La medicina visionaria di Ildegarda di Bingen: il rimedio come
Libertà e Necessità nel mito di Er: come uscire dalla prigione della necessità – Aurelio Bruno
Abbiamo in un recente articolo per Pagine Filosofali[i] esaminato alcuni temi relativi al mito di Er descritto da Platone alla fine del Repubblica. Ad esso siamo costretti a rinviare per motivi di brevità.[ii] In poche parole sintetizziamo la parte cosmica del mito per come segue: la dea della Necessità (Ananke) è affiancata dalle sue figlie, le tre Moire, cioè le potenze che dipanano il destino. Esse se ne stanno sedute in tre troni disposti in cerchio intorno alla Necessità. Lachesi, Cloto e Atropo sono significativamente chiamate «figlie della Necessità». Vestite di bianco cantano seguendo l’armonia di otto sirene che cantano ognuna una propria nota: Lachesi canta il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro. Davanti a loro un fuso costituito da otto sfere concentriche incastonate l’una nell’altra: esse sono gli astri. La cosa più importante è che le Moire intervengono sul moto circolare del fuso degli astri: con la mano destra, Cloto tocca a ritmo regolare il cerchio più esterno del fuso, le stelle fisse, aiutandolo a ruotare; Atropo fa la stessa cosa, intervenendo con la sinistra sui cerchi più interni ovvero i pianeti; Lachesi, tocca ora l’uno ora gli altri cerchi adoperando ora l’una ora l’altra mano. Lachesi, cantando il passato, determina tutte le sorti cosmiche. In quel non-luogo eterico del mito di Er i giudici[iii] sentenziano e indirizzano alle rispettive voragini le anime affinché possano così pagare le loro colpe oppure avere le ricompense per i meriti. Ogni anima è destinata a reincarnarsi e per questo ha, dopo avere estratto a sorte il turno per la scelta delle varie anime, l’opportunità di scegliere essa stessa il daìmon – cioè il modello di vita – cui vorrà riferire la propria esistenza.[iv] Certo è casuale l’estrazione del turno per la scelta delle varie anime, ma sarà personale e individuale l’effettiva decisione in merito al proprio futuro.[v] Alcuni studiosi hanno evidenziato l’aspetto sorprendente e rivoluzionario del concetto di libertà nella scelta della vita cui adeguarsi. Tanto rispetto alla mentalità greca dominante tra V e IV secolo a. C.[vi] Platone è molto chiaro: si tratta di responsabilità individuale, si sceglie se essere virtuosi o meno. Platone opera un’autentica rivoluzione della tradizionale credenza greca, secondo la quale sarebbero gli Dèi e la Necessità a decidere il destino dell’uomo. I «paradigmi delle vite» (X, 618 A) — dice al contrario Platone — stanno in grembo alla Moira Lachesi, figlia di Necessità; ma essi non sono «imposti», bensì solo «proposti» alle anime, e la scelta è interamente consegnata alla libertà delle anime stesse. L’uomo non è libero di scegliere se vivere o non vivere, ma è libero di scegliere come vivere moralmente, ossia se vivere secondo la virtù o secondo il vizio.[vii] Molti studiosi contestano questa tesi sulla libertà della responsabilità presente nel mito. Essi non considerano forse l’invito platonico ad una attenta valutazione di tutti i pro e i contro della scelta. Per Platone, se c’è qualcosa che possa pregiudicare la scelta e in qualche modo la possa determinare è solo la conoscenza, l’esperienza e la presenza o assenza di calcolo o misura. L’uomo può, dunque, rompere le catene della Necessità.[viii] Scriveva Platone, «Il fuso si svolgeva sulle ginocchia della Necessità».[ix] Questo il funzionamento dell’universo: esso possiede una sua forza in grado di determinare quanto accade, quanto è accaduto e quanto accadrà. La Necessità (Ananke) risulta decisiva ai fini del divenire, ma Platone a essa affianca altre tre figure: sono le tre Moire, cioè le tre potenze che dipanano il destino.

Per descrivere la necessità, nel Timeo, Platone immagina una intelligenza generale che si manifesta sia come anima del mondo sia come demiurgo[x]. Ovvero il mito presenta i tre aspetti della «necessità»: il rotare dei pianeti è qualcosa di meccanico che produce la filatura. La necessità si dipana dalla struttura del fuso, dal ruolo di chi consente il suo moto di rotazione, dalla presenza del materiale da filare. E il moto dev’essere salvaguardato: necessita un intervento che garantisca la continuità della filatura evitando intoppi o rotture nella realizzazione del filato. In pratica è richiesta un’intelligenza operativa in grado di assecondare la realizzazione dell’opera. Un’intelligenza così naturale e imprescindibile da rappresentare, nel mondo antico greco-romano, l’attributo per eccellenza della donna.[xi] È lei che fila, è lei che – filando – contribuisce alla gestione dell’oikos, al realizzarsi della storia del proprio focolare: il filo scorre e sarà raccolto in matasse e quindi in gomitoli; infine sarà adoperato per la tessitura, cioè per l’opera più raffinata di costruzione. Fuso ( / fusus) e rocca ( / colus) sono gli strumenti simbolo delle virtù femminili applicate all’oikos; fin dall’epos omerico la situazione è chiara: la stessa Penelope, sovrana di Itaca, è in due occasioni (all’inizio e verso la conclusione dell’Odissea) invitata dal figlio Telemaco a rientrare in casa e ad occuparsi delle opere che più le si addicono, «il telaio e la conocchia»[xii] Il tema del fuso e della filatura è ricorrente. Ulisse giunto nell’isola dei Feaci, viene accolto dal re Alcinoo che promette che provvederà al suo viaggio di ritorno a Itaca, cosicché l’eroe non abbia a soffrire. Tuttavia, quello che poi accadrà laggiù non dipenderà né da Alcinoo né da Odisseo. Egli dovrà sopportare varie disgrazie: là sopporterà quanto le Filatrici (le Moire) tremende, secondo il destino, filarono una volta iniziato il tessuto, quando sua madre lo partorì[xiii]. Il protagonista assoluto è il destino. Si presentano poi sulla scena varie comparse quali il re Alcinoo e tutti i personaggi dell’epopea omerica. Secondo la visione antica, il destino traccia il percorso, ma lascia anche intravedere il suo ruolo implacabile nella fine di ogni singola vicenda, al di là delle interferenze (comparse) che possono intervenire durante il tempo. Queste appaiono dunque solo «cause secondarie» legate anch’esse al filo del destino. Come dire: il destino si sviluppa secondo un percorso che solo apparentemente sembra (o può sembrare) potere essere messo in discussione. Per meglio capire il senso del rapporto tra libertà e necessità serve allora richiamare la saggezza dell’imperatore Marco Aurelio. Egli diceva: Qualsiasi cosa ti accada, essa ti è stata predisposta dal profondo del tempo; ed è l’intreccio delle cause che ha filato insieme fin dall’eternità sia la tua esistenza sia l’accadere di questo evento. [xiv] (…) Ama solo ciò che ti accade e che per te è stato filato che cosa c’è di più adatto? [xv] E a questa trama che bisogna adeguarsi. Esattamente per come diceva Seneca, Ducunt volentem fata, nolentem trahunt.[xvi] L’intelligenza è seguirne il percorso, rettificandosi e imparando a non nuotare contro corrente rispetto ad esso. Destino segnato già sulle ginocchia di Necessità, ma che è Atropo la filatrice a definire quanto comincia ad essere filato.
