che si muove intorno a noi. È una visione difficile da comprendere per gli uom0oni e le donne contemporanee, imbrigliati al mondo terreno, materiale. Schopenhauer straordinario filosofo sarà la lettura e lo studio da parte del della Bhagavad Gita un testo antichissimo, che trasmette una vera e propria filosofia di vita, vuole condurci ed aprirci alla vera nostra natura, nel bene e nel male. Un passo interessante lo troviamo a pagina 490, 13.8 versi 8-12:
“Il desiderio di vivere in luoghi solitari e il disinteresse per la società materialistica, il riconoscimento dell’importanza della realizzazione spirituale e la ricerca filosofica della Verità assoluta”.
Concetti essenziali ed importati. Pilatri interni di un essere umano, perché la scienza dello yoga è uno strumento essenziale per non cadere e cedere alla schiavitù’ mentale e fisica, e qui mi vorrei collegare al sociologo, antropologo e filosofo Foucault “Nascita delle prigioni” che vedremo più avanti, che indaga, le dinamiche del potere, una questione che si lega al nostro primo discorso, con il concetto di libertà.
La filosofia stessa rende liberi. E se questa libertà in realtà dovesse spaventare?
Vi siete chiesti perché’ nel tempo la filosofia ha perso la vera importanza? Addirittura rischiava di essere eliminata da alcuni licei. La trasformazione del filosofo tedesco, Schopenhauer studiò e si dedicò al confronto costante e serrato della filosofia occidentale ed orientale per più di quarant’anni al punto da proclamare la «concordanza paradossale» e «prodigiosa» tra la sua filosofia e il pensiero indiano (Brahmanesimo e Buddhismo), conferendo così alla propria dottrina un’aura di antica saggezza e di verità. Fin dal primo incontro, risalente al periodo tra il 1813 e il 1814, tra Schopenhauer e il pensiero indiano fu amore a prima vista: è noto come il filosofo ritenesse che insieme al pensiero di Platone e di Kant, le Upanisad fossero «l’emanazione della più alta saggezza umana”, la cui lettura, scrive nei Parerga, «è stata la consolazione della mia vita e lo rimarrà fino alla mia morte». Nella prefazione alla prima edizione del Mondo come volontà e rappresentazione (1818), dove l’autore vede nella filosofia indiana non solo un pensiero straordinariamente affine al proprio, ma una vera e propria conferma delle proprie teorie, Schopenhauer introdusse un’interpretazione dell’Oriente per molti versi di parte e da più punti di vista scarsamente oggettiva: egli, infatti, accentuò fino all’esagerazione gli aspetti di affinità, tralasciando senza quasi nemmeno menzionarli i punti che invece lo allontanavano dal pensiero indiano.
Il pensiero orientale, frutto della sapienza più antica e, quindi, più vera in quanto maggiormente vicina all’origine dell’umanità, secondo il filosofo si sarebbe trovato in perfetto accordo con la propria filosofia, culminante nella teoria del mondo come volontà ed essenza di ogni cosa celata dalla rappresentazione, termine, quest’ultimo, che Schopenhauer equiparò a quello di māyā, l’illusione, il sogno, l’inganno, la magia secondo il pensiero indiano. Egli trovò nella propria filosofia una affinità e una comunanza con il Brahmanesimo e il Buddhismo, a tal punto da tradurre dalla metafisica all’etica ogni concetto cardine del sistema da un punto di vista orientale, e interpretando come paralleli ed equivalenti concetti come Wille e Brahman, rappresentazione e māyā, stato di affermazione della volontà e samsara, negazione della volontà e nirvana, redenzione e moksa.
Schopenhauer trovò ulteriori punti di contatto tra sé e l’Oriente: l’idealismo, l’esistenza di un principio unico celato dall’illusione della molteplicità, il pessimismo, l’antiteismo, la credenza nella rinascita, l’assenza di un dio personale, l’etica della compassione estesa anche agli animali, l’idea che ci si debba liberare dalla sofferenza, poiché «l’esistenza è senza dubbio una strada sbagliata, tornare indietro dalla quale è redenzione».
L’interpretazione della cultura indiana restò comunque nel complesso limitata, in quanto non solo entra nella continua ricerca di conferme, ma soprattutto “filtra” il pensiero vedico attraverso categorie eccessivamente “personalistiche”; di conseguenza la presunta concordanza tra la propria filosofia e quella indiana è frutto di alcuni fraintendimenti, dovuti a un’eccessiva considerazione di alcuni aspetti del pensiero indiano a discapito di altri, che per tale ragione vengono dal filosofo sottovalutati o addirittura totalmente tralasciati. Tuttavia a Schopenhauer rimane il merito di aver introdotto il dialogo e il confronto con il mondo vedico attraverso una grande e personale passione frutto di una continua ricerca finalizzata all’affermazione delle proprie tesi. vengono dal filosofo sottovalutati o addirittura totalmente tralasciati. Tuttavia a Schopenhauer rimane il merito di aver introdotto il dialogo e il confronto con il mondo vedico attraverso una grande e personale passione frutto di una continua ricerca finalizzata all’affermazione delle proprie tesi. vengono dal filosofo sottovalutati o addirittura totalmente tralasciati. Tuttavia a Schopenhauer rimane il merito di aver introdotto il dialogo e il confronto con il mondo vedico attraverso una grande e personale passione frutto di una continua ricerca finalizzata all’affermazione delle proprie tesi.

Fra i molti elementi controcorrente che resero celebre Schopenhauer presso una ristretta cerchia di contemporanei e contribuirono nel Novecento a trasformarlo in oggetto di culto per una ben più folta schiera di appassionati vi è senz’altro la lungimirante apertura nei confronti del mondo, della cultura e della religiosità dell’Oriente, in particolare dell’India. Alcuni, da Nietzsche a Hesse, videro in ciò il segno di una inarrivabile libertà intellettuale: per Schopenhauer non la Grecia, non Roma, non il Cristianesimo rappresentano la culla e l’età dell’oro dell’umanità – e, quindi, dell’Europa –, bensì l’India, il Brahmanesimo e il Buddhismo. Certo egli non fu il solo a pensarlo, giacché una sorta di indemania caratterizzò l’intera cultura romantica. Schopenhauer fu però il primo e unico filosofo a inserire organicamente l’India in un poderoso sistema di pensiero, facendone il cardine della sua metafisica e della sua etica: «Buddha, Eckhart e io insegniamo nella sostanza la stessa cosa» annotò due anni prima della morte, consapevole di imprimere così il proprio sigillo di verità a un’opera destinata a permanere. Non è facile parlare della sua visione, ma il mio elaborato ha una doppia funzione, quella divulgativa e quella conoscitiva, attraverso la progettazione e produzione di una serie di mini-video divulgativi sulla filosofia contemporanea, che rendano accessibili concetti complessi a un pubblico ampio e non specialista.
La mia analisi ha come obiettivo quello di portare sullo stesso tavolo di discussione la filosofia orientale e quella occidentale, attraverso un attento ed accurato studio dei dettagli e delle sfumature del pensiero di Arthur Schopenhauer nel testo “Il mio oriente”
Bibliografia di riferimento:
- Arthur Schopenhauer, Il mio oriente – Adelphi, Piccola biblioteca 556 Editore 2006
- Debra Wolter e Nigel Ritchie, Il libro della filosofia, Gribaudo Editore 2024
Anna Rosa Convertini
