Origini e idea del sacro nello Shintoismo – Luigi Angelino
Lo Shinto o Shintoismo è insieme al Buddismo la religione più praticata in Giappone, ma si distingue per aver avuto uno sviluppo originario proprio in seno all’arcipelago nipponico. Prevedendo l’adorazione dei “kami”, una sorta di spiriti naturali o divinità, meglio definibili forse come “presenze naturali”, lo Shintoismo presenta sia caratteristiche politeiste che animiste. Infatti, un buon numero di “kami” è considerato come l’essenza di “spiriti guardiani” che sono preposti alla protezione di un determinato luogo, mentre altri incarnano essi stessi un particolare fenomeno naturale, come nel caso di Amaterasu, la dea del sole (1).
A questo punto chiediamoci quale significato sia da attribuire al termine “shinto”, o meglio quale espressione della nostra lingua sia più opportuno scegliere per spiegarne il valore semantico, alla luce della nostra mentalità occidentale. Secondo gli esegeti il termine “shinto” risulta da fonti letterarie a partire dal VI secolo d.C., quando fu necessario distinguere la religione autoctona del Giappone da quella buddista che, in quel periodo, era stata importata e si stava diffondendo con una certa rapidità. Prima di allora sembra che non vi fosse un termine unitario e generalizzato che servisse ad indicare in maniera complessiva le pratiche cultuali ataviche del popolo giapponese. In estrema sintesi, il termine Shinto deriverebbe dall’unione di due kanji (2): shin che può essere tradotto con la parola divinità o anche con “spirito” e tò (in cinese Tao) da rendere con il vocabolo via o sentiero. In tale contesto, pertanto, Shinto assume il significato di “via del divino”. A ciò bisogna aggiungere una nota di carattere storico: a partire dalla metà del XIX secolo, nel pieno del cosiddetto movimento del “Rinnovamento Meiji” (3), fu creato lo “Shintoismo di stato”, che mirava a formalizzare un sostrato ideologico a beneficio dell’opulenta classe dirigenziale giapponese, ponendo l’accento sulla sacralità dell’imperatore e sulla figura della dea Amaterasu come progenitrice di tutti i Nipponici. Questa deriva politica dello Shinto fu abbandonata alla fine della seconda guerra mondiale, in particolare dopo che il Paese del Sol Levante fu occupato dalla truppe anglo-americane.

Voler definire con certezza le origini delle credenze legate allo Shinto è operazione quanto mai ardua e di difficile soluzione. L’inquadramento delle origini religiose è profondamente legato alla problematica della derivazione etnica e geografica della popolazione nipponica. Gli studiosi sono tuttora abbastanza concordi nel ritenere che gli abitanti dell’arcipelago provengano dall’Indonesia e dall’Asia centrale. E’ probabile che, all’inizio dei più ancestrali insediamenti, ogni villaggio o tribù avesse un piccolo pantheon di divinità o spiriti ai quali manifestare la propria devozione. Con l’ascesa della dinastia imperiale, un pantheon in particolare finì col prevalere sugli altri, senza mai però soppiantare gli altri in maniera definitiva. Tale considerazione si fonda sul fatto che ancora oggi, nel variegato panorama shintoista, esiste un numero veramente abbondante di divinità minori talvolta adorate o venerate soltanto da comunità locali. Con l’introduzione della scrittura, nei primi decenni dell’ottavo secolo, furono redatti i primi testi che comprendevano i miti e le leggende che fino ad allora erano stati tramandati oralmente: il Kojki (Memorie degli eventi antichi) (4) e il Nihongi (Annali del Giappone) (5).
All’indomani della fine della seconda guerra mondiale, come anticipato in precedenza, lo Shintoismo di stato fu completamente cancellato, quando l’imperatore rinunciò pubblicamente al suo stato di divinità terrena, smentendo di fatto quanto già il buon senso suggeriva che cioè la sua dinastia non discendeva dalla solare dea Amaterasu. Considerato l’esito disastroso del conflitto mondiale, molti gruppi di nazionalisti nipponici attribuirono la sconfitta ad una specie di hybris (superbia unita a tracotanza) ostentata per decenni dalla casata imperiale. Questo sentimento di rivalsa determinò il sorgere di numerose nuove sette religiose, denominate “Shinshukyo”, ispirate comunque alle pratiche cultuali ed al pensiero dello Shintoismo. In epoca più moderna, abbandonando la celebrazione della dinastia imperiale e qualsiasi pretesa di discendenza divina, i templi shintoisti si sono sempre di più dedicati alla promozione di attività sociali, con l’intento di creare centri per aiutare le persone a migliorare le proprie condizioni esistenziali e a mantenere buone relazioni “ideali” con gli antenati e con gli spiriti naturali. Anche nella declinazione contemporanea, lo Shintoismo rimane una religione difficile da catalogare, in quanto, come precisato in premessa, pur contenendo chiari elementi animisti, a causa della sua ben delineata trattazione mitologica presenta una struttura di base più simile ai culti politeisti, seppure costellata da alcuni originali aspetti sciamanici (6).