Lo spiega Platone in un passo delle Leggi: Lachesi è la prima delle Moire, Cloto la seconda, Atropo la terza: salva ciò che è stabilito dalla sorte; è l’immagine di chi ha il potere inalterabile di far sì che si realizzino le cose che con il fuso [con il fuoco?] sono state filate[xvii] Ma è sempre così? No. Nelle scienze filosofiche ed iniziatiche si imparava a sfuggire a quel destino implacabile. Altrettanto Platone e il Socrate di Platone invitavano a scegliere la vita virtuosa quale antidoto al determinismo delle Necessità. Il saggio che nella vita avesse seguito l’astronomia, la filosofia, la retta morale e le tecniche di purificazione musicale, avrebbe potuto, già in vita, dominare l’inclinazione data dai pianeti e, financo, sfidare il giogo della Necessità. Platone chiarisce che si tratta di responsabilità individuale: si sceglie se essere virtuosi o meno. Dicevamo prima che molti studiosi[xviii] credono che Platone creda solo in un rigido determinismo. Non considerano, però, l’esortazione platonica all’importanza della scelta di una vita virtuosa o meno, ovvero della scelta del demone. Solo la conoscenza, l’esperienza e la presenza o assenza di calcolo o misura possono influenzare tale scelta.[xix] Come ben sottolinea la Ferrari, già l’inizio del mito rende chiaro l’intento contrario al determinismo omerico sopraccennato: non ti farò certo il discorso di Alcinoo, ma di un uomo di valore, Er figlio di Armenio, panfilo di origine”. La Ferrari ne deduce che: Il “non fare il discorso di Alcinoo” già ci pone sulla strada del distacco da un racconto sull’aldilà legato alla tradizione, in special modo omerica (…) rigettare, le tradizionali rappresentazioni dell’aldilà, di cui Omero è il padre, che incutono timori ed indeboliscono il coraggio, rendendo la morte e il destino che ci aspetta dopo di essa terribili e temibili. Il racconto della vicenda di Er, al contrario, sarà un modello di mito relativo all’aldilà positivo per l’educazione del giovane e per la tenuta dello Stato perfetto.

Nel dopo vita però la sorte è ineluttabile, ogni gioco è già stato fatto. Tutto si gioca sulla Terra, dopo la morte è troppo tardi. Rien ne va plus, diceva Massimo Scaligero. Ecco perché il destino dei defunti è segnato per come fa intendere Platone. Il destino nell’aldilà è già deciso dalle vite vissute. Ma nella vita che inizia ritorna la responsabilità individuale nel destino assegnato a ciascuno. Di fronte a Lachesi, raccolti i paradigmi delle vite, l’araldo – prophetes – pronuncia le seguenti parole: “Parole della vergine Lachesi, figlia di Ananke. Anime caduche, eccovi giunte all’inizio di un altro ciclo di vita di genere mortale, in quanto si conclude con la morte. Non sarà il demone a scegliere voi, ma voi il demone. Il primo estratto sceglierà per primo la vita alla quale sarà tenuto di necessità. La virtù non ha padroni; quanto più ciascuno di voi la onora tanto più ne avrà; quanto meno la onora, tanto meno ne avrà. La responsabilità, pertanto, è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa”. Platone ci sottolinea qui la responsabilità morale dell’uomo nella scelta, fino a dire quasi empiamente: “Il dio non ne ha colpa”. Molti si chiedono se valga solo la scelta fatta nell’aldilà. Una volta che si sia attuata la scelta nell’aldilà, nell’aldiqua non ci sarebbe più alcun margine di modifica, tutto sarebbe stato già scritto. Si può ancora rimediare sulla Terra, per come le pratiche filosofiche ed iniziatiche insegnano? Si sceglierebbe solo nell’aldilà e mai nell’aldiqua? Le parole dell’araldo ci dicono il contrario quando chiaramente afferma: “anche chi capita per ultimo, purché scelga con giudizio e viva in accordo –syntonos- con questa scelta può aspettarsi di avere una vita soddisfacente e per nulla malvagia”. L’anima deve scegliere, dunque, ponderando, valutando, calcolando pro e contro, svantaggi e vantaggi, ovvero scegliere il demone, il modello generale della vita. L’ordine di chiamata alla scelta non inficia la possibilità di scegliere una vita buona e giusta, ma bisogna avere la conoscenza, gli strumenti conoscitivi necessari a discernere il bene e il male. Chi si dedica alla filosofia si procura gli strumenti secondo Platone. Sentiamolo nelle sue importanti considerazioni circa la “morale” del mito di Er: “se uno, giungendo nel nostro mondo, si dedica alla sana filosofia, e nel sorteggio non capita tra gli ultimi a scegliere, si dà il caso, stando al racconto di Er, che egli rischia non solo di essere felice qua da noi, ma anche di fare il viaggio da questo mondo all’altro, e dall’altro a questo, non per la via difficile che passa sottoterra, ma per quella piana che attraversa il cielo”[xx] Il mito di ER potrà salvare anche noi, a patto che gli si dia ascolto e gli si presti fede. Così poi conclude Platone: “se dunque daremo retta a quanto ho detto, convincendoci che l’anima è immortale ed è potenzialmente capace di assumere su di sé ogni genere di bene e di male, terremo sempre la via che sale verso l’alto, comportandoci in ogni circostanza secondo giustizia unita a saggezza. Così potremo essere in pace con noi stessi e con gli dèi, sia nel nostro soggiorno su questa terra, sia in seguito, quando avremo riscosso i premi della giustizia come fanno i vincitori allorché raccolgono i trofei nel trionfo. Ci toccherà, insomma, felicità quaggiù sulla terra e nel viaggio millenario che abbiamo illustrato”[xxi].
IL PARADOSSO DELLO SPECCHIO PER LA COMPRENSIONE DELLE CAUSE DEGLI EVENTI
Un aereo è in partenza. Una donna, dopo il check-in si attarda in un negozio a provare vestiti. Pur chiamata più volte all’altoparlante, fa ritardare la partenza dell’aereo di cinque minuti. Durante il take-off l’aereo si imbatte in uno storno di uccelli e precipita. Periscono tutti. Ci si potrebbe chiedere se sia stata colpa della donna in ritardo o se il tutto sia stato governato da una necessità assoluta. Era assolutamente inevitabile che queste persone si imbattessero in questo disastro in quel preciso momento? E il ritardo della donna era parte di una necessità? Oppure potremmo immaginare che, se solo la donna fosse stata puntuale, lo stormo di uccelli non avrebbe colpito l’aereo? Cerchiamo di trovare risposte che non siano solo materialistiche. Bisogna osservare che nel regno spirituale abbiamo l’opposto di ciò che esiste sul piano fisico. Tutto è, infatti, uno specchio. [xxii] Come il tempo va all’incontrario nel mondo spirituale, ovvero si vive una progressione continua del tempo in senso contrario, così anche gli eventi si intessono in una continuità speculare all’incontrario. Se si vuole ottenere una grazia, non bisogna chiederla ma ringraziare come se si fosse già ottenuta. Come diceva San Paolo, videmus nunc per speculum in aenigmate tunc autem facie ad faciem. È d’altronde logico, se si considera la visione antica del firmamento come specchio della Terra, riassunta nel mito di Dioniso che si specchia sul mondo e viene frantumato nel divenire.[xxiii] In una visione allo specchio tutto è al contrario. Se davanti ad esso alzo la mano sinistra, nello specchio è la destra. Per questo il senso sinistrorso della scrittura, ancora in uso presso ebrei e arabi, simbolo della scrittura divina dei testi sacri. O, per altro verso, certa letteratura esoterica (vedi Aleister Crowley e alcuni brani dei Beatles, etc.) suggerisce di leggere o vedere film o ascoltare musiche all’incontrario. Quindi, se qualcosa è vera qui per il piano fisico, la verità guardata dal punto di vista spirituale può apparire molto diversa. Se un chiaroveggente, all’oscuro dei fatti, esaminasse la fortuna di uno o più dei passeggeri morti nell’incidente aereo potrebbe asserire che ai passeggeri è capitata una giornata particolarmente fortunata. Tutto appare, infatti, al contrario allo specchio dei mondi spirituali. Come dice Steiner, nel momento in cui queste persone hanno lasciato il piano fisico, potrebbero essere state chiamate a qualcosa di speciale nel mondo spirituale, qualcosa che le ha riempite di un’abbondanza di nuova vita nello stesso mondo.[xxiv] Il chiaroveggente potrebbe aver visto un evento dei mondi sovrasensibili svolgersi esattamente nella direzione contraria e, verrebbe da dire, nel “senso” opposto, rispetto al tragico dipanarsi visibile nel mondo fisico. Ci torneremo tra breve.

