Lo smaterialismo storico: dal valore al plusvalore digitale – Andrea
Nostalgia di Eleusi – Oraldo Paleologo
Nei Misteri di Eleusi,
bastava contemplare.
(Albert Camus)
Agosto 1796. Sulle rive del lago di Bienne, nel buio della notte rischiarata dal chiaro di luna, un giovane è intento a comporre il suo poema: Eleusis. Quel giovane era Hegel e il poema era rivolto al grande poeta tragico Hölderlin. Nel susseguirsi dei versi, con la mente andava a ritroso nel tempo, trovandosi di fronte alle colonne e alle statue, severe e mute, di Eleusi: lontano era il ricordo dei sacri rituali, lontana la luce delle fiaccole e cosa vana era tentar di riaccendere il fuoco dalle ceneri. Gli fece eco dopo qualche tempo il compositore Gustav Mahler: «La Tradizione non è il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco». quindi di mettersi sulla via del nostos, del ritorno, verso quella sapienza eterna, la Tradizione senza tempo, che emerge e si manifesta nella storia attraverso le epoche. È la potenza del simbolo che collega come un ponte la Tradizione “fuori dal tempo” alle sue manifestazioni e incarnazioni nella storia e nel tempo. È quindi sul piano della meta-storia che si rintraccia l’ineludibile filo sottile che unisce i Misteri Antichi a quelli moderni, ultimi baluardo iniziatici dell’Occidente, come ebbe a dire Mircea Eliade: nelle strutture e nelle forme simboliche che permangono e restano costanti nell’avvicendarsi delle epoche. Nell’innominabile attuale (Calasso), smarrito come Dante nella Selva Oscura, la Tradizione si erge come unica speranza contro l’abisso dell’assenza di senso. E dacché nell’uomo giace la scintilla divina sepolta (o custodita?) nella carne, volgersi alla Tradizione significa rimembrare, e risalire lungo la scia di luce lasciata nell’etere durante la caduta. E lungo la Via, luminose e vegliarde, risplendono ancora di vivido e rosso fuoco le fiaccole incrociate di Eleusi.
Cos’è Eleusi? Si badi, la domanda da porre non è “Dov’è Eleusi?”, ma “Cosa è Eleusi?”. Chiedersi il “cosa”, in generale, svincola dallo spazio e dal tempo contingenti, proiettando l’uomo in una dimensione “immaginale”, per dirla alla Henry Corbin, in cui attraverso l’immaginazione attiva si può tentare di visualizzare il simbolo che rimanda ad Eleusi, esperirlo e interiorizzarlo, in modo tale che possa agire e compiere la trasmutazione. E dacché l’esperienza del simbolo è interiore, ciascuno va alla ricerca della sua risposta, il più delle volte arrētόn, indicibile, come ogni esperienza iniziatica. È la risposta alla domanda “Cos’è’?” che dona il senso a quella del “Dov’è?”. In questo modo, pregni di lucidi sogni, l’iniziato può recarvisi e avvertire l’anima del luogo sacro, il santuario di Eleusi, sebbene di esso ormai non rimangano altro che mute e desolate rovine. Difatti, da quando l’imperatore Teodosio nel 381 d.C sancì la chiusura del santuario e proibì la celebrazione dei rituali pagani, non vi furono più processioni che da Atene procedevano verso Eleusi nei giorni dell’equinozio di autunno per la celebrazione dei Misteri. Le orde di Alarico nel 395 d.C. nella loro furia iconoclasta fecero il resto, distruggendo il santuario e facendo calare un mesto silenzio sulle ormai muta vestigia dei più alti Misteri dell’Occidente, la cui veneranda storia risaliva ad almeno mille anni prima.