A differenza delle religioni politeiste occidentali e medio-orientali, nello Shintoismo non appare così importante il problema metafisico della vita dopo la morte, ma l’attenzione è principalmente focalizzata sulla ricerca dell’armonia nel corso dell’esistenza terrena. Un’attenta analisi dei testi shintoisti fa comprendere come si tratti di una dottrina priva di costruzioni dogmatiche assolute, fondata invece sull’incessante ricerca della felicità e della pace interiore. Viene quindi spontaneo definire lo shinto tradizionale come un insieme di rituali e di metodi diversificati, che tendono a creare un ponte tra il mondo umano e quello divino dei kami. Gli esperti distinguono, in linea di massima, cinque diverse espressioni di Shintoismo, che non devono essere considerate come correnti a sé stanti, ma come forme di culto rivolte tutte al raggiungimento dello stesso obiettivo, quello cioè di accedere alla “verità”. In primis si annovera il filone che è chiamato lo “Shintoismo imperiale” (Koshitsu Shinto), allocuzione che indica quel complesso di riti eseguiti direttamente dall’imperatore per rendere omaggio ai tanti spiriti divini ed, in particolare, alla dea Amaterasu Omikami. Questa tipologia di shinto viene percepita come elemento spirituale indispensabile per assicurare la continuità dell’apparato statale, mirando nel contempo a favorire la felicità del popolo nipponico e l’armonia con i popoli stranieri. Di ispirazione alquanto diversa appare lo “Shintoismo templare” (Jinja Shinto), espressione che intende designare la dottrina istituzionalizzata all’indomani dell’abbandono dei principi dello shintoismo di stato. Esso si fonda sulle pratiche cultuali così come organizzate all’interno dei templi, rappresentando il cardine di tutte le attività religiose ed un punto di riferimento fondamentale anche per gli altri filoni shintoisti. La stragrande parte dei templi, infatti, fa parte della cosiddetta “Jinja Honcho”, traducibile in “Associazione dei templi shintoisti” (7). Ai primi due già elencati, si aggiunge lo “Shintoismo settario” (Shuha Shinto o Kyoha), a sua volta suddiviso in tredici sottogruppi minori, che si sviluppò nel diciannovesimo secolo, allo scopo di separarsi dal già menzionato ed invadente Shintoismo di stato che pretendeva di controllare le celebrazioni religiose sotto il rigido controllo dei funzionari governativi. Al quarto posto, ma non per questo meno importante, troviamo lo “Shintoismo popolare”, costituito da quell’insieme di rituali praticati dalla gente comune, ma non istituzionalizzati. Nello specifico, lo shintoismo popolare comprende molteplici riti di divinazione e di esorcismo, nonché di guarigioni sciamaniche, che non trovano molto spazio nei canoni degli altri filoni, provenendo in parte da altre tradizioni religiose, come il Buddismo, il Taoismo ed il Confucianesimo. Infine, allo scopo di fornire un quadro esaustivo delle diverse forme, citiamo di nuovo lo “Shintoismo di stato”, che tendeva a purificare le credenze nipponiche da qualsiasi influenza religiosa straniera e che, come già detto in precedenza, fu abolito dopo la seconda guerra mondiale (8).
C’è da chiedersi, a questo punto, se anche lo Shintoismo, come altre credenze religiose, si sia dotato di una vera e propria organizzazione clericale. Inizialmente, fino alla fine dell’era Meiji, l’ordine sacerdotale scintoista era di carattere ereditario. Di seguito fu istituito il sistema del “seminario”, in analogia ad alcune strutture religiose occidentali. Al giorno d’oggi i sacerdoti shintoisti possono sposarsi e condurre una vita privata piuttosto libera, sempreché rimanga ispirata ai principi morali professati. La struttura clericale si suddivide in quattro ordini principali ed è gerarchicamente verticalizzata in sei gradi di appartenenza. Dopo la seconda guerra mondiale, l’accesso al sacerdozio è stato aperto anche alle donne. In particolare, la pratica del Kaguramai, cioè la danza sacra in onore delle divinità è, in linea generale, svolta soltanto dalle donne. A ciò si aggiunge un’importante ruolo riservato al gentil sesso nell’ambito shintoista templare: l’autorità principale del tempio di Ise (9), considerato il fulcro del culto shintoista, è una sacerdotessa di grado apicale.

