Perché pensare il blu? – Edoardo Serini
«Dal cielo al mare, era un’infinita varietà di blu. Per il turista, quello che viene dal nord, dall’est o dall’ovest, il blu è sempre blu. Solo dopo, quando ci si sofferma a guardare il cielo e il mare, ad accarezzare con gli occhi il paesaggio, se ne scoprono altre tonalità: il blu grigio, il blu notte e il blu mare, il blu scuro, il blu lavanda. O il blu melanzana, nelle sere di temporale. Il blu verde. Il blu rame del tramonto, prima del mistral. O quel blu così pallido, quasi bianco». Lo scrittore francese Jean-Claude Izzo, attraverso queste parole, prova a rispondere a una domanda che attraversa la sensibilità umana da secoli: perché il blu continua a esercitare un fascino tanto profondo?

Il blu è ovunque, è infinito. Pensiamo di averlo trovato, di sapere cosa sia, ma in realtà è questo colore che ci trova e si immette dentro di noi attraverso le sue pluristratificazioni e variazioni tonali, così adattabili alla nostra vita interiore. Lo suggerisce, d’altronde, la sua stessa etimologia. Per i Greci, il blu, fosse scuro (kyaneòs) o chiaro (glaukòs), serviva a indicare non un solo colore, ma una varietà di visioni cromatiche: verde, grigio, giallo, nero, marrone, viola. Il blu è policromo: comprende tutto e tutti nella sua presenza sfuggente, poiché non coincide mai, pienamente, con ciò che pensiamo che sia. Noi stessi non siamo altro che piccoli microcosmi in balia della sua forza avvolgente, macrocosmo di una natura che abbraccia eternamente il mondo tra cielo e mare. Ma perché proprio il blu deve contenerci? Che cosa cela questo colore? Qual è il suo segreto? Che linguaggio parla? Forse la riflessione filosofica può aiutarci ad addentrarci dentro questi enigmi. Platone, nel Timeo, descrive l’universo come un organismo vivente, ordinato e armonico grazie alle proporzioni matematiche instillategli dal Demiurgo; il cielo, nella sua profondità e luminosità, rappresenta la manifestazione del blu attraverso il suo richiamo alla trascendenza e alla contemplazione metafisica. Aristotele, invece, riporta il blu alla sua orizzontalità. Sia nel De Anima che nel De Sensu, il filosofo greco affronta il tema dei colori andando a indagare la loro percezione. Lo Stagirita ritiene che la presenza del colore derivi dal rapporto concreto che si crea nella relazione tra l’oggetto e l’occhio umano. Il blu diventa quindi il colore delle profondità marine, di una lontananza percettiva che evoca infinità e indeterminatezza. Si riconferma così, anche filosoficamente, ciò che la poesia di Jean-Claude Izzo sosteneva: la compresenza del blu in tutto il globo terrestre e oltre.
La visione del blu, attraverso le sue sfumature azzurre, è inscindibile dalla nostra vita. Orizzontalmente e verticalmente lo incontriamo: nel mare, nel cielo, nelle ombre della sera, perfino nella malinconia dei ricordi. Il blu diventa il simbolo della vita stessa, della sua capacità di espansione tra le trame visibili e invisibili dell’esistenza. Ed è proprio la poesia che, attraverso i suoi versi, riesce a racchiudere l’evocatività creatrice di questo colore. In Emily Dickinson il blu coincide con il paesaggio della mente. Nella celebre lirica The Brain is wider than the Sky, il cervello umano è detto «più vasto del cielo» e «più profondo del mare»: il blu non è ancora un elemento naturale, ma una dimensione della coscienza, il luogo in cui il mondo viene accolto e ricreato. L’infinito del cielo e quello del mare cessano di essere esterni; diventano esperienza interiore, misura della capacità immaginativa dell’uomo. Diversa è la direzione percorsa da Stéphane Mallarmé e, soprattutto, da Rainer Maria Rilke, nei quali il blu conserva la sua ambivalenza: colore della distanza, del silenzio e della nostalgia, ma anche della tensione verso l’assoluto. Il blu continua a parlare dell’anima, sospesa tra stupore e solitudine. Con Pablo Neruda, invece, il movimento si inverte. Se Dickinson conduce il cielo dentro la mente, Neruda porta la mente fuori di sé, verso il mondo. Il blu non è più soltanto contemplazione, ma materia vivente: è il mare, l’oceano. Tutto ciò conduce al legame tra il blu e il suo elemento originario: l’acqua, sostanza che riempie cieli e mari, rimandando alla Creazione della Genesi. Ciò che colpisce dell’acqua è il fenomeno della sua apparizione: fisicamente incolore, essa si manifesta indossando un abito blu. Ed ecco che ritorna la sua forza arcana e infinita. Vedere il blu significa accedere a una dimensione che tiene insieme, in un movimento incessante, visibile e invisibile, presenza e assenza.
