Siamo tanti o siamo Uno? Schrödinger e la visione mistica – Andrea Cecchetto
“Una delle mie preoccupazioni costanti è capire come sia possibile che esistano altre persone, come sia possibile che esistano anime che non sono la mia, coscienze estranee alla mia coscienza che, poiché è coscienza, mi sembra unica”
(Fernando Pessoa; Il libro dell’inquietudine, 313, p. 255).
Uno dei problemi con cui la filosofia deve scontrarsi è quello della pluralità delle coscienze. Ciascun essere pensante e/o senziente nasce in un dato periodo storico in un corpo numericamente, spazialmente e materialmente separato da quelli degli altri individui. Almeno questo è ciò che abitualmente pensiamo più o meno tutti. Ma è davvero così?
Spesso i bambini, spontaneamente molto più interessati degli adulti alle questioni metafisiche, si pongono questa domanda: «Ma prima di nascere, io dov’ero?». Sembra loro strano di non esserci stati “prima”. Fino ad un anno e mezzo d’età, prima di venire educati in tal senso, essi addirittura non concepiscono nemmeno di essere “qualcosa a sé”, cioè individui delimitati e separati dal resto; pensano di essere tutto:
“Per il neonato, il mondo e il Sé sono più o meno un’unica cosa. La ricerca di [Peter] Fonagy (Fonagy et al, 2003) ha dimostrato che il bambino per circa diciotto mesi vive in uno stato di “equivalenza psichica”, nel quale il mondo esterno viene percepito in modo conforme a quello interno (Nancy McWilliams; La diagnosi psicoanalitica, p. 133).
Nel mondo moderno […] il bambino tende a perdere, crescendo, la percezione immediata dell’unico Fondamento delle cose; infatti, le abitudini contratte dal pensiero analitico sono fatali alle intuizioni del pensiero integrale, sia sul piano «psichico» sia su quello spirituale” (Aldous Huxley; La Filosofia Perenne, p. 42).

Quando prende atto che non ha il controllo sulle cose e sugli eventi esterni, il bambino ci resta molto male, ed è probabile che la delusione vissuta continui ad agire inconsciamente come odio per il non-io:
“Nel cuore di ogni creatura, di qualsiasi microcosmo, alberga un desiderio latente di distruggere tutto ciò che è al di fuori di se stessi” (Alain Daniélou; Miti e dèi dell’India. I mille volti del pantheon induista, p. 323).
Insomma, ciascuno vive in un mondo proprio, rinchiuso nel proprio corpo-mente, e non ha accesso al mondo psichico dell’altro se non per quel po’ che l’altro può comunicargli. Di fatto, non sappiamo neanche se l’altro è consapevole come lo siamo noi. Per quanto ne sappiamo, potremmo essere stati imprigionati fin dalla nascita in una Matrix o un Truman Show nel quale tutte le persone con cui ci relazioniamo sono robot perfettissimi ma privi di coscienza [sia chiaro, non penso affatto che sia così: è solo un espediente narrativo per far riflettere su come non abbiamo alcun modo per verificare empiricamente la coscienza in un altro essere vivente]. Cartesio pensava che gli animali fossero delle macchine incoscienti, e molti accolsero questa sua concezione.