Pur non preoccupandosi troppo della vita oltre la morte, secondo la dottrina shintoista, lo spirito umano, a similitudine dei kami, vive in eterno. Nella concezione più moderna, come nella maggior parte delle culture orientali, lo Shintoismo concepisce l’aldilà come una specie di livello esistenziale superiore. Al momento della morte, l’io individuale cambierebbe semplicemente livello di esistenza. Anche se i seguaci dello shinto hanno convissuto per secoli con i Buddisti, condividendone in parte il pensiero, il loro modo di affrontare l’esistenza terrena è profondamente diverso. Mentre i Buddisti professano il graduale distacco dai desideri e dalle passioni terrene, gli Shintoisti promuovono tutte quelle attività che possano garantire la felicità in maniera consistente e duratura.
In ambito etico, la prima regola shintoista è la piena disponibilità verso gli altri, incitando all’eliminazione di qualsiasi comportamento egoista ed egocentrico attraverso la modestia e la sobrietà. Si può dire, pertanto, che il pensiero shintoista sia rivolto a favorire essenzialmente il benessere della comunità, anche se i diritti individuali e familiari sono tenuti in debito conto. I pensatori nipponici, anche in assenza di “comandamenti assoluti” codificati, come ad esempio avviene nelle religioni abramitiche, per spiegare l’orientamento etico dello Shintoismo, ricorrono alle cosiddette “Quattro affermazioni”. Nell’ordine tradizionale si fa riferimento alla “famiglia”, considerata il nucleo principale per la formazione dell’individuo. Il contesto familiare, infatti, dove si eredita una determinata visione delle cose del mondo, secondo la dottrina shintoista, deve essere particolarmente tutelato e preservato. Di seguito si cita la “natura”, guardata nel suo complesso e ritenuta “sacra” come diretta emanazione del mondo divino (10). Per i seguaci dello shinto, rimanere in contatto armonico con la natura assicura al soggetto il raggiungimento della completezza e della felicità, in quanto si assorbe l’energia dei kami. In tale ottica la natura deve essere rispettata, tutelata e venerata, potendo garantire il perenne equilibrio della vita. Procedendo si annovera la “pulizia”, intesa come “purezza” e considerata come la massima delle virtù. Nel credo shintoista la pulizia interiore e quella esteriore sono ingredienti indispensabili per riuscire a condurre una vita pienamente armoniosa. Il fedele deve assicurare la purezza degli ambienti in cui vive ed, in particolare, i templi sono sempre tenuti nella massima pulizia dai sacerdoti. Come quarta “affermazione” si è soliti menzionare il “matsuri” (11), ossia un termine che indica i cosiddetti “festival” dedicati ai kami. Nel corso di questi periodi di festeggiamenti, i fedeli shintoisti pregano nei templi o anche presso le proprie dimore. Tali eventi sono celebrati con cadenza annuale e sono abbastanza numerosi, prevedendo l’organizzazione di cerimonie di vario tipo, di banchetti e di processioni.