Effetto specchio tra statua megalite e Luna occorso sul sito di Argimusco. Vedasi l’ombra riflessa dal megalite di sinistra raffigurante una donna in preghiera: per effetto speculare opposto la controfigura eterica di quella femminile sul piano materiale è maschile, come visibile nell’ombra dotata di fallo eretto come un satiro. Si veda P. Devins (a cura di G. Milazzo) Argimusco Svelato: La Guida, AVI, 2024
LA SERIE INFINITA DELLE CAUSE NEL MONDO MATERIALE
Dal punto di vista della logica materialista del mondo fisico tutto ciò che si può provare in questo modo è semplicemente una catena di cause. Si sarà in grado di mostrare come un evento si integri con gli altri in modo tale che la faccenda non avrebbe potuto accadere altrimenti. Si arriverà gradualmente al punto di eliminare completamente il libero arbitrio della donna in ritardo, perché se abbiamo una causa per ogni effetto, questa include anche tutto ciò che ha fatto e fa la donna ritardataria. Se si è attardata per vanità e per spirito consumistico, probabilmente, si dirà, per esempio, che non ha avuto abbastanza amore dalla famiglia, o ha subito violenza da bambina o ha subito traumi nascosti e così sempre più giù in un aggrovigliarsi senza fine di possibili concatenazioni di cause. Se non avesse subito traumi o non avesse subito violenza le cose non sarebbero andate come sono andate. Considerando il tutto in questo modo, possiamo basare ogni evento intrecciato in una catena di causa ed effetto. Ci si fermerà solo quando, a piacere e secondo le tendenze ideologiche del momento e del giudicante, si vorrà trovare una comoda giustificazione o spiegazione del rapporto tra cause ed effetti. Ad esempio, e fuor di polemica, come noto da un po’ di anni nell’esame del movente psicologico (dolo o colpa) degli autori di delitti di violenza sessuale, si è osservato in giurisprudenza che, se per uomini bianchi non vi sono attenuanti ed esimenti possibili salvo la giusta punizione ed esecrazione sociale, tanto non vale per i migranti di colore autori dello stesso reato. Il loro dolo è sempre meno grave, fino ad essere rubricato a colpa lieve, giacché la ricerca della concatenazione di cause fa risalire alla cultura dei paesi di origine, piuttosto che della famiglia o della confessione religiosa, una certa diversa categorizzazione etica e valoriale dell’atteggiamento di violenza sessuale fino a fare diventare il loro gesto eticamente e giudizialmente meno grave di quello compiuto da bianchi. Fino ad arrivare, magari, all’assurdo ideologico del concorso di colpa, nella serie infinita delle cause, da parte della stessa vittima vestita in modo non appropriato. Tanto per l’aspetto materiale delle scusanti culturali. Andiamo agli aspetti meccanicistici. Se quello che vale nel mondo fisico è la forza che produce un certo effetto meccanico, nel mondo fisico sarebbe il cavallo che tira il cocchiere dove vuole, trascurando il fatto che è il cocchiere a condurre il cavallo. Ciò che, infatti, consente e controlla l’azione fisica del movimento della carrozza è da ricercare nell’azione del cocchiere non del solo cavallo. Così ragionando materialisticamente si potrebbe arrivare ad asserire che si deve poter dimostrare empiricamente tutto ciò che avviene, e che solo ciò che è stato dimostrato empiricamente è vero. Dunque, da questo modo di pensare, come ben sappiamo nel mondo di oggi, ne discenderebbe che non potrebbe esistere il soprasensibile né potrebbero esistere mondi spirituali, né dèi, né angeli o altro che non sia la greve materia. Da tale modo di pensare ne conseguirebbe che, pur ammesso un dio non manifesto, continuo creatore del mondo, l’azione dell’emanazione dovrà essere, comunque, un’azione necessitata da una serie infinita di cause. Mentre per definizione l’azione di un dio deve essere libera, mai necessitata giacché chi è costretto non è più un essere divino…! Da tale contraddizione logica consegue che, non potendo dimostrare la continua creazione come conseguenza necessaria della nostra serie di concetti e dovendo percepirla, comunque, per ammetterla, essa non può esistere. Dunque, non esisterebbe alcuna creazione o emanazione dal non manifesto al manifesto. Invece, dietro ogni evento fisico esterno ce n’è uno superiore, più sottile. Come nel caso del movimento della mano, il movimento fisico è solo una parte dell’intero processo e dietro di esso c’è un processo eterico, un processo del corpo eterico, così ogni processo fisico al di fuori è permeato da un sottile processo elementare che scorre parallelo ad esso e che si svolge nel regno sovrasensibile. Non solo gli esseri sono permeati da un elemento sovrasensibile, ma lo è anche l’intera esistenza. Bisogna, dunque, indagare anche il mondo spirituale per comprendere le cause degli accadimenti. Ripetere ancora che esso non esiste è come volere pervicacemente studiare all’infinito il meccanismo causale di funzionamento degli ingranaggi dell’orologio e continuare a negare l’esistenza dell’orologiaio che lo ha costruito e che ogni tanto lo pulisce e gli dà la carica. Rischieremo, dunque, di capire ben poco o nulla del processo di creazione dell’orologio.
NECESSITA’ E LIBERTA’ TRA MOIRE E ASTRI
Plutarco dice che Atropo, insediata nel Sole, dà il primo impulso alla nascita e presiede al Nous, all’intelletto o spirito; Cloto, muovendosi sulla Luna, unisce e mescola l’anima; sulla Terra opera, infine, Lachesi, che più di tutte partecipa della sorte governando sia la sfera delle stelle fisse che quelle degli astri. Lachesi, dunque, rappresenta la Terra. Tutto ciò che consideriamo necessità appartiene al passato. Ciò che opera in noi come necessità deve sempre provenire dal passato. Tale passato potrebbe essere il karma derivante da altre vite, o conseguenze di azioni di questa vita. Financo i pensieri di altre esistenze diventano materia, passato che ora costituisce necessità. Steiner, more solito, ce lo ha spiegato così: (…) Ma i nostri pensieri attuali diventeranno natura esteriore nelle future condizioni di Giove e Venere (NB future incarnazioni evolutive della Terra tra milioni di anni). Saranno allora l’ambiente esterno. E ciò che ora vediamo come natura un tempo era il pensiero degli dèi.Oggigiorno parliamo di angeli, arcangeli, archai e così via. Pensavano in passato, proprio come pensiamo noi oggi. E ciò che pensavano è rimasto come loro memoria, ed è questa memoria che ora percepiamo. Possiamo percepire dentro di noi solo ciò che ricordiamo durante l’esistenza terrena. Ma interiormente è diventato natura. Ciò che gli dèi pensavano durante le precedenti condizioni planetarie è stato esteriorizzato e lo vediamo come natura esterna. E ciò che pensiamo oggi, in realtà tutto ciò che sperimentiamo, sarà allora il mondo esterno. Il mondo esterno che allora guarderemo dall’alto in basso sarà quello che ora è il nostro mondo interiore. Ciò che un tempo veniva sperimentato in libertà si trasforma in necessità. Tutta la natura della Terra presente che oggi è necessità era un tempo in uno stato di libertà, un libero atto degli dèi o angeli che dir si voglia. Proprio come ciò che ora pensiamo e diciamo non è necessità ma è libero, così lo stato materiale della Terra di oggi era un tempo libero nelle fasi precedenti dell’esistenza. La libertà evolve continuamente e ciò che rimane diventa necessità. La Terra, dunque, è Necessità, la Terra è Ananke solidificata, nella declinazione data dalle figlie di lei, le Moire, che muovono gli astri e che, tramite la musica delle sirene, poste su ogni sfera planetaria, influenzano gli uomini. La Necessità per gli uomini, dunque, discende dalla Terra e dagli Astri da essa legati insieme in un unico insieme cosmico, il Kosmos o Mondo. “La Necessità lo guidò (Il cosmo) e lo costrinse a tenere fermi i confini degli astri”[xxv] scriveva Parmenide. Altra necessità per gli umani è il karma delle vite precedenti come le conseguenze delle azioni di questa. La Necessità è comunque il Passato di Lachesi che, appunto ci dice Plutarco, sta sulla Terra. Atropo che canta il futuro sta sul Sole, che presiede al clima della Terra e alla vita in generale. Clima che si cerca di vaticinare con le profezie del futuro a vantaggio dell’agricoltura e delle attività umane. Cloto che canta il presente, sta invece sulla Luna, poiché essa è specchio immanente della Terra qui e ora.