Vorrei seguire a questo riguardo le riflessioni di Erwin Schrödinger (1887-1961) [uno dei padri della fisica quantistica, premio Nobel nel 1933], riportandone alcuni passi raccolti da Ken Wilber nel suo libro Questioni quantistiche. Schrödinger chiama “paradosso aritmetico – o numerico” questo problema della moltiplicazione della coscienza:
“[…] sbattiamo contro il paradosso aritmetico; sembra esserci una gran moltitudine di […] io coscienti, ma il mondo è solo uno […]. Ci sono due vie d’uscita dal paradosso numerico, entrambe apparentemente assurde dal punto di vista del pensiero scientifico corrente […]. Una via d’uscita è la moltiplicazione del mondo così come occorre nella spaventevole dottrina leibniziana delle monadi: ogni monade è un mondo a sé, senza alcuna comunicazione con gli altri; la monade “non ha finestre”, è “non comunicante”. Il fatto che, tuttavia, esse concordino l’una con l’altra è chiamato armonia prestabilita. Penso che in pochi siano attratti da questa proposta […]. Esiste ovviamente solo un’alternativa, ovvero l’unificazione della mente e della coscienza. La loro molteplicità è solo apparente ed esiste, in verità, solo una mente. Questa è la dottrina delle Upanishad. L’esperienza mistica dell’unione con Dio comporta regolarmente questo atteggiamento […]. Mi si permetta di citare, come esempio esterno alle Upanishad, un mistico islamico persiano del XIII secolo, Aziz Nasafi […]: «Alla morte di qualunque creatura vivente lo spirito ritorna al mondo spirituale, il corpo al mondo corporeo. In ciò, tuttavia, solo i corpi sono soggetti a mutamento. Il mondo spirituale è un singolo spirito che è come una luce dietro il mondo corporeo e, quando una qualsiasi singola creatura viene al mondo, questo brilla attraverso di essa come attraverso una finestra. A seconda del tipo e delle dimensioni della finestra, più o meno luce entra nel mondo. La luce in sé, tuttavia, resta immutata” (Erwin Schrödinger, pp. 147-149).

Schrödinger sostanzialmente dice: se c’è un’unica Coscienza, anche la mia coscienza [io] coincide con quell’unica Coscienza [Dio]:
“Nella terminologia cristiana, dire «Io sono dunque Dio onnipotente» suona tanto blasfemo quanto da manicomio. Ma per il momento vi prego di ignorare queste connotazioni […]. In se stessa, l’intuizione non è nuova. Le prime testimonianze, per quanto ne so, datano almeno 2500 anni. Dalle prime grandi Upanishad, l’identificazione Atman = Brahman (il sé personale è il sé eterno, onnipresente e onnicomprensivo), lungi dall’essere blasfema, era considerata nel pensiero indiano emblema della quintessenza della più profonda intuizione sugli avvenimenti del mondo. Lo sforzo di tutti gli studiosi del Vedanta era, dopo aver imparato a pronunciarlo con le labbra, assimilare realmente nelle loro menti questo, il più grande di tutti i pensieri. Di nuovo, i mistici di molti secoli, indipendentemente eppure in armonia perfetta tra loro […], hanno ciascuno descritto l’esperienza unica della loro vita in termini che possono essere condensati nella frase: Deus factus sum (Sono diventato Dio) […]. Mi si concedano alcuni altri commenti. La coscienza non è mai esperita al plurale, solo al singolare. Persino nei casi patologici di scissione della coscienza o sdoppiamento della personalità, le due persone si alternano, non si manifestano mai simultaneamente. In un sogno ricopriamo le vesti di vari personaggi allo stesso tempo, ma non in modo indiscriminato: siamo uno di essi; agiamo e parliamo direttamente mentre spesso aspettiamo con ansia la risposta o la reazione di un’altra persona […]. Come emerge allora l’idea della pluralità, tanto enfaticamente avversata dagli scrittori delle Upanishad? La coscienza si scopre intimamente connessa a, e dipendente da, lo stato fisico di una regione limitata di materia, il corpo […]. Ora, esiste una grande pluralità di corpi simili. La pluralizzazione delle coscienze o delle menti sembra dunque un’ipotesi molto suggestiva. Probabilmente tutte le persone dalla mentalità semplice l’hanno accettata, così come la maggioranza dei filosofi occidentali. Essa porta quasi nell’immediato all’invenzione delle anime, tante quante sono i corpi, e alla domanda se siamo mortali come lo è il corpo o se siamo immortali e capaci di esistere da sé […]. Sono state poste questioni molto più sciocche: gli animali hanno un’anima? […]. Tali conseguenze, seppure solo provvisorie, devono renderci sospettosi dell’ipotesi della pluralità, che è comune a tutti i credi occidentali ufficiali […]. La sola alternativa possibile è semplicemente mantenere l’esperienza immediata che la coscienza è un singolare il cui plurale è sconosciuto; che ci sia una sola cosa e che ciò che sembra una pluralità sia solamente una serie di aspetti differenti di questa sola cosa, prodotta da un inganno (la māya indiana)” (Erwin Schrödinger, pp. 158-160).