Ma i Misteri di Eleusi, in realtà, muti lo furono sempre. È la parola stessa “Misteri”, derivata dal verbo greco myein, ossia “chiudere la bocca”, che incarna l’obbligo al silenzio. Chiunque avesse osato rivelare finanche una piccola parte del rituale sacro, avrebbe rischiato la vita. Così accadde ad Eschilo, accusato di aver rivelato gli insegnamenti nei misteri nelle sue tragedie. Secondo quanto si racconta, si salvò solo rifugiandosi presso l’altare di Dioniso. Considerato il sacro silenzio cui erano obbligati gli iniziati, cosa sappiamo noi oggi dei Misteri? V’è da dire subito che il vero segreto di Eleusi non sarà mai scoperto, né rivelato. Quantomeno non attraverso le testimonianze e gli echi giunti dal passato. Si può solo tentare di mettere insieme qualche pezzo di stoffa, consapevoli che l’intera trama della tela ci è preclusa. Ciò che sappiamo deriva dall’inno omerico a Demetra, dalle opere dei mitografi, dai reperti archeologici, dai frammenti dei sapienti dell’antichità e dai resoconti di dottori e padri della Chiesa. Iniziati ai misteri furono Eschilo, Sofocle, Plutarco, Aristotele e Platone. E ancora: Silla, Cicerone, gli imperatori Claudio, Commodo, Adriano, Marco Aurelio e Giuliano. E accanto ai questi, innumerevoli altri, i cui nomi non ci sono giunti. Ma la grandezza dei Misteri non risiede tanto negli altisonanti nomi di coloro che vollero essere iniziati: a detta dei greci stessi, tutta la grandezza della loro filosofia proveniva da Eleusi. Solo due testimonianze: Erodoto tramanda che Pitagora avesse acquisito molte delle sue conoscenze alle teletài (riti iniziatici) di Eleusi. Platone attinse molto dalla sapienza di Orfeo e di Eleusi, le cui storie sono così intrecciate da confondersi per larghi tratti. E dacché il pensiero occidentale si fonda su quello greco, si può forse dedurre che la sua anima sia, nella sua essenza profonda e nascosta, misterica e iniziatica. Un’essenza che lentamente, ma inesorabilmente, è stata sepolta sotto i detriti delle epoche, verso cui però occorre rivolgere la prua. Il ritorno quindi, in tale accezione, si configura come un immergersi nel profondo, una discesa: una catabasi.
Aristotele, descrivendo il metodo d’istruzione proprio dei Misteri, parla di un pathein, ovvero di un sentire e di un esperire: il processo per cui la conoscenza si fa esperienza, e l’esperienza si fa conoscenza. Da quanto emerge dalle testimonianze, l’esperienza di Eleusi si configurava in una sorta di pellegrinaggio mistico, al termine del quale l’uomo diveniva consapevole del principio, del mezzo e della fine (come ci tramanda Pindaro), della precarietà dell’esistenza, del carattere transeunte della sua individualità. Tale conoscenza non cancellava il tormento del dolore, della morte, della dissoluzione, ma donava all’iniziato l’esperienza del senso dell’assoluto nel lasso di tempo della sua vita mortale. Parafrasando Cicerone: filosofare è imparare a morire, un tentativo di colmare l’abisso nella tragica felicità di sentirsi una creatura tanto effimera quanto divina. In fondo, l’uomo è sempre lo stesso, con le sue vette e le sue miserie. Anche allora, come oggi, la paura della morte lo attanagliava e lo spingeva sull’orlo del precipizio. Ma, allora come oggi, l’iniziato «sta come torre ferma» (1) (Dante), tetragono nella consapevolezza che solo la Conoscenza può portarlo alla salvezza: qui e ora. Non si conoscono con certezza le origini storiche dei Misteri di Eleusi. Alcuni li vogliono discendenti dai Misteri dei Cabiri, celebrati dai Pelasgi Orientali in un tempo in cui la storia si confonde col mito. I Misteri si distinguevano al loro interno in Minori e Maggiori. I Misteri Minori venivano celebrati ad Agra, in primavera, nel mese di Anthesteriòn, nei giorni vicino all’equinozio di primavera. Si tramandava che la dea Demetra li avesse istituiti per consentire ad Eracle di purificarsi dopo essersi macchiato con il sangue dei Centauri. E difatti i Piccoli Misteri consistevano in purificazioni e catechismi, affinché il candidato divenisse pronto e degno (un iniziato, un mystes) per affrontare un percorso di ben altra fattura.