IL MITO DI ER INDICA LA VIA DELLA LIBERTA’ DALLA NECESSITA’: LA VIA DELLO SPECCHIO TRA MONDO ETERICO E MONDO FISICO
Platone ci dà la via per liberarci dalla necessità e vivere felici nella libertà. Ci dice che il saggio, il filosofo può vivere libero e felice senza essere determinato da Necessità, Moire e Astri. (…) anche chi capita per ultimo, purché scelga con giudizio e viva in accordo –syntonos– con questa scelta può aspettarsi di avere una vita soddisfacente e per nulla malvagia”. (…) Chi si dedica alla sana filosofia, e nel sorteggio non capita tra gli ultimi a scegliere, si dà il caso, stando al racconto di Er, che egli rischia non solo di essere felice… Cosa vuol dire in concreto e come funziona? Come può il piccolo filosofo umano impedire il corso della Necessità cosmica determinata da Ananke e dalle Moire? È vero, dunque, che gli Astra inclinant sed non necessitant? Se sì, come si fa? Torniamo al concetto fondamentale dello specchio, trattato anche nel precedente articolo per Pagine Filosofali.[xxvi] Come ben sa chiunque si occupi un minimo delle scienze dello spirito, l’uomo nella sua costituzione cosmica è costituito da quattro arti: corpo fisico, corpo eterico (o corpo vitale), corpo astrale ed io (o spirito). Rinviamo all’immenso lascito steineriano per ulteriori ragguagli. Basti dire che il corpo eterico, pur perfettamente uguale a quello fisico, anche se non materiale, è specchio di esso. Ad es., se il corpo fisico è di sesso maschile, il corpo eterico è di sesso femminile e viceversa. Il corpo eterico segue un percorso opposto a quello del corpo fisico, speculare, pur essendo praticamente una perfetta versione eterica di esso. Il nostro corpo fisico è giovane all’inizio della vita. Poi si sviluppa e invecchia fino a diventare senile. Il corpo eterico fa il contrario. Il corpo eterico col tempo ringiovanisce. Se vogliamo usare le parole “vecchio” e “giovane” per il corpo eterico, in realtà, esso è vecchio quando nasciamo, perché è tutto rugoso e abbastanza piccolo da adattarsi a noi. Quando raggiungiamo una vecchiaia normale e moriamo, il nostro corpo eterico è tanto ringiovanito che possiamo consegnarlo al mondo intero, dove può di nuovo operare come una fresca forza vitale. Dicevamo che l’essere umano è legato alla necessità, cioè al passato di Lachesi. Perché è legato alla necessità? Perché l’anima, il sé interiore, che lo accompagna attraverso la vita sul piano fisico e attraverso tutte le costrizioni della necessità del piano fisico, vive per tutto il tempo in libertà. Di nuovo lo specchio, dunque: il corpo fisico vive nella necessità, il corpo eterico nella libertà. Come fare allora a svincolarsi dalla Necessità di Ananke e delle Moire, come dice Platone? C’entra qualcosa l’effetto specchio tra corpo fisico e corpo eterico? Come possiamo usare l’effetto specchio tra fisico ed eterico per vivere liberi da destino e necessità? Cedendo alla necessità di nostra libera volontà. Imponendoci la costrizione per libertà interiore. Immergendo il corpo eterico nei vincoli della necessità, si libera, per effetto speculare, la vita fisica. Scegliendo ovvero la necessità spirituale, dedicandosi con tutta l’anima alla sana filosofia, ci rendiamo sempre più liberi rispetto alla vita sul piano fisico. Così ne parla Steiner, il filosofo par excellence della “scienza dello spirito”, in una conferenza del 1916: Unendoci allo spirito che fluisce nel mondo e lasciandolo passare attraverso di noi, riceviamo realmente elementi che ci liberano dalle catene del mondo fisico. Non possiamo naturalmente liberarci da ciò che ci è stato assegnato dalla nostra precedente incarnazione, dal nostro karma. Ma se non ci liberiamo in questo modo, attraverso la nostra conoscenza della necessità spirituale, dalle condizioni di necessità sul piano fisico, rimaniamo legati a queste dopo la morte e dobbiamo portarle con noi. Dobbiamo portare con noi le necessità del piano fisico durante la vita tra la morte e una nuova nascita, e non possiamo liberarcene. Ma ogni momento in cui ci colleghiamo nel nostro corpo eterico alle necessità del piano spirituale, diventiamo sempre più liberi dalle necessità del piano fisico.[xxvii] Seguendo con libera determinazione, dunque, un impulso puramente spirituale, diventiamo liberi da tutto ciò che altrimenti ci determinerebbe nella vita fisica, anche dopo la morte. Se al contrario rimaniamo inerti e non scegliamo la vita filosofica, rimarremo intrappolati nella necessità immutabile della vita fisica, mentre il corpo eterico diventerebbe sempre più libero. Ed allora? Allora non seguiamo ipnoticamente il percorso degli astri, non facciamoci incantare dai canti delle loro sirene, distogliamo lo sguardo dagli illusori e falsi tempi del passato cantato da Lachesi e del futuro cantato da Atropo. Saliamo con gli occhi e guardiamo la Grande Madre eterna, la Venere celeste. Essa è la dea centrale, principio del movimento e della genesi, demone dirigente e custode di Giustizia e Necessità, per come diceva Parmenide, ed ancora, ζωναῖα, Signora del Cinto, κυκλιoῦχoς, padrona del cerchio, e ἀξoνεδραία “Asse Saldo” dell’asse del mondo, per come diceva Nicomaco. Facciamo diventare la consapevolezza e la ricerca spirituale centro della nostra anima. Tale necessità spirituale ci libererà dalle prigionie terrestri, dai karma e dalle inclinazioni esercitate dei pianeti. Bisogna, in altre parole, uscire dal dominio del tempo per entrare nel solo spazio delle costellazioni. Sentiamolo dalle parole di Platone, alla fine del Mito: «Ecco, caro Glaucone, in quale modo si è salvato questo mito e non è andato perduto. Ed esso, invero, può a sua volta salvare noi, se gli presteremo fede, così potremo attraversare il fiume Lete indenni e non contaminare l’anima. Se dunque daremo retta a quanto ho detto”, convincendoci che l’anima è immortale ed è potenzialmente capace di assumere su di sé ogni genere di bene e di male, terremo sempre la via che sale verso l’alto, comportandoci in ogni circostanza secondo giustizia unita a saggezza. Così potremo essere in pace con noi stessi e con gli dèi, sia nel nostro soggiorno su questa terra, sia in seguito, quando avremo riscosso i premi della giustizia come fanno i vincitori allorché raccolgono i trofei nel trionfo. Ci toccherà, insomma, felicità quaggiù sulla terra e nel viaggio millenario che abbiamo illustrato». [xxviii]

In alto, nella pura dimensione dello spazio, non costretti dalle tenaglie del tempo, possiamo immergere la nostra anima nella necessità della conoscenza spirituale. Permeare la nostra interiorità della necessità dello spirito, fino ad affrancare il corpo fisico dalla schiavitù del passato e del tempo. Questo ci consentirà di tornare ad essere felici e liberi, per come ci insegna da millenni il Mito di Er.
