Radici perdute e ritrovate: Kołodziej e il neopaganesimo slavo in Polonia – Giulio Menichini
Nel corso del XIX secolo, il Romanticismo in Europa non fu solo un movimento artistico e letterario: fu anche un fenomeno culturale che spinse molte nazioni a riscoprire e valorizzare le proprie origini storiche, linguistiche e spirituali. In Polonia, un paese spesso diviso e occupato, questa riscoperta assunse una dimensione particolarmente intensa: il recupero delle radici delle popolazioni slave divenne un modo per affermare l’identità nazionale e resistere culturalmente agli imperi stranieri che controllavano il territorio. La crisi dell’identità polacca era acuita dalla perdita della sovranità politica. Molti intellettuali avvertivano l’esigenza di andare oltre le influenze straniere, soprattutto mediterranee e cristiane, per riscoprire ciò che rendeva unica la cultura della loro terra. Questa tendenza è ben rappresentata dal poeta Adam Mickiewicz.
Il precursore di un ritorno alle radici precristiane fu Adam Czarnocki, che nel 1818 pubblicò il libro Sulla civiltà slava precristiana (1). Egli teorizzava che la vera religiosità degli slavi non derivasse dal cristianesimo, ma da una tradizione ancestrale legata alla natura e agli antenati, la cosiddetta “cultura paleoslava”. Czarnocki, che si definiva apertamente “pagano”, accusava la religione cristiana di aver reso gli Slavi «alieni a se stessi» (2), recidendo i legami tra le generazioni e svilendo la loro storia precedente. Secondo lui, solo un ritorno consapevole a tali credenze avrebbe potuto rigenerare lo spirito di indipendenza e rafforzare la nazione contro le influenze straniere e la modernizzazione forzata. Questa riflessione prese nuovo slancio nei decenni successivi, specialmente nel periodo interbellico, quando la Polonia riacquistò l’indipendenza dopo oltre un secolo di spartizioni. Il bisogno di consolidare un’identità nazionale forte e unificata portò alcuni intellettuali a cercare radici più profonde nella storia e nelle tradizioni slavo-pagane.
Uno dei protagonisti di questa nuova fase fu Władysław Kołodziej, che nel 1921 fondò il Circolo degli adoratori di Światowid, un gruppo neopagano ispirato alle divinità e ai miti delle popolazioni dell’Est europeo. Il fondatore, pur avendo una formazione cattolica, nutriva un profondo interesse per l’occultismo, la spiritualità alternativa e l’astrologia, promuovendo anche la riscoperta delle tradizioni ancestrali tramite riviste e associazioni. Con lui collaborarono i fratelli Chobot, figure di spicco nell’ambito del neopaganesimo, dello spiritualismo e della Massoneria polacca. L’integrazione tra religiosità precristiana, esoterismo e impegno nazionale trovava espressione nelle loro pubblicazioni e iniziative, che propugnavano anche stili di vita alternativi, come il vegetarianismo e la meditazione orientale. Questo connubio di misticismo, politica e cultura mirava a creare una nuova spiritualità nazionale, capace di rilanciare la coscienza collettiva del popolo polacco.

Il movimento sopravvisse all’occupazione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo la vittoria degli Alleati, riprese le sue attività, anche con il sostegno dell’Unione Sovietica. Il Calendario Pagano fu ideato principalmente da studiosi di Cracovia e di Łódź, città in forte crescita dopo la distruzione di Varsavia, che ospitava il principale strumento culturale e scientifico della riscoperta slava. Molti dei collaboratori avevano inoltre legami con la massoneria. L’iniziativa del Calendario Slavo mirava a creare una sorta di chiesa nazionale slava-lechitica, combinando elementi della tradizione non cristiana con il cristianesimo. Per comprendere le motivazioni profonde del fondatore, basta leggere la prefazione al primo numero del periodico del 1946. In essa, Kołodziej raccontava che l’idea era nata dopo che le autorità tedesche gli avevano vietato di proseguire la sua attività nella Chiesa di Cristo in Polonia. Secondo il leader neopagano, la rinascita spirituale delle popolazioni slave era il “frutto dei cambiamenti”(3) legati al ritorno nelle terre lechitiche sui fiumi Oder e Neisse, ottenute dalla Polonia dopo la conferenza di Potsdam. In un articolo dal titolo Polonia cristiana o Polonia pagana? (4), tentava di dimostrare che l’idea di una “gloriosa tradizione millenaria del cristianesimo in Polonia” fosse una falsità storica: la cristianizzazione era avvenuta con la forza, contro la volontà di molti abitanti fedeli alla loro religione ancestrale, lasciando un segno profondo nella coscienza nazionale. In seguito definì la Polonia una “nazione in parte pagana e in parte cristiana”, segnata da una frattura spirituale mai sanata. In un manifesto rituale, egli scriveva parole che univano sacralità e militanza:
“Siamo una nazione in parte pagana e in parte cristiana. E in questo risiede la nostra tragedia. Non abbiamo nemmeno il coraggio di riconoscere la verità che un pagano ha un valore religioso maggiore per il Regno di Dio di un cristiano superficiale”(5).