I Misteri Maggiori si celebravano ad Eleusi, nel mese di Boedromiòn, intorno all’equinozio di autunno. Duravano dieci giorni, durante i quali una processione di profani e iniziati procedeva a tappe lungo la via sacra (la hierà odòs) da Atene ad Eleusi, ove i mystes si separavano dai non iniziati, nella notte rischiarata dalle fiaccole, e si avvicinavano al Telestèrion, il luogo dell’iniziazione. Qui, nel mezzo, v’era l’Anaktoron, il palazzo dello ierofante, il sommo sacerdote di Eleusi, discendente di quell’Eumolpo “dal bel canto” che fu uno dei mitici fondatori dei Misteri. Prima di entrare nel Telestèrion, gli iniziati avrebbero dovuto bere una miscela di estratti di erbe e miele, il ciceone, e pronunciare solennemente la seguente formula: «Ho digiunato, ho bevuto il ciceone, ho preso dalla cesta, e dopo averlo lavorato l’ho rimesso nella cesta». Chissà quale rituale si nascondeva dietro tali arcane parole. Secondo molti, il ciceone conteneva sostanze psicotrope, capaci di indurre stati alterati di coscienza. Ciò che avveniva poi nel Telestèrion era coperto dal segreto assoluto: pena la morte. Sappiamo solo che lì dentro venivano mostrate delle cose, e dette altre. Ma, soprattutto, veniva inscenato un dramma. Un dramma sacro: il racconto di un mito che diveniva rito, un simbolo in azione, il cuore pulsante di Eleusi. È nel mito che si trovano le tracce più profonde dei Misteri e della sapienza greca, perché i suoi protagonisti non sono altro che la forma delle ombre che giacciono sepolte nell’uomo e di cui ne costituiscono il tessuto esistenziale. Come scrisse l’iniziato Salustio «queste cose non furono mai, ma sono sempre» (2).
E allora, com’era iniziato tutto?

(Ade rapisce Kore, Pinakes di Locri, santuario in località Mannella)
Una fanciulla stava raccogliendo un fiore in un prato. Non un fiore qualunque, ma uno ben preciso: un narciso. Quella fanciulla si chiamava Kore: la “fanciulla” per antonomasia, dacché tale parola in greco vuol dire proprio fanciulla. Il narciso, narkos in greco, è il fiore del torpore, del sonno, dell’alterazione di coscienza. In fondo, i petali si risolvono in un punto nero, simile alla pupilla dell’occhio umano. Ironia della sorte, kore in greco vuol dire anche pupilla: la fanciulla stava guardando se stessa, per conoscersi, per avere coscienza e conoscenza di sé. Ed allora il motto delfico gnōthi seautόn (conosci te stesso) può tramutarsi in “guarda te stesso”. Anche Dioniso in un altro mito si guarda allo specchio: non vede se stesso; vede le sue parti. Si vede smembrato: uno nel molteplice. Come i chicchi della melagrana. Ed ecco che improvvisa si spalanca la terra e da essa emerge il re dell’oltretomba, Ade, su un cocchio trainato dai suoi cavalli divini, furenti e trepidanti. Piomba sulla fanciulla e la solleva al cielo. Lo possiamo ancora vedere nell’atto di affondare le sue ferali dita nella pelle di Kore, mentre questa tenta di dimenarsi volgendo la testa dall’altra parte e le braccia al cielo. La tensione delle membra e la disperazione, nel ratto più gravido di conseguenza della storia del mondo: tale la magnificenza del Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini. Kore sprofonda nell’Ade insieme al suo signore. La volontà di conoscere se stessi si è tradotta in una discesa agli Inferi: in una catabasi. Quel nero del narciso in cui Kore ha visto se stessa, è lo stesso nero del gabinetto di riflessione, in cui anche l’uomo ri-flette su stesso, sul teschio che gli si staglia davanti, sulla sua morte alla vita profana, sul suo testamento. La catabasi di Kore è il suo V.I.T.R.I.O.L., la sua visita alle profondità della terra alla ricerca della pietra occulta: la conoscenza di sé. Il guardarsi allo specchio implica una morte, una separazione dallo stato precedente: è Narciso che si specchia nel lago e affonda. È Jung che lucidamente delira nel Libro Rosso. Sprofondata nell’Ade, Kore diviene Persefone (la Proserpina romana), che significa devastazione e rovina. La dea entra nell’inferno, vagando tra gli ululati delle anime morte, nei tortuosi e labirintici meandri del Tartaro. Nei Misteri, gli iniziati esperivano la medesima esperienza, accompagnati da un mistagogo, colmi di terrore. Era loro proibito di voltarsi indietro: le Erinni, le dee infernali, li seguivano. Una volta che si imbocca la via iniziatica della catabasi, non si può tornare indietro: si perderebbe ogni cosa. Orfeo si volta indietro e perde la sua amata, Euridice. La moglie di Lot nell’Antico Testamento si volta verso Sodoma in fiamme e viene trasformata in una statua di sale. Alle spalle c’è solo il passato, irreversibile; v’è l’oscurità, la stessa della porta Occidentale di Castel del Monte una volta che si è entrati.