IL MITO DI ER INDICA LA VIA DELLA LIBERTA’ DALLA NECESSITA’: LA VIA PITAGORICA DEL CERCHIO DELLO STESSO
Ricordiamo che nel mito di Er[xxix] Platone scrive che dopo la morte le anime si ritrovano in un sito[xxx] composto di Etere o aria ignea, fra Cielo e Terra, e precisamente in una prateria sotto la Luna, Qui si aprono quattro voragini. Sentiamo come ne parla Platone nel mito di Er: si aprivano, a poca distanza l’una dall’altra, due voragini sulla terra e, proprio di fronte a queste, due nel Cielo. In mezzo a queste siedono giudici che, dopo aver espresso il loro giudizio, ordinano ai giusti di percorrere la strada che va verso destra e sale al Cielo[xxxi]; e agli ingiusti, d’intraprendere il cammino che va verso sinistra e scende nella regione inferiore.[xxxii](…) In tale maniera poté assistere al dipartirsi delle anime appena giudicate da due delle voragini del cielo e della terra. Invece, per quanto concerne le altre due voragini, da una sbucavano anime sudice di terra e di polvere, dall’altra scendevano anime diverse, del tutto pure, provenienti dal cielo. [xxxiii] Esse non sono voragini materiali o terragne, ma, in un contesto eterico astrale, i cerchi cosmici descritti da Platone nel Timeo. Le due voragini sono il Cerchio del Diverso”, in orbita lungo l’eclittica con il moto irregolare dato dalla retrogradazione planetaria, che si interseca con il “Cerchio dello Stesso[xxxiv] ovverosia con quello del moto delle stelle. I due cerchi dello stesso e del diverso, attorno alla Terra posta al centro. Dal centro della terra (corrispondente al polo nord) e della sfera cosmica passa l’asse del mondo. I Pianeti seguono il “Cerchio del Diverso”, in orbite lungo l’eclittica che delinea le costellazioni dello Zodiaco con il moto irregolare dato dalla retrogradazione[xxxv]. Incontrano poi il “Cerchio dello Stesso[xxxvi]” con cui, secondo Macrobio, formano una X, in due punti simmetricamente opposti nel cielo. Il Cerchio dello Stesso è la Via Lattea.[xxxvii] Tale X è definita anche Croce Platonica: l’Anima del Mondo ha la forma della lettera greca X (chi). Le due linee che la formano creano infatti un angolo che ha la stessa inclinazione dell’eclittica rispetto all’equatore (23°27’). La X rappresenta quindi il modo in cui l’Anima Mundi porta le idee alla manifestazione.[xxxviii] Proclo commenta Platone parlando delle quattro aperture disposte come le quattro aste del X, lo stesso che il Demiurgo ha “impresso nel cuore dell’essenza delle anime quale lettera propria a ogni anima”.[xxxix] Il filosofo neopitagorico dice che la X s’addiceva alle anime, “non solo a quelle particolari, ma generalmente a tutte”. Il segno della X è considerato, infatti, il segno magico dell’anima: (Platone) ha mostrato quel che rivela il segno magico essenziale dell’anima, le due destre separatamente, la X che ne è risultata e i due circoli che ne derivano. Tutte cose che anche la Teurgia ha manifestato dopo Platone, quando ha pienamente composto il segno magico dell’anima tramite le figure in X e i semicerchi. Grazie a Platone, dunque, sono state rese pubbliche dapprima per noi i nomi e i segni magici dell’anima, segni che egli stesso ha percepito intuitivamente, e che i saggi che sono venuti dopo di lui hanno seguito fedelmente. Occorre considerare infatti che esistono anche segni magici dell’anima, e non solo segni comuni a ogni anima, come questi, ma particolari segni per ogni particolare anima, proprio come ne sono stati rivelati personalmente dagli Dei: segni di Eracle, di Penteo, di Agave e dello stesso Platone. Ma questi segni, spetta solo agli Dei sia conoscerli sia rivelarli. In compenso, il segno comune a ogni anima, cominciando dall’Anima dell’Universo, Platone è stato il primo a vederlo e a disegnarlo, e ce ne ha mostrato l’autore nel Demiurgo (…) Il Demiurgo ha tratto dalla propria essenza anche i nomi che ha imposto alle sfere dell’Anima dell’Universo, poiché questi nomi sono simboli demiurgici.[xl] La X platonica, all’incrocio tra il Cerchio dello Stesso e quello del Diverso. Platone pensava che la “bontà” avrebbe consentito all’anima di tornare alla sua stella fissa, abbandonando dietro di sé la spaventosa macchina del tempo entro l’Eclittica, governata dagli ὄργανα χρóνου, cioè dai pianeti. La Von Dechend scrisse: “L’uomo deve far sì che lo “Stesso” – il moto della sfera delle stelle fisse – diventi il regolatore della propria anima, perché la “conoscenza e la comprensione razionale” (νοῦς ἐπιστήμη τε) stanno con lo “Stesso”, mentre “le opinioni e le credenze” sono nel dominio del “Diverso”, cioè l’Eclittica[xli]. Questa coppia di concetti, la verità in contrapposizione all’opinione, ci è nota fin dai tempi di Parmenide. Si potrebbe dire che la via di minor valore, quella “delle opinioni e delle credenze” (Doxa), sia necessariamente connessa all’Eclittica, dal momento che il “Diverso” rappresenta “l’incommensurabile” per eccellenza, ossia la diagonale, come aveva spiegato Platone”.[xlii] Continuiamo ad esaminare i due Cerchi. Il Cerchio dello Stesso è quello immutabile delle stelle fisse, ovvero la sfera concentrica o fuso governato da Cloto che canta il tempo presente ovvero dell’eterno presente. Il cerchio del Diverso riassume invece i fusi mossi da Atropo e da Lachesi. La prima muove i pianeti e canta il futuro, mentre la seconda li muove con tutt’e due le braccia cantando il passato. Il Cerchio del Diverso rappresenta il tempo, il divenire, governato dagli ὄργανα χρóνου, cioè dai pianeti. Sul Cerchio del Diverso stanno i punti vernali del solstizio del Cancro e del Capricorno. Scendendo dal tropico del Cancro verso la Terra si scende verso l’incarnazione. Salendo dalla Terra verso il tropico del Capricorno si sale verso il cielo. Sul tema Proclo ci dice: il Cielo è la sfera delle [stelle] fisse, in essa vi sono due abissi, il Capricorno e il Cancro; questo è l’abisso della discesa nella generazione, quello lo è della risalita.[xliii].
Porfirio attribuisce tale dottrina al pitagorico Numenio di Apamea[xliv]. Porfirio poi precisa che le porte del Cielo sarebbero nelle costellazioni dei due segni tropici in cui lo Zodiaco interseca la Via Lattea d’estate e d’inverno: questi due punti sono detti solstiziali. E continua: dicono che ci sono due estremità nel Cielo: di esse né una è più a sud del tropico invernale, né l’altra è più a nord del tropico d’estate. Il tropico d’estate è in corrispondenza del Cancro, quello d’inverno in corrispondenza del Capricorno. E poiché il Cancro è oltremodo vicino a noi, venne logicamente attribuito alla Luna, che è la più vicina alla Terra; il Capricorno, poiché il polo sud è invisibile, venne assegnato al pianeta più lontano e più alto di tutti.[xlv]

Dicevamo che Platone presenta i due cerchi dello Stesso e del Diverso come quattro voragini o χάσματα. Abbiamo già anticipato che esse non sono voragini materiali o terragne, ma i cerchi cosmici sopra descritti. Cosa ce lo fa dire? È presto detto: la tradizione cosmica pitagorica sopraccitata (Proclo, Numenio di Apamea, Porfirio, etc.) e soprattutto lo stesso Platone. In parte la metafora platonica sui cerchi cosmici, descritti come voragini, è compresa dagli studiosi odierni. Laddove parla delle due voragini il filosofo ci dice che i giudici ordinano ai giusti di percorrere la strada che va verso destra e sale al Cielo; e agli ingiusti, d’intraprendere il cammino che va verso sinistra e scende nella regione inferiore. E piu’ oltre, circa le altre due voragini, dice che da una sbucavano anime sudice di terra e di polvere, dall’altra scendevano anime diverse, pure, provenienti dal cielo. Dunque, gli studiosi moderni, in pochi casi, hanno capito che le voragini hanno la stessa funzione dei cerchi pitagorici del Diverso e dello Stesso. Non solo. Platone nella parte morale fa, però, un’altra considerazione non esaminata dagli stessi studiosi, forse, perché non compresa. More solito, gli occhiali copernicani che indossiamo ci rendono incomprensibile ogni riferimento ai temi cosmologici degli antichi. Di che si tratta? Platone dice che chi si dedica alla filosofia potrà fare “il viaggio da questo mondo all’altro, e dall’altro a questo, non per la via difficile che passa sottoterra, ma per quella piana che attraversa il cielo”. Cosa intende dire quando parla di “via difficile che passa sottoterra” χθονίαν καὶ τραχεῖαν πορεύεσθαι, e di “via piana che attraversa il cielo” ἀλλὰ λείαν τε καὶ οὐρανίαν? Con l’espressione “via difficile che passa sottoterra” si riferisce al Cerchio del Diverso, l’Eclittica, che attraversa obliquamente la terra e passa sottoterra tra il Tropico del Cancro, che sta sopra la Terra (per come conosciuta dagli antichi), e il Tropico del Capricorno, che sta invece sottoterra, per come ritenevano gli antichi. Con l’espressione “via piana che attraversa il cielo” si riferisce invece al Cerchio dello Stesso che attraversa pianeggiante l’equatore cosmico. Ricordiamo che il Cerchio del Diverso rappresenta il tempo, il divenire, governato dagli ὄργανα χρóνου, organi del tempo, cioè dai pianeti, tempo mosso nel futuro e nel passato rispettivamente da Atropo e Lachesi. Il Cerchio dello Stesso, delle stelle, rappresenta l’eterno presente, governato da Cloto. Non sfuggirà ai nostri (pochi) lettori che vivere il presente e non l’inganno del passato e del futuro sono la via per il raggiungimento degli stati piu’ alti di beatitudine e consapevolezza nella cultura antica classica e orientale. Basti pensare al famoso motto di Orazio “Carpe diem, quan minimun credula postero” o Marco Aurelio con la famosa frase “Nessuno perde un’altra vita se non questa che vive, né vive un’altra se non quella che perde” (τὸ γὰρ παρόν ἐστι μόνον οὗ στερίσκεσθαι μέλλει, εἴπερ γε ἔχει καὶ τοῦτο μόνον καὶ ὃ μὴ ἔχει τις οὐκ ἀποβάλλει). Allo stesso modo in oriente il Buddha diceva: Non indugiare sul passato; non sognare il futuro, concentra la mente sul momento presente.” In altre parole, Platone ci sta dicendo che bisogna sfuggire al giogo ipnotico del tempo, dell’ansia del divenire nel futuro o della nostalgia del passato, determinato dai pianeti che inclinano ma non obbligano (inclinant sed non necessitant) e, invece, centrare l’attenzione del nostro spirito verso le stelle fisse del Cerchio dello Stesso che, invece, governa il presente. Rileggiamo, dunque, a modo nostro le parole di Platone sulla base di questa interpretazione. (…) chi si dedica alla sana filosofia potrà essere felice due volte. Prima sulla Terra. Dopo potrà fare il viaggio da questo mondo all’altro, e dall’altro a questo, non per la via difficile del Cerchio del Diverso, ovvero del tempo futuro e del passato sotto il dominio dei pianeti, ma per la via facile del Cerchio dello Stesso, ovvero del tempo presente sotto il dominio delle stelle. Solo sfuggendo alla opprimente macchina del tempo del Cerchio del Diverso, entro l’Eclittica governata dagli ὄργανα χρóνου, l’uomo potrà sottrarsi alla necessità di Ananke costituita dai vincoli del passato karmico. Sfuggito alla necessità del passato l’uomo potrà trovare, dunque, la sua libertà. Non solo. Nel Cerchio dell’Eclittica planetaria stanno anche i fantasmi illusori del futuro che condizionano la libertà in un’ansia di un divenire che ancora non è. La Libertà è, dunque, l’uscita dal giogo temporale della Necessità dei pianeti condizione per potere godere dell’attimo presente governato dalle stelle. E là tra le costellazioni, immersa nel presente, la nostra anima, ora libera, potrà ritrovare la propria stella fissa.
