La riscoperta della dimensione spirituale come esigenza del nostro tempo
Logos contro Pistis: il «Discorso di verità» di Celso e la Tradizione primordiale – Filippo Mercuri
Questo saggio nasce dalla realizzazione del video di presentazione del libro intitolato Discorso di verità per il mio canale YouTube, all’interno della rubrica “Inviti alla lettura”. Questa serie di video, che al momento in cui scrivo comprende ben 27 titoli, si pone un obiettivo preciso: costituire una biblioteca digitale per salvaguardare i veri libri, quelli dal contenuto formativo ed edificante, e stimolare la lettura. Il Discorso di Celso, platonico eclettico vissuto nel II secolo d.C., vi occupa un posto di diritto, perché si tratta di uno di quei testi che non si limitano a informare ma che costringono a pensare, a scegliere, a prendere posizione.
Le parole di Celso, restituite per la prima volta al lettore italiano da Franco Freda nel 1977, costituiscono il primo volume della collana Paganitas curata dalle Edizioni di Ar: una cernita di preziosi strumenti ermeneutici tesi a far riscoprire al lettore la tradizione di Roma e dell’Ellade in quanto emanazione di quella Tradizione primordiale di cui gli Antichi, iniziati ai Misteri e conoscitori dei loro segreti, sono stati custodi fedeli, in special modo di fronte all’azione demolitrice operata dal cristianesimo nei confronti della Classicità. Del resto “se pure il cristianesimo era sorto come una ‘via’ iniziatica – come possono indurre a credere l’immagine del chicco di senapa (Mt 13, 31-32) e il simbolismo dell’eucarestia, oltre alla proclamata astensione da ogni intervento nel dominio sociale (Mc 12, 17) – già all’epoca di Porfirio [232/233 – 301] esso s’avviava ormai a costituirsi in forma essenzialmente exoterica, trasferendo sul piano religioso le verità esoteriche, tant’è vero che tale trasformazione fu sancita dopo soli ventiquattro anni dalla morte di Porfirio, allorché il Concilio di Nicea [325] stabilì ufficialmente la caratteristica meramente religiosa della dottrina cristiana, rinserrando quest’ultima entro formule dogmatiche nettamente delimitate ed escludendone ogni aspetto esoterico” (Claudio Mutti, Prefazione a Porfirio, Discorsi contro i cristiani (Paganitas, 2), Edizioni di Ar, Padova 1977, pp. XX-XXI).

A confermare la vitalità di questo lascito editoriale viene anche il ricordo personale: qualche anno fa ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Franco (Giorgio) Freda, l’uomo che ha reso possibile ai lettori italiani l’incontro con lo straordinario testo di Celso, e rileggere oggi la dedica del Curatore sulla mia copia corrobora in me il sentimento di trovarmi di fronte non a un reperto archeologico da osservare con distacco filologico, bensì a un’arma affilata attraverso i secoli da riportare in campo.
È questa stessa percezione che guidava il medievista Pierre Vial quando scrisse che “occorrono coraggio e libertà di spirito per dare la parola a Celso, il quale diciotto secoli or sono denunciò un oscurantismo e un dogmatismo che vediamo oggi far mostra impudente di sé, agghindati secondo la moda”. Non si trattava di retorica. Leggere il Discorso di verità (Lògos Alethès) è ancora oggi un atto che scomoda, che irrita, che costringe a fare i conti con domande che la civiltà cristiana – e la sua lunga ombra post-cristiana – ha sistematicamente rimosso. Composto tra il 178 e il 180, pochi anni dopo che l’imperatore Marco Aurelio aveva adottato misure anticristiane nel 177, il testo di Celso è la più formidabile invettiva intellettuale mai rivolta al cristianesimo nascente. Una critica filosoficamente fondata, condotta nel nome di quella Tradizione primordiale che il nuovo culto stava deliberatamente demolendo. L’opera ci è pervenuta quasi integralmente – i filologi stimano che i nove decimi del testo originale siano recuperabili – grazie a un paradosso della storia: Origene di Alessandria, che volle confutare l’opera intorno al 248, a mille anni di distanza dalla fondazione dell’Urbe, ne trascrisse amplissimi brani nel suo Contro Celso. Il filosofo ha finito per essere conservato dal teologo.