Ma chi era Kore?

(Gian Lorenzo Bernini, Il Ratto di Proserpina, Galleria Borghese, Roma)
Era la figlia di Zeus e Demetra, personificazioni del Cielo e della Terra. Dall’unione dei due princìpi non poteva che nascere la fanciulla divina. Un giorno Ade dal regno ctonio salì all’Olimpo per incontrare il fratello celeste, Zeus. Non una parola fra i due. Solo uno sguardo. Ade voleva la fanciulla. Voleva la vita. Zeus annuì. E così l’ordine del mondo fu squassato: una dea vivente entrava nel regno della morte. Ma ciò che era iniziato con un atto di violenza, presto si tramutò in amore: Kore-Persefone si innamorò di Ade, così come la morte si innamora della vita, e la vita della morte: Eros e Thanatos, amore e morte. La madre di Kore, Demetra, si accorse che la figlia non c’era più. Disperata, vagava alla ricerca della sua bambina, travestita da vecchia, per il dolore e l’ira. E fu così che giunse ad Eleusi, dove, secondo alcuni, apprese da un porcaro che la figlia di Zeus era stata rapita dal re dei morti. Ivi regnavano Celeo e Metanira. Demetra nelle false vesti di mendicante chiese loro ospitalità, offrendosi da fare da balia a loro figlio Demofonte. Di notte, al riparo da occhi indiscreti, ungeva il bambino con ambrosia, e lo immergeva nel fuoco per renderlo immortale. Una notte però, Metanira si svegliò e la soprese mentre dava fuoco al figlio, interrompendo il rituale sacro. Allora Demetra si rivelò in tutta la sua magnificenza, apostrofandola: «Cosa hai fatto? Stolta!» Povera profana: cosa poteva sapere delle cose sacre degli dei? Ecco perché sulle conoscenze iniziatiche va mantenuto il segreto: i profani non possono comprenderle, se non a costo della loro stessa perdizione, a seguito della quale, spinti dalla paura, perseguitano gli iniziati. Quanti nella storia hanno subito il martirio a causa di ciò? Eccone alcuni: Pitagora, Socrate, Giordano Bruno. Intanto, cala il gelo sulla terra e tutto muore. Demetra, dea delle messi, irata con Zeus che aveva permesso fosse rapita la loro bambina, aveva tolto la linfa vitale alla natura intera. Demetra spiega a Metanira e Celeo il perché della desolazione. Allora i sovrani attoniti inviano, di notte, i sudditi a cercare Persefone. Le fiaccole di Eleusi si accendono, alla ricerca della fanciulla divina. È l’elemento fuoco che viene a rischiarare le tenebre. Nel palazzo, accanto alla Madre divina sedettero due serve. Una delle due, Iambe fu l’unica che le strappò un sorriso. E fu così che nacque Iacco,alias Dioniso: nella disperazione della perdita, nasce la felicità dell’ebrezza. Iacco era la terza divinità ad essere adorata ad Eleusi, dopo Demetra e Persefone. Era l’archetipo della vita indistruttibile, la zoé, come lo denominò lo storico delle religioni Kerenyi. Iacco accompagna gli iniziati lungo la via sacra verso Eleusi, con in mano una fiaccola: luce e fuoco. Cosa può significare tutto questo? Forse che la via della conoscenza non si percorre senza la guida della follia, dell’irrazionale, dell’intuizione mistica che conduce al riconoscere l’unità nella molteplicità: Dioniso che si guarda allo specchio. Secondo Nonno di Panopoli, Dioniso aveva tre epiteti, e altrettante nascite: Zagreo, il primo, nato da Persefone; Bromio, il secondo, figlio di Semele, divinità lunare; Iacco è il terzo. Profondo è il mistero che ivi giace, sepolto nell’Ade, o fuggito sulla Luna.

(Demetra Ludovisi, Palazzo Altemps, Roma)
E Apollo?