E conclude Schrödinger [che abbraccia in toto la visione mistica]:
“Per la filosofia, la vera difficoltà sta nella molteplicità spaziale e temporale degli individui che osservano e pensano. Se tutti gli eventi avessero luogo in una coscienza, l’intera situazione sarebbe estremamente semplice […]: la pluralità che percepiamo è solo un’apparenza; non è reale. La filosofia del Vedanta, nella quale questo costituisce un dogma fondamentale, ha cercato di chiarirlo con un certo numero di analogie, di cui una delle più attraenti è quella di un cristallo a molte sfaccettature che, pur mostrando centinaia di piccole immagini di quello che è in realtà un singolo oggetto esistente, non moltiplica realmente quell’oggetto. Noi intellettuali di oggi non siamo abituati ad accettare un’analogia figurata come un’intuizione filosofica; insistiamo sulla deduzione logica. Ma […] forse per il pensiero logico potrebbe essere possibile rivelare almeno questo: che afferrare la base dei fenomeni mediante il pensiero logico potrebbe con tutta probabilità essere impossibile, dato che il pensiero logico è esso stesso parte dei fenomeni e in essi del tutto coinvolto […]. Cosa ti giustifica a trovare con ostinazione questa differenza – la differenza tra te e qualcun altro – quando oggettivamente quel che c’è è lo stesso? Guardando e pensando in questa maniera, potresti improvvisamente giungere a vedere, in un lampo, la profonda correttezza della convinzione del Vedanta: non è possibile che questa unità di conoscenza, sentimento e scelta che tu chiami tua sia dovuta venire in essere dal nulla in un dato momento non tanto tempo fa; piuttosto, questa conoscenza, sentimento e scelta sono essenzialmente eterni e immutabili e numericamente uno in tutte le persone, anzi in tutti gli esseri senzienti. Ma non nel senso che tu sei una parte, un pezzo, di un essere eterno e infinito […]. No, per quanto inconcepibile possa sembrare alla ragione ordinaria, tu – e in quanto tale tutti gli altri esseri coscienti – sei tutto in tutto. Questa tua vita che stai vivendo, dunque, non è un mero pezzo dell’intera esistenza, ma è, in un certo senso, il tutto; solo che questo tutto non è costituito in maniera tale da poter essere visto in un solo sguardo. Questo, come sappiamo, è ciò che i bramini esprimono con quella sacra, mistica formula che eppure è tanto semplice e chiara: tat tvam asi, questo sei tu” (Erwin Schrödinger, pp. 163-166).
Vi è quindi, secondo Schrödinger, ma anche per tutte le concezioni mistiche, un’unica Coscienza, la quale si manifesta negli infiniti esseri dell’esistenza universale, i quali sono quindi teofanie. Io, tu che leggi, il cane della signora che abita nel palazzo di fronte, il maiale che è appena stato scuoiato nel macello vicino, il triceratopo vissuto nel Cretaceo superiore… siamo tutti la stessa “cosa”. Certo, negli aspetti contingenti differiamo, come nelle condizioni di esistenza: il tempo ed il luogo della nascita, il patrimonio genetico, la forma del corpo, le funzioni/facoltà mentali e sensoriali, le esperienze biografiche, ciò che abbiamo appreso, il modo di pensare, i ricordi, la durata della vita, le persone con cui ci relazioniamo, ecc. In quanto coscienza, però, sentire intimo, soggettività più profonda, coincidiamo totalmente. Io, in te, sono te, e tu, in me, sei me. Siamo un unico essere. Tutti gli âtmâ sono l’unico Brahman. Ogni singolo essere coincide con l’unica indivisa Realtà tutta intera considerata in un suo aspetto, ovvero “vista” da una certa prospettiva. Ce ne renderemo conto non appena usciremo da questo “passaggio” nel numero, nella forma e nello spazio-tempo; prenderemo atto di ciò che siamo sempre stati, e che non abbiamo mai smesso di essere. Non è necessario reincarnarsi per vivere molte vite; anzi, tutte le vite.