Per comprendere la portata di questa critica occorre però liberarsi di un equivoco storiografico assai diffuso. Sarebbe un errore grossolano ridurre Celso a un razionalista ante litteram, a un “Voltaire del II secolo” come molti – con quella superficialità che è il vizio capitale dell’erudizione moderna – hanno voluto fare. Celso combatte in nome di una fede più antica e più profonda contro una fede nuova, arrogante e distruttrice. Il suo orizzonte è quello della Tradizione primordiale: quella sapienza universale e arcaica, custodita dalle élite dei diversi popoli e insegnata da sapienti quali Orfeo, Zoroastro e Pitagora (Disc. di verità, I, 14 e 16), rivestita di forme differenti presso i diversi popoli – greci, egizi, persiani, babilonesi – ma sempre riconoscibile nella sostanza.

Il politeismo non è dunque una superstizione primitiva ma il riconoscimento sapienziale della molteplicità delle manifestazioni del divino. È questa idea che sottende l’affermazione di Celso secondo cui è legittimo chiamare la divinità “coi nomi di Altissimo o Zeus o Adonai, ovvero Sabaoth, o Ammone, come gli Egizi, oppure Papeo, come gli Sciti” (Disc. di verità, V, 41). La diversità dei nomi non intacca il principio dell’unità divina perché le diverse vie conducono alla stessa vetta. “È così che Celso – si legge nella prefazione al Discorso –, pur condividendo la sprezzante avversione dei suoi contemporanei per l’esclusivismo particolaristico dei giudei, dichiara tuttavia che questa razza si comporta rettamente, poiché adora Dio secondo la tradizione ereditata dai padri. Non così, invece i cristiani: essi sono semplicemente eretici del giudaismo, accoliti di una pseudoreligione priva di fondamento tradizionale, costituita com’è di elementi dottrinali fraintesi e degenerati (Franco Freda, Prefazione a Celso, Discorso di verità, p. XII). I cristiani, perciò, si allontanano dalla verità sostituendo la pluralità organica e gerarchica del cosmo con il monoteismo esclusivista di un dio tribale ebraico universalizzato a forza.
La Tradizione che Celso difende ha un nome filosofico preciso, una genealogia intellettuale identificabile. Essa trova la propria espressione più alta nel Platonismo e, nella sua forma ultima e compiuta, nel Neoplatonismo. Non è un caso che la posizione filosofica di Celso – al di là delle dispute filologiche sulla sua identità – rechi i tratti inconfondibili di un pensiero platonico: la trascendenza del principio primo, la gerarchia ontologica del reale, la concezione del cosmo come ordine vivente e sacro, l’accesso alla divinità attraverso la purificazione intellettuale e non attraverso la fede cieca in un evento storico irripetibile.
Questa genealogia trova il suo compimento tre secoli più tardi in Proclo Licio Diadoco (410 – 485), autentico custode e sistematizzatore della tradizione platonica in una delle sue ore più buie – quella in cui il cristianesimo ormai trionfante chiudeva le scuole, bruciava i libri e distruggeva i templi. Proclo non fu soltanto un commentatore di Platone; si dimostrò il difensore più consapevole e militante della religione antica in quanto depositaria di una verità metafisica che nessun editto imperiale poteva abrogare. Nella sua Teologia Platonica e nei suoi commentari alla Repubblica e al Timeo, Proclo riannoda esplicitamente il filo che congiunge la teologia degli dèi – la teurgia, il rito, il mito – alla speculazione filosofica: non vi sono, per lui, due vie separate, una per i sapienti e una per il volgo, ma un’unica Tradizione che si manifesta a livelli differenti di profondità.
In Proclo va dunque riconosciuto il compimento di ciò che Celso intuiva e difendeva tre secoli prima: il Platonismo e il Neoplatonismo non sono nati nel vuoto, ma sono la forma filosofica più elaborata di quella Tradizione primordiale che affonda le radici nei misteri orfici, nella sapienza caldea, nella teologia egizia. Quando Proclo combatte il cristianesimo attraverso la dimostrazione metafisica rigorosa sta portando avanti la stessa battaglia di Celso, con strumenti affinati da tre secoli di speculazione. La sconfitta storica di Proclo, con la chiusura dell’Accademia di Atene nel 529 per decreto di Giustiniano, non è la sconfitta della verità bensì l’eclissi della civiltà causata dalla barbarie travestita da teologia.