I fondatori del progetto si autodefinirono “drzewidzi”, termine derivante dal polacco drzewo, che significa “albero” e richiama i druidi celtici; erano uomini saggi che vegliavano sui luoghi sacri e sulle tradizioni ancestrali. Essi formarono la “Grande Assemblea dei Drzewidzi di Roja”, con Kołodziej che si firmava “Sacerdote Drzewid” o “Drzewid di Roja, dei Monti Świętokrzyskie, della Foresta di Białowieża, della Lechia e della Slavia”. Il compito sacro che li attendeva veniva così descritto:
“Siamo chiamati a ricostruire il Tempio Polacco dello Spirito.
Gli altari dei nostri avi furono abbattuti,
ci fu strappato il filo della tradizione.
Gli spiriti e i profeti hanno solo vegliato sulle masse oscure.
Voi che ascoltate, siete i guerrieri di una nuova era”(6).
Il Calendario Slavo era considerato la base ideologica e propagandistica per il recupero di Roja, la mitica “terra sacra” degli Slavi. Questo luogo era identificato con l’isola di Rügen, allora tedesca, già centro di culto nell’antichità. Nell’immaginario slavo e nelle ricostruzioni neopagane rappresentava l’origine spirituale del popolo, simbolo di unità e continuità delle tradizioni ancestrali. Qui sorgeva il celebre tempio di Arkona, dedicato al dio Świętowid, una divinità solare e del fuoco con quattro volti scolpiti che vegliavano sulle stagioni e sulle guerre. Il fuoco sacro del tempio non si spegneva mai e simboleggiava protezione e prosperità per gli abitanti. Nel 1168, l’isola e il tempio furono conquistati dai Danesi. Essi imposero il cristianesimo, distrussero il santuario e integrarono la regione nel regno cristiano. Con la conquista, il fuoco sacro di Świętowid fu spento, segnando la fine di Roja come centro di culto precristiano. Per Kołodziej e i suoi seguaci, la rinascita del culto significava il recupero di una tradizione ancestrale e l’affermazione di una nuova spiritualità nazionale. Il sito sacro diveniva così un simbolo di identità e indipendenza spirituale per i popoli slavi. Non vi era dubbio che le possibilità di realizzare i loro piani fossero scarse senza il sostegno internazionale. L’idea di lottare per la libertà e l’indipendenza della “terra santa degli Slavi” era in gran parte estranea alla società polacca, anche se i richiami panslavisti erano frequenti:
“Sorgete, tutti gli Slavi,
Nell’unità è la forza!
Ci attende un grande compito –
Che la Gloria trionfi!” (7).
Kołodziej e i suoi collaboratori si illusero che il culto protoslavo di Świętowid ad Arkona potesse da solo portare a un’adozione di massa del neopaganesimo. Tuttavia, la società polacca era profondamente cattolica e destabilizzata dai nuovi equilibri postbellici. Nell’agosto 1946 inviarono un Memoriale sull’Indipendenza della Roja al Ministero degli Esteri polacco e alle ambasciate di Gran Bretagna e Francia a Varsavia. Le loro richieste, intrise di misticismo religioso e utopismo politico, erano irrealizzabili nel contesto postbellico. Avrebbero comportato uno spostamento significativo dei confini polacchi verso ovest rispetto agli accordi della Conferenza di Potsdam, impossibile a causa degli interessi dell’Unione Sovietica. I concetti del gruppo, intrisi di eccessivo misticismo slavo e incompatibili con l’ideologia dell’URSS, non ricevettero alcun sostegno né da Mosca né da Varsavia. Lo stesso Kołodziej fu arrestato dalle autorità comuniste nel 1950. Così, il Calendario Slavo fu pubblicato solo due volte e il sogno di una nuova spiritualità nazionale basata sulle radici pagane rimase confinato a pochi appassionati.

