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L’impersonalità di Dedalo nel contesto del Mito di Icaro – Lavinia Felicioni ©
Considerato come il nome imprima una peculiare “impronta vibrazionale” sulla persona, nella finalità di dare vita ad una discettazione più esaustiva circa il personaggio di Dedalo può essere di ausilio prendere in considerazione ed evocarne la pregnanza del suo “etimo”. Daidalos, la cui latinizzazione risulterebbe in Daedalus è basato sul verbo δαίδαλλειν, “daidallein”, la cui significanza equivarrebbe a “lavorare con perizia” o “lavorare ingegnosamente” e, di certo, il nostro infaticabile “attore”, non è scevro di questa peculiarità, anzi, si tratterebbe proprio di un indefesso stacanovista! Inoltre, il termine “dedalo”, nella corrente accezione, rinvierebbe oltre al nome del costruttore del mitico labirinto, sia in senso astratto che in senso lato, ad un complicato andirivieni di vie, ad un complesso tracciato caratterizzato da simmetria e circoscritto da un perimetro che trova una sua apertura in un unico punto.
È quindi opportuno valutare, sul piano simbolico, il rinvio alla intelligenza nonché alla complessa intellettualità del suo progettista. Una mente davvero contorta e nel contempo “ordinata”, che condurrebbe, anche in senso lato, l’astante dal caos all’ordine. La figura di Dedalo, Δαίδαλος, padre del celeberrimo Icaro è contemplata nelle “Metamorfosi” di Ovidio (2-8 d.C.) e inserita nella cronaca del Mito di Icaro. Ivi si narra che Dedalo, fuggito da Atene con l’accusa di aver ucciso il nipote Perdice e accolto alla corte di Minosse nell’isola di Creta è geniale architetto, artigiano e inventore sia del celeberrimo labirinto, sia della statua in legno, in forma di vacca, all’interno della quale la regina Pasìfae avrebbe atteso il congiungimento con il toro attratto dalle sembianze della statua.

Ma andiamo con ordine, evidenziando l’importante antefatto inerente le vicende che ci conducono fin dentro il labirinto di Cnosso. Secondo la leggenda, nell’isola di Creta, il sovrano Minosse chiede a Poseidone di ottenere in dono il dominio del mare e l’eliminazione degli avversari al trono. Questi, esaudendo la preghiera del re, invia dall’abisso del mare un toro maestoso, bianco e sbuffante fiamme di fuoco dalle narici, simbolo del potere, ordinando a Minosse di sacrificarlo in suo onore. Il bellissimo e possente toro bianco è perfetto nelle sue forme e diverrà padre del Minotauro, mostro partorito da Pasìfae allorché la regina dell’isola, accecata dall’insana e innaturale follia procuratale da Poseidone, (dietro l’inganno e la disattesa ritualità in suo onore) aveva realizzato il bestiale intento di accoppiarsi con il toro di divina provenienza.
In proposito giova evidenziare come la storiografia e l’iconografia antica ci insegnano che il toro fosse considerato sacro. Il culto del toro si inserisce in un contesto allegorico molto ampio nel quale l’animale era considerato simbolo di fecondità, di virilità, rappresentando simbolicamente l’apparato genitale e riproduttivo maschile e, in definitiva, di prosperità e buona fortuna. Sta di fatto che il toro è stato uno dei primi animali arcaici venerati dal genere umano. Basti pensare alla divinità egizia Api, venerata a Menfi nelle sembianze del toro sono dalla l/ll dinastia e le varie statue rinvenute a Saqqara, ove in un complesso di corridoi sotterranei, i Serapeum, sarebbero rinvenuti, entro i grandi sarcofaghi, i suddetti tori, senza ulteriori divagazioni, spesso messi in relazione con il dio Ptah.
Sia in Oriente come in Occidente, sia nell’area mediterranea, come nella mezzaluna fertile in Mesopotamia e oltre fino in Persia e in India. Con riferimento all’archetipo del toro, non bisogna dimenticare – in proposito – alcuni aspetti peculiari non secondari. Si ha notizia già dal II millennio A.C. che, nell’isola di Creta, era in uso la tauromachia: tale pratica consiste in un combattimento di tori tra loro, o di uomini contro bovini maschi oppure di tori contro altri animali. Tali eventi si svolgevano prevalentemente durante i festeggiamenti ma non è escluso che facessero parte di veri e propri rituali. In secondo luogo il toro bianco ricorre in occasione del mito della nascita di Europa. Narra il mito che Zeus si invaghisce di Europa, figlia del re fenicio Agenore (e, secondo una versione del mito, anche una ninfa oceanina), mentre la osserva su una spiaggia insieme alle sue ancelle, con le quali è intenta a raccogliere dei fiori. Per concupire la giovane fanciulla, il re dell’Olimpo incarica Ermes di guidare i buoi di re Agenore, padre di Europa, verso quella spiaggia. Indi il re degli dei, assunte le sembianze di un toro bianco, le si avvicina e si stende ai suoi piedi.
In pratica Zeus non esita a ricorrere allo stratagemma della metamorfosi, di cui spesso usava servirsi, per raggiungere ancora una volta il suo scopo. Affascinata dalla bellezza del toro e dalla sua docilità, la fanciulla dapprima accarezza il suo mantello, indi – dopo averlo abbracciato – sale sulla sua groppa: Zeus nelle sembianze del toro, a questo punto, repentinamente si getta nelle acque del Mediterraneo per approdare -nuotando – fino a Creta. Europa concepirà da Zeus alcuni figli tra i quali Minosse, futuro re di Creta. Secondo alcune fonti andò in sposa ad Asterio, all’epoca re di Creta, il quale adottò i suoi figli nominando Minosse suo erede.
Qui, pertanto, non siamo in presenza di alcuna violenza sessuale, delle quali il mito greco antico abbonda. Europa viene corteggiata e conquistata, seppure per mezzo di un inganno originario, con l’elemento precipuo della dolcezza. Tra l’altro c’è un fattore secondario da non trascurare: nella fattispecie viene messo in evidenza il legame profondo che univa, in origine, l’oriente e l’occidente e la progressiva invasione e conquista del continente europeo da parte di popolazioni di origine orientale. A Creta, in particolare, la “venerazione del toro” prevedeva anche sacrifici umani nelle quali le vittime erano giovani di entrambi i sessi; si può pertanto affermare che Creta, per lunghissimo tempo, fu soggiogata dal mito “taurino”.