Tornando a Celso, l’attacco di quest’ultimo al cristianesimo si sviluppa su piani distinti ma convergenti. Il primo è dottrinale: l’idea dell’incarnazione del Dio unico e assoluto è per lui non soltanto assurda, ma cosmicamente scandalosa (Disc. di verità, IV, 3-7). Un essere perfetto e immutabile non può avvilirsi nella carne senza rompere l’armonia dell’universo; la pretesa cristiana dell’Incarnazione è, letteralmente, una bestemmia contro l’ordine del mondo (Disc. di verità, IV, 5). Il secondo piano è storico e culturale: i cristiani non sono fondatori di una nuova rivelazione, ma eretici del giudaismo – e il giudaismo stesso è già, per Celso, una tradizione minore, chiusa nel proprio particolarismo (Disc. di verità, IV, 23). I cristiani hanno preso dal giudaismo quel che vi era di peggio – l’esclusivismo, la pretesa di elezione, il disprezzo degli altri popoli – e lo hanno amplificato fino all’assurdo.
Il terzo piano, forse il più attuale, è politico. Celso è acutissimo nel cogliere il nesso tra la teologia cristiana dell’aldilà e l’indifferenza – anzi, l’ostilità strutturale – dei cristiani verso la res publica. Un uomo convinto di vivere in questo mondo come pellegrino in transito verso un regno celeste non può essere un buon soldato, un buon cittadino, un buon difensore dei confini dell’Impero. Il dualismo cristiano tra spirito e materia, tra Dio e Cesare, non è soltanto un errore metafisico: è un veleno civile (Disc. di verità, VIII, 55 e 68). Con profetica lucidità, Celso vide già nell’anno 178 ciò che si sarebbe compiuto nei secoli successivi: il collasso dell’ordine romano sotto i colpi combinati delle invasioni esterne e della dissoluzione interna favorita da una fede che esaltava i deboli, i poveri e i servi contro i forti, i nobili e i liberi.
Questa lucidità profetica non è sfuggita agli editori contemporanei che hanno scelto di riportare Celso in circolazione. Le Edizioni di Ar non hanno pubblicato il Discorso di verità come un documento storico da sistemare in biblioteca, ma hanno lanciato un manifesto. Ripubblicare la polemica anticristiana di Celso – recita la presentazione dell’opera – “equivale a diffondere il messaggio della fine del cristianesimo e, oltre a ciò, a operare affinché si ridesti l’esigenza di un collegamento alla Tradizione primordiale, per una via che non potrà più essere quella del Vangelo”. Non vi è ambiguità: si tratta di un vero e proprio atto di guerra spirituale, condotto con le armi della cultura contro l’ordine di valori che domina l’Europa da diciotto secoli. Franco Freda, un uomo che ha dovuto pagare a caro prezzo la sua aderenza al tradizionalismo integrale, reca le parole di Celso in una traduzione rigorosa e al tempo stesso partecipata, capace di restituire la forza polemica dell’originale greco senza sacrificarla all’eleganza accademica.

La dimensione attuale di questa operazione culturale fu intuita, con acutezza, anche da Henry Chadwick, il quale osservò che, se Celso avesse scritto il suo libro nel ventesimo secolo, avrebbe potuto bene intitolarlo “Un richiamo alla religione”. L’osservazione coglie qualcosa di essenziale, ma va completata: il richiamo di Celso non è alla religione come rito di conforto o come collante sociale, ma alla religione come fedeltà all’ordine del mondo, come riconoscimento gerarchico della realtà, come custodia di una sapienza che precede e supera ogni singola civiltà storica. In questo senso, Celso e Proclo parlano la stessa lingua: entrambi difendono non una religione tra le altre, ma la struttura ontologica del reale contro chi pretende di sovvertirla in nome di una rivelazione privata.
Viviamo in un’epoca in cui il cristianesimo, formalmente in declino in Occidente, ha tuttavia trionfato nella sua struttura profonda: l’egualitarismo, il senso di colpa collettivo, il culto delle vittime, la demonizzazione della forza e della gerarchia sono i frutti avvelenati di quella rivoluzione spirituale che Celso combatté con tanta chiarezza. Il post-cristianesimo progressista è, in questo senso, più cristiano del cristianesimo confessionale. La critica di Celso non ha dunque perso nulla del suo mordente: si è, se possibile, affilata ulteriormente.
Leggere il Discorso di verità edito da Ar è, ancora oggi, un atto che richiede quella “libertà di spirito” evocata da Vial. Non si tratta di un libro da leggere comodamente: è un libro che sfida, che impone di prendere posizione, che non consente la neutralità del lettore culturalmente curioso. Chi ha il coraggio di aprirlo scoprirà che la voce di Celso non parla dal passato, ma dal fondo di ogni coscienza europea che non abbia ancora del tutto dimenticato se stessa – e che in quella voce risuona, in filigrana, l’intera catena aurea del pensiero platonico, da Platone a Plotino a Proclo: la più alta forma che l’intelletto occidentale abbia mai saputo darsi.
Filippo Mercuri