Apollo guarda i misteri da lontano. La sua presenza si avverte, nascosta, nel momento in cui il peregrinare labirintico dei sudditi in cerca di Persefone ha fine: quando scoprono che la figlia di Demetra è prigioniera nell’Ade. Il labirinto è un attributo di Apollo, e qui vuol simboleggiare anche i tortuosi meandri del pensiero razionale. La ragione (Apollo) circoscrive e limita ciò che la follia (Dioniso) afferra e intuisce. Una tensione dicotomica che è arrivata fino a Nietzsche. Zeus non poteva permettere che l’universo che egli stesso aveva stabilito andasse alla rovina. Mandò Hermes, lo psicopompo (la guida delle anime), il messaggero degli déi, presso Ade per ordinargli di lasciar libera Persefone. Sul suo trono, il sovrano degli Inferi annuì, con un sorriso sinistro. Persefone, ebbra di felicità, partì subito, guidata da Hermes: cominciò la sua anabasi, la sua risalita. Finalmente ,rivede la madre, e la Luce. Sono le pupille (Korai) che vedono la luce, divelta la benda che ne offuscava la visione, dopo aver oltrepassato gli elementi. Le due divinità si abbracciano. Ma Demetra si ritrae. «Hai forse mangiato laggiù?». «Madre, avevo fame, e ho mangiato qualcosa: tre chicchi di melagrana!». Chi mangia il cibo dell’Ade, vi appartiene. I chicchi di melagrana, rossi come il sangue, simbolo antichissimo della caduta dell’anima nella materia. Si narrava anche che i chicchi fossero diventati rossi dopo che il sangue di Dioniso smembrato dai Titani li aveva macchiati. Una tradizione esoterica ebraica vuole che il frutto colto da Eva dall’albero del Bene e del Male fosse una melagrana. Ovunque, essa è simbolo triplice: unicità nella molteplicità, conoscenza, e caduta.
Zeus allora sentenziò: per tre mesi (alcuni dicono sei) Persefone sarebbe stata sposa di Ade e sovrana degli inferi. Per i restanti mesi dell’anno, sarebbe rimasta con la madre sulla terra. E così, da allora, nei mesi in cui Persefone giaceva con Ade, sulla terra ci sarebbe stata desolazione, tristezza e morte. Nei mesi in cui la dea girovagava felice in superficie, la terra avrebbe prosperato nella gioia dell’abbondanza: erano nate le stagioni dell’anno. Il significato del mito è inesauribile, ma forse si può riassumere in una locuzione: Ex tenebris, Lux. La luce sorge dalle tenebre. Dopo le tenebre. Che sia la luce della primavera dopo l’inverno, o una rinascita luminosa dopo la morte, poco importa: è la stessa storia, che si narra fin dalla notte dei tempi. I Misteri Maggiori non erano il culmine del percorso iniziatico di Eleusi: vi erano i gradi superiori, che andavano dall’Epopteia, la “visione dall’alto”, fino all’iniziazione suprema, in un percorso crescente di Luce e Sapienza che qui e ora non può essere altro che ineffabile. Solo un’immagine emerge dal Telestèrion, ormai buio e spezzato: nel momento più alto dei Misteri, veniva recisa e mostrata all’iniziato una spiga.

(Persefone, Dante Gabriel Rossetti, 1874, Tate Britain, Londra)
Infine, dopotutto, cos’è Eleusi? È uno stato di coscienza, un meta-luogo dentro l’uomo, ove le immagini della mente corrono alle fiaccole di Eleusi ancora accese, il cui calore immortale al contempo brucia e fa rabbrividire, un’emozione che si rivela ancora una volta arrētόn, indicibile. È quel qualcosa che sotto la volta stellata, nel tempo prossimo al Solstizio e all’apertura della porta degli déi, fa volgere lo sguardo alle melagrane spaccate sulla colonna di sud-ovest e fa annegare l’anima in un’ineffabile “nostalgia d’Eleusi”.
A R.Calasso, mitografo sublime
Note:
1 “Vien dietro a me, e lascia dir le genti: / sta come torre ferma, che non crolla / già mai la cima per soffiar di venti” Dante, Purgatorio, Canto V;
2 Sugli Déi e il mondo, Saturnino Secondo Salustio, 362 d.C.
Oraldo Paleologo