Nella concezione shintoista manca una concezione vera e propria di “atto peccaminoso”, ma certe azioni provocano impurità che deve essere mondata attraverso alcuni atti rituali, allo scopo di poter riacquistare la pace mentale ed una buona dose di fortuna. Le azioni malvagie sono denominate “kegare” che letteralmente vuol dire sporcizia, a cui corrisponde l’opposta nozione di “Kiyome”, purezza (12). Ad esempio l’uccisione di un essere vivente è sempre considerata come un atto impuro, anche quando serve per creare cibo. In questi casi la persona che si appresta a consumare un pasto, che derivi dall’uccisione di un essere vivente, deve mostrare gratitudine e riverenza nell’assumere il cibo. I riti di purificazione hanno sempre rappresentato momenti imprescindibili nella pratica religiosa shintoista e sono stati conservati anche nell’epoca contemporanea. Uno dei principali riti di purificazione, a similitudine dei culti occidentali, è legato all’acqua, consistendo, nella sua versione principale, nel rimanere sotto una cascata oppure nel dover provvedere alle personali abluzioni presso la foce di un fiume o vicino al mare. Molti fedeli si accontentano di eseguire i rituali utilizzando le fonti d’acqua collocate nei templi. Un’ulteriore forma di purificazione è l’astensione dal compiere una determinata azione, una sorta di tabù privativo, scarsamente praticata, a dire la verità, nello shintoismo moderno, a parte poche zone rurali. Nella simbologia dei riti di purificazione, che prendono il nome di “misogi”, oltre all’acqua, sono molto usati elementi come la sabbia e il sale. Alcune cerimonie somigliano ai riti cristiani di “benedizione”, soprattutto in occasione della costruzione di nuovi edifici o per l’inaugurazione di aerei e di automobili. Questa tipologia di rituale è chiamata “jichinsai” e fu utilizzata anche nel 1969 per benedire la missione sulla luna compiuta dall’Apollo 11. Le cerimonie che vedono protagonista il sale prendono il nome di “shubastu” e si compiono per eliminare le impurità: Il sale viene sparso in un determinato luogo in azioni rituali significativamente chiamate “maki shio”, il cui significato letterale è “sale sparso” (13).

Nell’affascinante e variegato panorama simbolico shintoista, si distingue innanzitutto il “torii”, che rappresenta i portali che consentono l’accesso ai templi o alle aree naturali considerate sacre. Nel suo eminente ruolo di simbolo mistico, il torii si impone quale segno visibile dell’eterna interazione, concepita come una vera e propria immedesimazione, tra il mondo umano e quello divino. Sull’origine del torii non vi è alcuna oggettiva certezza: alcuni studiosi lo ritengono collegato al mito di Amaterasu, che si nascose in una caverna per sfuggire a Susanoo (14), mentre altri esegeti cercano di comprenderne la derivazione partendo dall’etimo del termine. Il vocabolo torii trarrebbe origine, infatti, dalla parola tori, che significa uccello con l’aggiunta di una i finale. I volatili sono esseri viventi molto importanti per la religione shintoista, esprimendo una profonda unione tra la Terra e il Cielo, quindi tra il mondo umano e quello divino. La struttura portante del torii è costituita da due colonne di supporto verticali e da un palo orizzontale posto sulla cima, nella maggior parte dei casi colorato di rosso. Molto interessante è poi il Tomoe, detto anche Yin-Yang-Yuan o Triplo Taijitu che vuole indicare la triplicità dell’energia cosmica shintoista: i due principi polari, Yin e Yang, a cui si aggiunge la terza parte che riproduce l’intero universo. Il Tomoe viene delineato come un “motivo astratto” che somiglia ad una grande virgola o alle perle curve conosciute con il nome di “magatama”. Degna di menzione è anche la “corda sacra”, conosciuta con il nome di shimenawa, in taluni scritti abbreviata in shime, oggetto che comunemente si trova in quasi tutti i templi shintoisti. Si tratta di una corda di canapa e paglia di riso adoperata nei rituali di purificazione: il suo diametro può variare da pochi centimetri fino ad alcuni metri. Spesso la corde sacre appaiono addobbate con uno shide, cioè un pezzo di carta a forma di zigzag (15). Ai simboli già accennati, mi piace aggiungere la figura del Maneki nako, la cui traduzione letterale in italiano sarebbe “il gatto che invita”, diffusasi successivamente nell’immaginario popolare con l’espressione “il gatto della fortuna”. Il principale racconto che si riferisce al leggendario gatto narra di un monaco poverissimo vissuto a Tokyo nel diciassettesimo secolo, costretto a dividere il cibo con il proprio gatto. Un giorno, un ricco mercante, durante una violenta tempesta, si fermò sotto un albero del tempio per ripararsi dalla pioggia. Durante il riparo vide un gatto che con la zampa lo invitava ad entrare nel tempio. Proprio nel momento in cui il ricco signore si spostò per seguire il gatto, un fulmine colpì con violenza la pianta. Grato per la prodigiosa salvezza, da quel momento il mercante diventò amico del monaco che, insieme al suo gatto, non fu più costretto a vivere nella povertà. Il miracoloso felino morì con tutti gli onori e fu seppellito nel tempio di Goutokuji. Leggende più o meno simili, secondo alcuni studiosi, sarebbero state mutuate dalla dottrina buddista, sebbene interpretate e rielaborate in chiave shintoista (16).