Le pulsazioni metafisiche: così respira il blu. È un fremito profondo, una tensione che non appartiene soltanto al pensiero, ma anche alla carne del mondo, se è vero che la vita ha preso forma negli abissi marini. O meglio: nella trasparenza dell’acqua, in quella sua oscurità invisibile che sfugge allo sguardo e tuttavia si rivela a noi proprio come blu. In esso l’enigma prende corpo. Come osservava Johann Wolfgang von Goethe, «il blu è un’oscurità attenuata dalla luce». Una traccia del blu si ritrova anche nella dottrina esoterica dell’alchimia. Il percorso verso la Magnum Opus, la Grande Opera, nella fase intermedia tra nigredo e albedo, cela un movimento essenziale: la sottofase del blu alchemico. James Hillman interpreta questo passaggio come decisivo sul piano esistenziale, affinché la trasformazione possa compiersi pienamente e la coscienza possa giungere a una visione autentica di sé: «L’intervallo azzurro dal nero al bianco è come la tristezza che emerge dalla disperazione man mano che questa procede verso la riflessione […]. È l’azzurro che conferisce profondità all’idea di riflessione, ben oltre la nozione limitata di rispecchiamento, aprendola a quella del soppesare, considerare e meditare». La forza archetipica del blu consiste dunque nell’essere un passaggio, movimento necessario affinché avvengano trasformazioni e nuove iniziazioni interiori. Come nell’alchimia, anche nella mistica il blu assume un ruolo centrale. Le visioni di Hildegard von Bingen si dispiegano nella presenza costante del blu. Lo Scivias (Sci vias Domini, «Conosci le vie del Signore») si fonda su visioni della Trinità che emergono da sfondi azzurri, rimando al cielo e manifestazione della potenza divina. Il blu entra così a far parte della trinità cromatica ildegardiana, insieme all’oro e all’argento, colori della rivelazione divina. In particolare, esso delinea tre tipi di cielo nelle sue visioni mistiche: «il blu monocolore del cielo dell’Empireo, in cui Dio è immerso; il blu puntinato del primo cielo, che avvolge il creato e in cui si muovono gli angeli; e infine il blu stellato del secondo cielo, il più vicino all’uomo». La pittura blu hildegardiana si inserisce in quel movimento definito “rivoluzione blu”, che dal XII secolo ha condotto alla riscoperta del valore simbolico del colore nell’arte, giungendo fino alla contemporaneità.

Nel Medioevo, infatti, il blu iniziò gradualmente a sostituire il rosso come colore della regalità e del sacro, soprattutto grazie alla diffusione dell’iconografia mariana: il manto della Vergine veniva dipinto con il preziosissimo lapislazzuli proveniente dall’Afghanistan, materiale raro e costosissimo che trasformò il blu in segno di purezza e trascendenza. Ma nello sguardo di Ildegarda, il blu non è soltanto un colore ritrovato; è una vibrazione del divino nel visibile, una trasparenza abitata, un segno della vita che si manifesta senza mai esaurirsi. E forse, è proprio per questo che il blu continua a custodirsi nel tempo. Allude, trattiene, eccede i segreti del mondo. Wassily Kandinsky lo percepiva come un movimento verso l’infinito, una profondità che invoca lo spirito; Yves Klein ne fece un assoluto, pensandolo come un colore oltre ogni misura. Celebre rimane il suo International Klein Blue, pigmento intenso e saturo che l’artista considerava una vera esperienza spirituale. Lo stesso vale anche per l’artista Bill Viola, recentemente scomparso, che utilizzò il blu nella sua video-installazione Ascension del 2000, trasformandolo in elemento di immersione contemplativa e rinascita simbolica. In tutti questi casi, il blu si sottrae a ogni semplice dimensionalità: non è mai superficie, ma sempre soglia. Per questo, forse, un mondo senza blu non sarebbe semplicemente più povero: sarebbe impossibile. Mancherebbe proprio ciò che, senza imporsi, rende visibile l’invisibile. Il blu continua infatti a essere il colore della distanza e della vicinanza insieme, dell’infinito che ci sovrasta e dell’intimità che ci abita. È il colore della nostalgia e della speranza, della memoria e dell’attesa. Pensare il blu significa allora interrogare il mistero stesso dell’esistenza.
Edoardo Serini