IL MITO DI ER E L’OROLOGIO DI PRAGA
Per descrivere visivamente il senso della paideia pitagorica del mito di Er vediamo i simboli del molto più tardo orologio astronomico di Praga. Le quattro figure che fiancheggiano l’orologio si animano allo scoccare di ogni ora. Ognuna di esse rappresenta i vizi capitali: lo scheletro simboleggia la morte, il turco suona una chitarra e richiama la lussuria, il personaggio con lo specchio impersona la vanità e il viandante con la borsa rappresenta l’avarizia[xlvi]. Allo scoccare dell’ora lo scheletro suona una campana tirando la fune con la mano destra e capovolge la clessidra che ha nella sinistra, nel frattempo il turco, l’avaro e il vanitoso fanno no con la testa; a questo punto esce il corteo con i dodici apostoli (11 apostoli più San Paolo) che, a coppie, si inchinano alla folla. Il calendario sotto è formato da dodici medaglioni raffiguranti scene di natura e vita rurale associate alle dodici costellazioni. I personaggi ai lati del calendario raffigurano a partire da destra: la prima figura, a destra, rappresenta un sapiente che legge un libro e simboleggia la filosofia; la seconda figura rappresenta anch’essa un sapiente che reca in mano un cannocchiale e simboleggia l’astronomia; la terza figura rappresenta Michele Arcangelo con spada e scudo simboleggiante la forza che combatte i vizi, indicati, sopra di lui, dalla stessa sua spada; la quarta figura rappresenta ancora un sapiente che esamina una pergamena e simboleggia la teologia. Quale la connessione col Mito di Er? È presto detto. Il vanitoso, il musicista e l’avaro stanno nell’orologio del tempo, segnato dal movimento del Sole e della Luna. Accanto ad esso sta la Morte che tiene la clessidra in mano. I personaggi del vanitoso, del musicista e dell’avaro stanno, dunque, idealmente sul Cerchio del Diverso, quello degli astri o pianeti sottomessi alla Necessità, al tempo e ai moti retrogradi dei pianeti.[xlvii] Sotto sta, invece, la via del filosofo, dell’astronomo e del teologo, quella di chi liberamente segue il percorso del Cerchio dello Stesso, quello delle costellazioni indicate da Michele Arcangelo, quale potenza cosmica. Nell’orologio delle stelle essi non vedono la morte, che invece sta nel superiore orologio dei pianeti. La via della Libertà è, dunque, quella di chi segue la filosofia, la teologia e l’astronomia.

Per costui non c’è morte, ma la vita felice, in unione con la Natura.
Note:
[i] Si veda A. Bruno, “Il mito di Er quale “topografia” dell’aldilà o epifania delle “madri” eteriche” ? su paginefilosofali.it del 8 ottobre 2025.
[ii] Si consenta di rinviare a A.Bruno, Il mito di Er, tra cosmo e immortalità, AVI 2025, Isbn 979-8280657724
[iii] Platone nel Gorgia 524aI sgg scrive che Zeus ha nominato come giudici dell’Ade i suoi figli Minosse, Radamanto e Eaco i quali giudicano sul prato i morti
[iv] Platone, Resp. 617D-E.
[v] Sul tema si veda, Marina Berzins McCoy in Freedom and Responsibility in the Myth of Er, Boston College – USA ideas y valores · vol. lxi · n.o 149 agosto de 2012 issn 0120-0062
[vi] G. Reale – R. Radice, Repubblica, Bompiani, Milano 2009, saggio introduttivo, p. 82.
[vii] G. Reale – R. Radice, Repubblica, ibidem p. 83
[viii] In epoca greca la eleuteria designa esclusivamente la libertà politica (libertà dalla tirannia, dai Persiani, ecc) e non c’entra con la possibilità di riconoscere all’uomo una responsabilità dell’azione. Nelle tragedie il coro, per spiegare le azioni dei protagonisti, faceva costante riferimento alla ananke, alla Moira e alla tuche, tutte forze che condizionano l’uomo impedendogli la libertà. Nelle scuole fiorite in età ellenistica l’azione dell’uomo non è mai sottratta alla forza che regna nell’universo, ma anzi adeguamento ad essa, intesa come razionalità positiva, non come fa il cane che, legato al carro, anziché seguirlo sua sponte, gli si oppone, con il risultato che è da esso ugualmente trascinato, ma con maggiori sofferenze. Seneca diceva: ducunt volentem fata, nolentem trahunt. Gorgia, nel comporre il suo Encomio di Elena, donna fedifraga, la giustifica spiegando che è stata persuasa dalla parola – la quale può tutto – e che dunque non avrebbe potuto agire altrimenti. Il linguaggio diventa un’altra di quelle forze estrinseche che necessitano gli uomini (e le donne), e non è un caso che Nietzsche scorga l’esordio del crollo greco proprio in Socrate e in Euripide, che per primi hanno cercato nell’uomo una responsabilità dell’agire. Epicuro ne parla nella Lettera a Meneceo e sconfessa il determinismo derivante dalla ananke Nella filosofia scolastica si distingue tra potestas ad utrumque e libertas a coactione. La prima è la libertà di indifferenza, tale per cui quando ci si trova a dover compiere una scelta è indifferente che si scelga A piuttosto che B, nel senso che non vi è nessun condizionamento che implichi dall’esterno una differenza ovvero libertà di” fare così oppure non così. Dall’altro lato, troviamo la libertas a coactione : si tratta di una libertà in virtù della quale sia che io scelga A sia che io scelga B non sono condizionato da una costrizione, sia essa esterna (qualcuno che mi obbliga ad agire in un determinato modo) sia essa interna (le mie passioni).
[ix] 617B.
[x] Tim. 36D-37A
[xi] in Omero gli strumenti della filatura, in particolare la rocca ( ), accompagnano sempre la figura femminile nel contesto della casa: cf. Il. 6.491, Od. 1.357; 4.131 e 135; 6.53, 306; 7.105; 17.97; 18.315; 21.351.
[xii] su Lexis 29.2011, Stefano Maso, Il ‘filo’ del destino: una prospettiva ermeneutica, pag. 5-6
[xiii] Od. 7.196-821.
[xiv] Marco Aurelio. 10.5.
[xv] M. Aurel. 7.57
[xvi] Seneca, Epistole a Lucilio (107, 11, 5)
[xvii] Platone, Leg. 960C24. Platone dice nel Politico 280A-283C, che l’«arte del tessere» sembra essere un vero e proprio modello per l’«arte politica».