Riporto a tal proposito alcuni passi di altri autori:
“[…] ogni essere consapevole nell’universo, umano, animale o alieno potrebbe essere in realtà la stessa coscienza, attivata però in differenti contesti in tempi diversi (Paul Davies; I misteri del tempo. L’universo dopo Einstein, p. 36).
Allo stesso modo che dal fuoco bene avvampante a migliaia si dipartono scintille della sua stessa natura, ugualmente […] molteplici esseri nascono dall’Indefettibile e in lui fanno ritorno. Il puruṣa è […] il Sé interiore di tutte le creature (Muṇḍaka-upaniṣad, II, 1-3. Upaniṣad antiche e medie, pp. 458-459).
[…] siamo dunque tutte le cose e siamo un’unità. Noi però, quando guardiamo al di fuori di Colui dal quale dipendiamo, ignoriamo di essere un’unità e siamo come delle facce, numerose all’esterno, che hanno verso l’interno una testa unica in comune. Ma chi potesse voltarsi […] vedrebbe come un dio se stesso e l’universo: certo, egli non vedrà dapprima se stesso come universo, ma in seguito, poiché non sa dove collocare se stesso e come segnare i confini del proprio io, rinuncerà a delimitarsi rispetto all’Essere universale e raggiungerà l’universo intero senza aver bisogno di farsi avanti ma restando immobile dove il tutto ha il suo fondamento (Plotino; Enneadi, VI, 5, 7, p. 1155).

[…] Dio sia tutto in tutti (San Paolo; Prima lettera ai Corinzi, 15, 28)”.
Noi vediamo separazione laddove c’è identità, assoluta non-alterità. Il Risveglio consiste allora nel recuperare quella visione che avevamo da bambini, però in modo consapevole, realizzando l’indivisibilità del reale non in senso egoistico, solipsistico [“Io sono il Tutto”], ma bensì in senso intersoggettivo, mistico [“Ogni singola cosa è il Tutto”]:
“In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Vangelo secondo Matteo, 18, 3).
Per i risvegliati c’è un cosmo unico e comune, ma ciascuno dei dormienti si involge in un mondo proprio (Eraclito; Dell’Origine, fr. 94, p. 159)”.
OPERE CITATE:
- Pessoa Fernando; Il libro dell’inquietudine, Edizioni Newton Compton, 2018.
- McWilliams Nancy; La diagnosi psicoanalitica, Edizioni Astrolabio – Ubaldini, 2012.
- Huxley Aldous; La Filosofia Perenne, Edizioni Adelphi, 2013.
- Daniélou Alain; Miti e dèi dell’India. I mille volti del pantheon induista, Edizioni BUR Rizzoli, 2012.
- Davies Paul; I misteri del tempo. L’universo dopo Einstein, Edizioni Mondadori, 2012.
- Upaniṣad antiche e medie (a cura di Pio Filippani-Ronconi), Edizioni Bollati Boringhieri, 2016.
- Plotino; Enneadi, Edizioni Bompiani (a cura di Giuseppe Faggin), 2018.
- Bibbia (La Sacra Bibbia: versione e ufficiale a cura della CEI), Edizioni Mondadori, 2010.
- Eraclito; Dell’Origine (a cura di Angelo Tonelli), Edizioni Feltrinelli, 2009.
- Wilber Ken; Questioni quantistiche, scritti mistici dei più grandi fisici del mondo, Edizioni Spazio Interiore, 2022.
- Le citazioni di Schrödinger riportate da Wilber sono tratte da tre opere: La mia visione del mondo, Cos’è la vita, Scienza e umanismo e la natura e i greci.
Andrea Cecchetto