Lo Shintoismo, la religione originaria del Giappone, “la via degli dèi”, non ha un mitico fondatore, né un vero e proprio testo sacro codificato. Non ha dogmi assoluti, ma viene definita come “la religione del vivere quotidiano”, per la sua incessante ricerca dell’armonia collettiva e con la natura. E’ una dottrina che affascina, perché fa riferimento alla stretta connessione fra l’essere umano e la natura, in un’epoca sempre più votata al progresso tecnologico e digitale, dove si rischia di perdere l’equilibrio ed il senso del sacro in maniera irrimediabile.
Note:
1 – Cfr. Jean Herbert, Lo Shinto: la religione giapponese, Luni Editrice, Milano 2004;
2 – Si tratta di caratteri di origine cinese usati nella scrittura giapponese, in congiunzione con i sillabari hiragana e katakana;
3 – L’espressione indica quel radicale cambiamento della struttura sociale e politica del Giappone che determinò il ritorno del potere all’imperatore, tra il 1866 ed il 1869, dopo secoli di dominio degli Shogun;
4 – Fu composto nei primi anni dell’VIII secolo per volere del sovrano Tenmu;
5 – Fu redatto intorno al 720 sotto la supervisione del principe Toneri, figlio di Tenmu;
6 – Cfr. Benoit Vermander, Lo Shintoismo. Alla scoperta della spiritualità giapponese, Edizioni San Paolo, Alba (CN) 2014;
7 – L’associazione fu fondata nel febbraio del 1946 ed attualmente gestisce circa 100.000 santuari sparsi nell’arcipelago nipponico, promuovendo la cultura e le tradizioni dello shintoismo;
8 – Cfr. John Breen e Mark Teeuwen, A New History of Shinto, Wiley-Blackwell, 2010;
9 – Il santuario sorge nella località di Ise, nella Prefettura di Mie, consacrato alla più importante divinità giapponese Amaterasu Omikami, la grande dea che splende nei cieli, identificata con il sole. All’interno del tempio è custodito il Yata no Kagami, il sacro specchio, uno dei tre tesori sacri del Giappone. E’ importante sottolineare anche la consuetudine di abbattere e di ricostruire identici, ogni vent’anni, gli edifici interni al tempio, al fine di rinnovare lo spirito della tradizione;
10 – Cfr. Le Yen Mai, Il pensiero giapponese. Viaggio nello stile di vita del Sol Levante, Milano 2020;
11 – Tra i festival nipponici più famosi, ricordo il “Gion Matsuri” che si svolge nell’antica capitale Kyoto durante tutto il mese di luglio, celebre per la sfilata dei carri monumentali; nello stesso mese estivo, il Kanda Matsuri che si tiene invece a Tokyo, l’odierna capitale, ricordato per l’utilizzo di circa 30.000 lanterne;
12 – Il termine indica sia la purezza fisica che quella spirituale;
13 – Cfr. Stefano Vecchia, Lo Shintoismo, Xenia editrice, Como 2006;
14 – Si tratta del fratello minore di Amaterasu, molto forte, ribelle ed impulsivo, protettore del mare, dei venti e delle tempeste;
15 – Ritroviamo la “corda sacra” anche in pochi contesti cristiani, come nel caso dell’Agios Kanavos, la reliquia della sacra corda di canapa con la quale sarebbe stato legato alla croce Gesù di Nazareth. L’oggetto è conservato nel Monastero di Timios Stauros (Santa Croce), nell’isola di Cipro;
16 – Nella tradizione successiva, si sono sviluppate due principali versioni del fortunato felino: se viene raffigurato con la zampa destra alzata, dovrà soprattutto favorire gli aspetti legati alla salute e alla famiglia; se, invece, ad alzarsi è la zampa sinistra, aiuterà i possessori negli affari economici e finanziari.
Luigi Angelino,
nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale, conseguendo anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Con la Stamperia del Valentino ha pubblicato varie raccolte di saggi, tra cui “Caccia alle streghe”, “L’epica cavalleresca”, “Gesù e Maria Maddalena”, “Omero e la nascita del mito di Ulisse”, “Di alcune fiabe e di ciò che nascondono”, “Il mondo dei sogni”, “Sulla fine dei tempi” (selezionato per Sanremowriters 2023). Tra i volumi pubblicati con altre case editrici, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” (versione inglese “The darkness of the soul”); la trilogia thriller-filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse di Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.