[xviii] Per tutti, J. J. Annas, Plato’s Myths of Judgement, «Phronesis» 27 (1982), pp. 133: the cycle of reincarnations represents a belief in a kind of determinism. The cosmos in the myth whirls round the spinale of Necessity; the process is regulated by the Fates. The language of the passage is full of references to fate and necessity. But the more my life is shown to me as being part of an unending cycle of events over which I have no control, the less can I feel that rewards for being just, or punishment for being unjust, really answer to what I have done and chosen. The Myth of Er, in which the judgement of my life has shrunk to being merely one stage of the fated cycle of rebirths, is less likely to make me rethink my life and choose different priorities than it is to alienate and detach me from my own moral character. If the myth is right, then the proper way to view it is as being il large part the product of factors unavailable to my consciousness and beyond my control, and doomed to end in results which, whether pleasant or the opposite, are merely inevitable responses to the product in me f those factors (p. 133).
[xix] Contro la posizione deterministica si veda A. Vallejo Campos – C. Eggers, Platón, República, Mondadori, Milano, 2012, n. 81, p. 741 in questo senso F.Calabi, op.cit. pag. 290 e A.Masaracchia, Orfeo e gli orfici in Platone,in Id,(a cura di) Orfeo e l’orfismo, Roma 1993, pagg.173-97
[xx] ἐπεὶ εἴ τις ἀεί, ὁπότε εἰς τὸν ἐνθάδε βίον ἀφικνοῖτο, ὑγιῶς φιλοσοφοῖ αἱ ὁ κλῆρος αὐτῷ τῆς αἱρέσεως μὴ ἐν τελευταίοις πίπτοι, κινδυνεύει ἐκ τῶν ἐκεῖθεν ἀπαγγελλομένων οὐ μόνον ἐνθάδε εὐδαιμονεῖν ἄν, ἀλλὰ καὶ τὴν ἐνθένδε ἐκεῖσε καὶ δεῦρο πάλιν πορείαν οὐκ ἂν χθονίαν καὶ τραχεῖαν πορεύεσθαι, ἀλλὰ λείαν τε καὶ οὐρανίαν.
[xxi] ἀλλ᾽ ἂν ἐμοὶ πειθώμεθα, νομίζοντες ἀθάνατον ψυχὴν καὶ δυνατὴν πάντα μὲν κακὰ ἀνέχεσθαι, πάντα δὲ ἀγαθά, τῆς ἄνω ὁδοῦ ἀεὶ ἑξόμεθα καὶ δικαιοσύνην μετὰ φρονήσεως παντὶ τρόπῳ ἐπιτηδεύσομεν, ἵνα καὶ ἡμῖν αὐτοῖς φίλοι ὦμεν καὶ τοῖς θεοῖς, αὐτοῦ τε μένοντες ἐνθάδε, καὶ ἐπειδὰν τὰ ἆθλα αὐτῆς κομιζώμεθα, ὥσπερ οἱ νικηφόροι περιαγειρόµενοι, καὶ ἐνθάδε καὶ ἐν τῇ χιλιέτει πορείᾳ, ἣν διεληλύθαμεν, εὖ πράττωμεν.
[xxii] Si consenta rinviare a A.Bruno, Lo Specchio di Pitagora e la Luna, AVI, ISBN: 9798241444875, 2025
[xxiii] Si consenta rinviare agli altri testi dell’autore A.Bruno, Κόσμοσ, il mondo degli antichi, AVI, 2023, ISBN-13-979-8371859815, A.Bruno, Il Pantheon del Cielo: culture e riti per l’ascesa stellare nel Pantheon “platonico” di Roma, Isbn 979-8844154249, Avi 2022;
[xxiv] Rudolf Steiner, Necessità e libertà nella storia e nell’attività umana, Antroposofica, 2015
[xxv] Parmenide, Περί Φύσεως framm.10. si veda anche Aurelio Bruno, Il viaggio astrale di Parmenide, Avi, 2024, pag.105 e ss
[xxvi] Sul tema degli specchi si consenta di rinviare ai testi dell’autore, A.Bruno, Lo Specchio di Pitagora e la Luna, AVI, ISBN: 9798241444875, 2025 [xxvii] Rudolf Steiner, Necessità e libertà, Lettura V, GA 166, 8 febbraio 1916, Berlino
[xxviii] Καὶ οὕτως, ὦ Γλαύκων, μῦθος ἐσώθη καὶ οὐκ ἀπώλετο, καὶ ἡμᾶς ἂν σώσειεν, ἂν πειθώμεθα αὐτῷ, καὶ τὸν τῆς Λήτῆςποταμὸν εὖ διαβησόµεθα καὶ τὴν ψυχὴν οὐ µιανθησόμεθα. ἀλλ᾽ ἂν ἐμοὶ πειθώμεθα, νομίζοντες ἀθάνατον ψυχὴν καὶ δυνατὴν πάντα μὲν κακὰ ἀνέχεσθαι, πάντα δὲ ἀγαθά, τῆς ἄνω ὁδοῦ ἀεὶ ἑξόμεθα καὶ δικαιοσύνην μετὰ φρονήσεως παντὶ τρόπῳ ἐπιτηδεύσομεν, ἵνα καὶ ἡμῖν αὐτοῖς φίλοι ὦμεν καὶ τοῖς θεοῖς, αὐτοῦ τε μένοντες ἐνθάδε, καὶ ἐπειδὰν τὰ ἆθλα αὐτῆς κομιζώμεθα, ὥσπερ οἱ νικηφόροι περιαγειρόµενοι, καὶ ἐνθάδε καὶ ἐν τῇ χιλιέτει πορείᾳ, ἣν διεληλύθαμεν, εὖ πράττωμεν. Plat.Resp.621 c
[xxix] Sul mito di ER Cumont, in Lux Perpetua, Paris, 1949, pag. 147 e 150-156, scrisse che i Magi iraniani dell’Asia Minore e i Caldei avevano trasmesso la magia orientale ai Pitagorici di Sicilia. Giacchè Platone era stato in contatto con Pitagorici e Caldei il mito di ER fu il frutto di tali contatti.
[xxx] Sul sito del mito di Er vedi J.P. Culianu “Psychanodia 1”, op.cit, pag. 41
[xxxi] Anche i poeti erano considerati “giusti” e, dunque, destinati ad altra vita, all’epoca di Augusto. Ovidio, scrisse: Se hanno qualche cosa di vero i presagi dei vati, per quanto interamente io muoia non sarò tuo, terra (Ovidio, Tristia, IV, 10, 129-30) Non ero terra, tuus: il che non può interpretarsi della gloria immortale dei carmi, bensì solo dello spirito suo che sia volato al Cielo. Stesso significato è evidente anche nel passo finale delle Metamorfosi. Quando vorrà, quel giorno che non ha altro potere se non sul corpo mio, porrà termine all’incerto spazio della mia vita mortale, ma con la parte migliore di me stesso sarò portato perennemente sopra gli alti astri e la mia fama non perirà mai; fin dove la romana potenza stende il suo dominio sulla terra, io sarò letto dal popolo; e per tutti i secoli, se han qualche cosa di vero i presagi dei vati, io vivrò glorioso (Ovidio, “Metamorfosi”, XV, 873-9). Sempre, Ovidio nella famosa elegia in morte di Tibullo immagina il convegno dei maggiori poeti del suo tempo negli Elisii (59-66). Se di noi, egli dice, rimane qualcosa oltre il nome e l’ombra, nell’Elisia valle vivrà Tibullo. E tu, o dotto Catullo, cinto di edera le giovenili tempie, vienigli incontro, insieme col tuo Calvo. E tu pure, o Gallo, se falsa è l’accusa del tuo improbo amico, tu pure vieni, o prodigo del tuo sangue e della tua anima. Compagno a costoro è l’ombra tua, o colto Tibullo; se hanno ancora qualche vita le ombre, tu hai aumentato il numero dei pii (Ovidio, “Amores”, II, 9). Col porre Tibullo nella valle Elisia, il poeta seguiva il voto espresso dallo stesso suo amico defunto, che nella terza elegia del libro I aveva a sé augurato (57-58): Sed me, quod facilis tenero sum semper Amori. Ipsa Venus campos ducit in Elysios (Tibullo, Libro 1, Corpus Tibullianum, Par. 51-58,81-84).