Negli anni Sessanta e Settanta, attorno alla sua figura si raccolse a Varsavia una cerchia di giovani, desiderosi di proseguire il cammino tracciato dal fondatore. Nel 1965 il movimento tentò di ottenere un riconoscimento ufficiale presentandosi come Associazione Lechita dei Fedeli di Światowid, ma la richiesta fu respinta dalle autorità. La riscoperta delle tradizioni dell’Europa orientale in Polonia non fu solo un ritorno al passato, ma un modo per costruire e rafforzare l’identità nazionale in un momento di grandi difficoltà. Dopo anni di divisioni e dominazioni straniere, molti intellettuali e movimenti cercarono nella cultura precristiana una fonte di forza e unità. Questo percorso aveva due aspetti importanti: da un lato simbolico e culturale, perché attraverso miti e divinità ancestrali si voleva risvegliare uno “spirito” comune che unisse il popolo; dall’altro politico, perché proponeva un’identità slava alternativa rispetto all’influenza del cristianesimo e delle potenze straniere.
L’elemento spirituale, spesso legato all’esoterismo, alla massoneria e a pratiche occulte, mostrava la ricerca di un nuovo senso profondo per la società. Tuttavia, il movimento non riuscì a diffondersi ampiamente, soprattutto per la forte presenza della Chiesa cattolica e per i cambiamenti politici del dopoguerra, con l’arrivo del regime comunista, che non tollerava movimenti religiosi o nazionalisti alternativi. Sul piano sociale, la popolazione era concentrata su problemi concreti, come la ricostruzione delle città devastate dalla guerra, lo sfollamento e la sopravvivenza quotidiana. In questo scenario, un progetto utopico basato su miti e antiche divinità appariva lontano dai bisogni reali della gente.
Oggi, questa esperienza aiuta a comprendere come la memoria storica e culturale sia uno strumento fondamentale per le nazioni, usato per affermare l’identità e affrontare momenti di crisi. L’esperienza di Kołodziej e del neopaganesimo slavo, mostra come il recupero delle radici culturali e spirituali possa diventare uno strumento di identità. Anche se il sogno di una nuova spiritualità nazionale non si realizzò, la vicenda ricorda che la memoria storica e i miti ancestrali continuano a esercitare un’influenza simbolica.
Note:
1 – Adam Czarnocki, O Starożytnej Słowiańszczyźnie (Sulla civiltà slava precristiana), Varsavia, 1818.
2 – Ibid., p. 12
3 – Władysław Kołodziej, “Polska chrześcijańska czy Polska pogańska?”, (Polonia cristiana o Polonia pagana?) in Calendario Slavo, 1946, pp. 5–7
4 – Manifesto rituale di Władysław Kołodziej, Calendario Slavo, 1946, p. 12.
5 – Ibid., p. 13.
6 – Ibid., p. 14.
7 – Calendario Slavo, 1946, p. 16.
Bibliografia:
- Kołodziej, Władysław. Calendario slavo per il 1946. Łódź, 1946.
- Czarnocki, Adam. Sulla civiltà slava precristiana. Varsavia, 1818.
- Davies, Norman. La Polonia. Storia di un Paese, Vol. 2. Oxford University Press, 1981.
- Pręcikowski, Leszek Sławomir. “Władysław Kołodziej e il suo Calendario Slavo.” Polonia Sacra, 1998.
Giulio Menichini,
nato a Spoleto, è laureato in Scienze Politiche e da anni coltiva una profonda passione per la storia e per le correnti esoteriche europee, con un interesse particolare per il pensiero di Rudolf Steiner e Julius Evola. Dedica il suo tempo alla ricerca e all’approfondimento delle tradizioni spirituali e simboliche.