Ora, il re cretese, alla vista della perfezione delle forme taurine, ne rimane talmente affascinato che lo risparmia tenendolo per sé e sacrificando a Poseidone un altro toro della propria mandria. Il sovrano del mare, una volta resosi conto dell’inganno, adirato conduce alla pazzia Pasìfae, figlia del dio Elio e della ninfa oceanide Perseide, moglie di Minosse, sorella di Circe e maga ella medesima, facendola bestialmente innamorare del toro del dio del mare. Ora, come è cennato in precedenza, alla corte di Minosse e sotto la sua personale protezione, fuggito all’ira degli ateniesi perché accusato di omicidio, soggiorna Dedalo, sagace architetto, inventore e costruttore di macchine e opere di ingegno di ogni tipologia e forma.
Per il compimento del proprio insano intento ed al fine di soddisfare il proprio lubrico appetito, quindi, la regina – accecata dal desiderio – chiede e ottiene che Dedalo costruisca per lei una vacca in legno affinché ella, intrufolatasi dentro il manufatto, tramite codesto artifizio possa unirsi carnalmente (per effetto della sua follia) al toro, attratto a sua volta dalla statua, la quale – per trarre vieppiù in inganno il divino toro – verrà ricoperta con un mantello di pelle di vacca. Mirabile, è in proposito, la prosa di Ovidio: “E tuttavia lei poté appagare la sua smania amorosa: con l’inganno, dentro una forma di vacca, in sé accolse il toro, ed era un amante che veniva ingannato” (Ovidio, Metamorfosi, 9.740-741).
Nascostasi all’interno della statua in legno cava costruita da Dedalo, Pasìfae riesce – con tale stratagemma – a consumare l’innaturale amplesso con il toro donato da Poseidone; rimasta incinta, partorirà il Minotauro, un mostruoso ibrido mezzo uomo e mezzo toro o, seguendo una variante, un mostro dotato del corpo di uomo con testa e collo taurini. Da qui l’ordine impartito da Minosse a Dedalo di costruire il labirinto, funzionale alla cattura del Minotauro, il quale rimane imprigionato all’interno del complesso labirintico. Giova, a questo punto, soffermarsi – seppure brevemente – sui due protagonisti dell’intricata vicenda.
Non v’è dubbio che Pasìfae possa essere considerata vittima della follia procuratale da Poseidone per vendetta nei confronti del di lei marito Minosse. Ma, se in tal senso la regina non è condannabile, è altrettanto vero che la medesima è ancora una volta vittima, questa volta dei propri sensi, che non riesce a tenere a freno alla vista delle perfette forme taurine della bestia donata dal re del mare al sovrano di Creta. Se, pertanto, Pasìfae può – entro una certa misura – ritenersi esente da colpe, altrettanto non può dirsi di Dedalo. Costui, lungi dall’essere percorso da un benché minimo senso etico e morale, una volta ricevuta la richiesta di costruzione del manufatto di legno in forma di vacca, non esita e si mette subitaneamente al lavoro per la realizzazione dell’opera. Dedalo non è “vittima” ma bensì è gravemente “colpevole di hỳbris”: più specificamente è, nella sua lucida follia, privo di qualsivoglia moralità, non esita a mettere a disposizione le proprie capacità in favore dell’innaturale quanto insano e bestiale intento di Pasìfae.

A ben vedere, Dedalo, più che da uomo capace di provare sensazioni, emozioni e sentimenti, si comporta come una “divinità”, pur non essendolo, distinta e distante dal pathos delle vicende umane. Il padre di Icaro, incapace di “com-patire”, di provare una qualsivoglia forma e tensione di tipo empatico nei confronti della follia di Pasìfae è da considerarsi – nella migliore delle ipotesi – un mero ed impersonale “esecutore” di ordini, svincolato da qualsiasi connotazione di tipo etico e morale e, perciò asettico e chiuso nella propria esecrabile “neutralità”, ma non per questo scevro di responsabilità.
Nell’Eneide, sarà infine compito di Virgilio far deporre allo stesso Dedalo, in un commovente impeto di maledizione della propria arte e di profonda resipiscenza, le ali di cera, emblema della fragilissima ed inconsistente tracotanza umana di assurgere alla condizione di avvicinamento allo stato divino (hybris), strumento in realtà nefasto di cui si era servito l’ormai suo defunto figlio, nello splendido tempio edificato successivamente da egli stesso in onore di Apollo, a Cuma. In tal modo, egli tenta di sublimare la sua arte servendosi di essa non più come sfida e sovversione verso gli dei, ma come offerta e dono di natura propiziatoria ad essi.
Lavinia Felicioni ©
