Partenope – Neapolis fra mito e storia nel romanzo “La Catena di Partenope” – Stefano Arcella
Ebbi già occasione di presentare il romanzo “La catena di Partenope” di Bruno Pezone, quando uscì in prima edizione (Boopen-Led, Napoli, 2010) e, in quella circostanza, evidenziai l’aspetto di denuncia sociale che si coglieva nella trama della narrazione, in cui Pulcinella, di là dalla sua apparenza comica, emergeva nella sua valenza malefica e perfida, metafora di un Male profondo, oserei dire “metafisico”; è il Pulcinella/Phersu, con rimandi alla mitologia e alla iconografia del mondo etrusco e riferimenti al male sociale contemporaneo della criminalità che connota una parte della città partenopea, una città dalla realtà complessa, non certo riducibile solo a questo aspetto deteriore. A suo tempo, lo lessi così. Oggi, dopo averlo riletto a distanza di molti anni in questa nuova e terza edizione (Tabula fati, Chieti, 2024, con introduzione di Gianfranco De Turris) interpreto questo romanzo in modo diverso, cogliendone aspetti che avverto essere più rilevanti. Questo è un romanzo a sfondo storico, poiché nella trama del racconto si coglie un fondo di verità storica che abbraccia il passato molto antico e anche la contemporaneità partenopea.

Il gruppo di amici, che presenta i tratti di un sodalizio persistente nel tempo e che combatte contro il Male è, in realtà, un gruppo di “amici storici” realmente esistito nella Napoli fra fine Novecento e i primi decenni del 2000 e che esite tuttora. Un gruppo di amici che hanno fondato l’Amicizia su comuni riferimenti valoriali che hanno una forte valenza mitica e simbolica, con richiami alle radici più antiche e profonde di Partenope/Palepolis e di Neapolis. Personaggi come il professor Stefano Arcieri ( lo studioso del gruppo, lo storico che impartisce lezioni di storia ai suoi amici e che è tratteggiato dall’Autore con sottile e deliziosa ironia) o il pescatore Gustavo (personaggio enigmatico, complesso, di là dalla sua umile apparenza) o l’avvocato Pontillo ( in cui noto tratti autobiografici dell’Autore) o il subacqueo Guido Rizzo – solo per citare alcuni nomi di fantasia – sono elaborati dall’Autore sulla base di precise persone che rientrano nell’ambito amicale di Bruno Pezone. Così, per merito dell’Autore, questo “sodalizio amicale” è entrato in letteratura e intrecciandosi con figure mitiche e fantastiche tipiche del genere “fantasy”, sconfina nel mito.
Lo sfondo storico concerne simultaneamente molteplici aspetti della storia della città. Storico è il culto della Sirena Partenope (La Sirena alata che giunge morta sulla spieggia dell’isolotto di Megaride), storica è la formazione del mito di “Virgilio mago” in età medievale, storico è il culto di San Gennaro, che con la sua ampolla e il miracolo dello scioglimento del sangue, riprende la funzione di nume tutelare della città in precedenza svolto da Virgilio. Storica è anche quell’anima senziente, tipica della psicologia partenopea, tutta immersa nel godimento delle sensazioni, che si manifesta allorché l’Autore paragona Napoli ad una bella donna e ne descrive la bellezza con voluttuoso indugio…

E tuttavia questo sostrato storico sfocia nella dimensione mitica: il mito del monte Gauro (oggi Monte Barbaro nelle adiacenze di Pozzuoli, che in età medievale fu anche un centro cultuale dell’Arcangelo Michele), dove sarebbe stato nascosto il “papiro magico” del centauro Chirone, poi rinvenuto da Virgilio e dal discepolo Filomelo; il mito dell’Uovo – di risalenza greco/orfica – che sarebbe stato occultato da Virgilio negli anfratti dell’isolotto di Megaride, a tutela magica della vita e della Salus della città, come il fuoco di Vesta in Roma antica; il simbolo del “castello” – che allude ad un centro misterico – in cui sarebbe stato nascosto l’Uovo, sorta di entità tutelare della civitas partenopea.
In tal modo, la storia sfocia nel mito, diventa mito e il mito si fa storia, storia partenopea che incarna e riattualizza il mito, in un intreccio fra Tempo e dimensione metastorica, fra storia ed eternità del mito. Gianfranco De Turris, nella presentazione del romanzo, si chiede in quale genere letterario si collochi questo romanzo e conclude asserendo che si tratti di un mix di romanzo fantasy, di romanzo esoterico e di romanzo dell’orrore.
Concordo, in parte, con questa lettura poiché certamente vi sono in esso peculiarità del genere “fantasy”, rimandi espliciti alle dottrine esoteriche (”il corpo astrale”, il Reiki, il mito dell’Uovo con tutto il suo significato cosmico) e con risvolti “horror” che sono evidenti nella figura inquietante di Pulcinella/Phersu, sorta di démone maligno che rimanda al topos del “Pagliaccio malefico”, tipico di questo genere letterario.
Tuttavia, insisto nel notare questo profilo di “sfondo storico” che non mi sembra sia stato finora inquadrato e che ricorda, sotto certi aspetti – soprattutto quando descrive l’ascesa di Virgilio e di Filomelo al monte Gauro – il genere letterario dei romanzi della scrittrice napoletana Fiorella Franchini, ambientati nella Puteoli di età imperiale romana, ricca di cuti misterici e di riferimenti mitici. Napoli è sì città di origine greca e quindi incline all’affabulazione mitica, ma è anche città fortemente romanizzata e quindi risente della inclinazione romana alla storicizzazione dei miti.
La trama del romanzo è tutta imperniata sulla lotta, spesso cruenta e feroce, fra il “sodalizio amicale” che vuole salvaguardare il Papiro Magico di Chirone e l’Uovo di Virgilio e gli emissari del male, guidati da Pulcinella, che vogliono impossessarsi dei “pignora urbis” per distruggerli e quindi far morire Partenope/Neapolis. È una trama che colloca la lotta contro il male su un piano più alto rispetto a quello politico-sociale, un piano” metafisico” che esprime l’istanza di una rigenerazione morale e spirituale, che richiama l’uomo alla responsabilità verso sé stesso, ad un’azione risolutrice sul piano delle cause, senza limitarsi a denunciarne gli effetti.