[xxxii] Platone, “Repubblica”, X, 614B-C, in “Platone, Tutti gli scritti”, op. cit., pp. 1322- 1323: “Disse che la sua anima, dopo essere uscita dal corpo, si mise in viaggio assieme a molte altre, finché giunsero a un luogo meraviglioso (24) nel quale si aprivano due voragini contigue nel terreno e altre due, corrispondenti alle prime, in alto nel Cielo. In mezzo ad esse stavano seduti dei giudici, i quali, dopo aver pronunciato la loro sentenza, ordinavano ai giusti di prendere la strada a destra che saliva verso il Cielo, con un contrassegno della sentenza attaccato sul petto, agli ingiusti di prendere la strada a sinistra che scendeva verso il basso, anch’essi con un contrassegno sulla schiena dove erano indicate tutte le colpe che avevano commesso.(25) Giunto il suo turno, i giudici dissero a Er che avrebbe dovuto riferire agli uomini ciò che accadeva laggiù e gli ordinarono di ascoltare e osservare ogni cosa di quel luogo. Così vide le anime che, dopo essere state giudicate, partivano verso una delle due voragini del Cielo o della terra; dall’altra voragine della terra risalivano anime piene di lordura e di polvere, dall’altra posta nel Cielo scendevano anime pure. Quelle che via via arrivavano sembravano reduci come da un lungo viaggio; liete di essere giunte a quel prato, vi si accampavano come in un’adunanza festiva. Le anime che si conoscevano si abbracciavano e quelle provenienti dalla terra chiedevano alle altre notizie del mondo celeste, e viceversa. Nello scambiarsi i racconti delle proprie vicende le une gemevano e piangevano, al ricordo di quante e quali sofferenze avevano patito e veduto durante il viaggio sottoterra (un viaggio di mille anni), (26) mentre quelle provenienti dal Cielo riferivano le visioni di beatitudine e di straordinaria bellezza che avevano contemplato”
[xxxiii] La Porta per l’ascesa degli immortali alle stelle era quella della Costellazione del Capricorno, rivolta a Noto, ovvero verso l’emisfero australe. Il solstizio invernale nella stessa costellazione avrebbe dovuto consentire dunque l’apoteosi. L’imperatore Ottaviano Augusto, abbiamo scritto in altro testo, si era consacrato quale Pontifex Maximus dell’Impero all’ascensio ad astra, diventata programma imperiale e suggello del rinnovato patto con gli dei. Tanti poeti di corte celebrarono tale momento. Uno di essi era Properzio. In una elegia di Properzio, Properzio, Elegie, IV Libro nel discorso affidato all’indovino Horos, spicca un oroscopo, che si conclude con un verso finale, di ammonimento, ritenuto da molti “enigmatico”, di cui sinora non si è compreso il significato Octipedis Cancri terga sinistra time! Macrobio ci dice che le anime che discendono verso la generazione sulla Terra passano dalla cosiddetta “porta degli uomini” (Macrobio, “Commento al Sogno di Scipione”, I, 12, 2,) nel segno del Cancro, e che quelle che risalgono verso l’Etere divino passano dalla cosiddetta “porta degli Dei”, nel segno del Capricorno. nello stesso senso anche Porfirio nell’Antro delle Ninfe ci dice che le anime arrivano alla generazione dalla porta orientata a nord Porfirio, “L’antro delle ninfe”, ed. Adelphi, 26, pp.71-72. Si veda anche Vettii Valentis, Anthologiarum libri IX, ed. D. Pingree, Leipzig 1986, vol. I, pp. 8, 32. Sulle “porte del Cielo” e dello zodiaco cfr. W. Hübner, Crater Liberi. Himmelspforten und Tierkreis, München 2006. Vedi Numenio di Apamea su J.P. Culianu “Psychanodia 1 -A survey of the evidence concerning the ascension of the soul and its relevance”, Leiden E.J. Brill, 1983, pa. 12 e ss.
[xxxiv] Le misure nell’antichità erano basate su misure celesti. Come disse Aristotele (Fisica, IV, 14, 223 B 18 sgg):6 «Il moto circolare uniforme è la misura per eccellenza, perché il suo numero è il meglio conosciuto» cfr.,De Santillana, G.; von Dechend, H. Sirio, Adelphi. 2020, pag. 83
[xxxv] La retrogradazione è il movimento retrogrado che un corpo celeste sembra eseguire lungo la fascia zodiacale. Vari astronomi greci Apollonio di Perga, Ipparco e Claudio Tolomeo modificarono il sistema geocentrico a sfere concentriche e descrissero efficacemente le orbite, anche retrograde, tramite la combinazione di due o più orbite circolari (epiciclo e deferente). Il tempo che passa tra due retrogradazioni successive coincide con il periodo sinodico del pianeta. Perciò Mercurio retrograda tre volte all’anno, mentre Venere e Marte circa ogni due anni. Tutti gli altri pianeti retrogradano circa una volta all’anno. Di seguito una tabella sul periodo e durata dei moti retrogradi dei pianeti (da Wikipedia). Si veda L.Rougier “La Religione astrale dei Pitagorici”, Victrix collana Sapientia, 2021, pag.47
| Pianeta | Periodo sinodico (giorni) | Periodo sinodico (mesi) | Durata della retrogradazione (giorni) |
| Mercurio | 116 | 3,8 | ~21 |
| Venere | 584 | 19,2 | 41 |
| Marte | 780 | 25,6 | 72 |
| Giove | 399 | 13,1 | 121 |
| Saturno | 378 | 12,4 | 138 |
[xxxvi] Le misure nell’antichità erano basate su misure celesti. Come disse Aristotele (Fisica, IV, 14, 223 B 18 sgg):6 «Il moto circolare uniforme è la misura per eccellenza, perché il suo numero è il meglio conosciuto» cfr., De Santillana, G.; von Dechend, H. Sirio, Adelphi. 2020, pag. 83
[xxxvii] Sempre sul tema G. Latura in “Planetary harmonies and celestial symmetries” (studio su internet).
[xxxviii] J. Opsopaus “A summary of Pythagorean Theology”,2002-4 Epitome Theologiae Pythagoricae a Ioanne Opsopoeo electa composita scripta”, internet. Nella manifestazione universale il Circolo dello Stesso rappresenta l’Uno che, pur restando se stesso, si fa Due, creando così i presupposti per tutta la manifestazione dell’Essere; il circolo del Diverso, invece, rappresenta bene gli ulteriori effetti di questa manifestazione, e cioè la varietà di credenze, giudizi e sentimenti associati con gli stati inferiori dell’essere. Si veda G. Albano, “Magia e teurgia astrologica, culti astrali e pratiche magico-teurgiche”, Youcan print, 2015, pag. 53 [xxxix] Platone, “Timeo”, op.cit. 36B-C Proclus, Commentaire sur la République, vol. III, 143, 23-24, op. cit., p. 89. [xl] Proclus, Commentaire sur le Timée, vol. III, 255,24-256,11; 256,29-30, op. cit., pp. 299-300. H. Lewy, Chaldaean Oracles and Theurgy, Paris 2011, pp. 252-254
[xli] Platone, Timeo, 37 c;45
[xlii] Platone, Timeo 36 c, e De Santillana, G., von Dechend, H. Sirio, Adelphi. 2020, pag. 103
[xliii] Proclus, Commentaire sur la République, éd. A. J. Festugière, Paris 1970, 3 voll., pagg.129,5-7,
[xliv] Sul tema vedi J.P. Culianu “Psychanodia 1 -A survey of the evidence concerning the ascension of the soul and its relevance”, Leiden E.J. Brill, 1983, pa. 12 e ss.
[xlv] Porfirio, “L’antro delle ninfe”, 21, op. cit., pp. 65-67
[xlvi] in origine un usuraio ebreo, sostituito dopo la Seconda guerra mondiale (fonte Wikipedia). Per Steiner gli astri tessono il tempo, mentre lo zodiaco è nel solo spazio.
[xlvii] I Pianeti nel Timeo di Platone seguono il cerchio del Diverso, in orbite lungo l’eclittica che delinea le costellazioni dello Zodiaco. Intersecano poi il cerchio dello Stesso con cui, secondo Macrobio, formano una X, in due punti simmetricamente opposti nel cielo. Tale cerchio dello stesso è la Via Lattea. Sul tema si consenta di rinviare ai testi dell’autore A.Bruno, Il mito di Er, tra cosmo e immortalità, AVI 2025, Isbn 979-8280657724 e A.Bruno, Lo Specchio di Pitagora e la Luna, AVI, ISBN: 9798241444875, 2025
Aurelio Bruno
