Socrate e Confucio: convergenze sapienziali – Luigi Angelino
Potrebbe sembrare azzardato mettere in relazione pensatori di ambienti culturali e geografici così distanti e diversi, eppure la riflessione umana sul macrocosmo e sul microcosmo deriva dal medesimo anelito di conoscenza e di ricerca della verità. La scultura in bronzo eseguita da Wu Weishan, esposta nell’antica agorà di Atene (foto di testata), è uno dei più celebri simboli del legame ideale tra Socrate e Confucio, immaginando fra loro un confronto de visu impossibile quanto suggestivo, raffigurati in una postura ieratica ed amichevole nel contempo, come se fossero vecchi amici. La statua è stata allestita il 16 settembre 2021, per celebrare l’anno della cultura e del turismo fra Grecia e Cina (1). Socrate e Confucio sono stati importantissimi filosofi, vissuti in periodi storici più o meno vicini in zone del globo opposte, ma entrambi sono stati capaci di influenzare il pensiero umano dei secoli successivi, fino ad arrivare ai nostri giorni. Entrambi non hanno lasciato propri scritti, credendo fermamente nell’efficacia del dialogo con i propri discepoli e nella trasmissione orale dei loro insegnamenti ai posteri. Socrate e Confucio, due carismatici educatori, che sostenevano che il miglioramento del singolo fosse indispensabile per la crescita del benessere dell’intera comunità e che dispensavano insegnamenti in maniera itinerante e ricorrendo ad aforismi originati dalla sapienza della vita quotidiana. Il dubbio di Socrate, derivante dall’impostazione metodologica del “sapere di non sapere” non si oppone ma appare complementare all’impronta gnoseologica confuciana, così orientata a valorizzare la tradizione, l’armonia sociale e le relazioni familiari, anche attraverso un liturgico schema di rituali tradizionali. Prima di delineare le similitudini e le differenze di questi due grandi personaggi, credo sia opportuno tratteggiarne i punti salienti di ciascuno.
Socrate nacque ad Atene nel 470 o 469 a.C. e morì nella stessa città nel 399 a.C., al termine del famosissimo processo che lo vide imputato e che si risolse con la nota e tragica scelta etica di bere la cicuta. Come già detto, Socrate non lasciò nessun compendio scritto del proprio pensiero e le sue idee hanno attraversato i secoli grazie alle opere di Platone, che fu uno dei suo più illustri discepoli. I testi di Aristocle sono così intrisi del pensiero di Socrate, al punto che risulta difficile comprendere dove comincia l’evoluzione autonoma della filosofia di Platone ( pseudonimo e soprannome di Aristocle) (2). Socrate è considerato il fondatore dell’etica e della filosofia morale, grazie al suo principale metodo d’indagine, il dialogo che applicava soprattutto nelle dissertazioni relative ai concetti morali fondamentali. A lui si attribuisce la creazione di quel tipico modo di costruire il pensiero, basato sulla riflessione astratta e razionale, che influenzerà tutta la successiva storia della filosofia greca ed occidentale. A prima vista, potrebbe sembrare paradossale il motto “so di non sapere”, che deve essere inquadrato nell’ottica di una consapevolezza di non conoscenza con parametri definitivi e che si trasforma in aspirazione costante a migliorare la propria posizione nei confronti della realtà circostante. Il vero filosofo, per Socrate, è una figura diametralmente opposta a quella del “sofista”, che pur presentandosi come sapiente, si perde in voli pindarici di ordine tecnico attraverso l’arte della retorica (3). Secondo l’interpretazione di alcuni autori, come Taylor, Jaeger e Burnet, Socrate fu il primo filosofo occidentale ad evidenziare il carattere individuale dell’anima umana. Nonostante che la tradizione pitagorica ed orfica avessero tratteggiato già alcune caratteristiche spirituali dell’anima, Socrate ne arricchì il significato, comprendendo valori di natura antropologica ed etica, nonché facendola coincidere con l’io, cioè con la coscienza pensante di ciascuno. Pare che Socrate si sia confrontato sul concetto di essere con i due grandi filosofi della scuola di Elea, Parmenide e Zenone, anche se la veridicità di un eventuale incontro non risulta attestata (4).

Per comprendere meglio il pensiero di Socrate è forse opportuno partire da dove la sua storia terrena finisce, ossia dalla sua morte. Abbiamo già anticipato che fu condannato a morte: giustiziato in nome della legge di Atene, dopo un processo svoltosi con i crismi legali. L’importanza della giustizia nel pensiero socratico è di assoluta centralità: si tratta di una giustizia umana e non di una giustizia divina. Per questo siamo forse portati ad interrogarci su due fondamentali aspetti, se cioè i cittadini furono realmente ingiusti nell’emanazione della sentenza di condanna nei suoi confronti e quale sia il vero significato di “giustizia” nel pensiero socratico. Tentare di rispondere a questi due quesiti non è semplice e per farlo dobbiamo tornare alla celebre ammissione “so di non sapere”, che si presenta come un paradosso, in quanto costituisce da un lato il riconoscimento esplicito della propria ignoranza e dall’altro una genuina manifestazione di conoscenza. Districata, quindi, la contraddizione tra quanto afferma l’oracolo di Delfi (sei il più sapiente degli uomini) e la consapevolezza della propria ignoranza, Socrate sente di avere un impegno morale nei confronti dei propri concittadini. Di conseguenza si impegna a dimostrare l’irrazionalità di fondo dell’ordine sociale e politico costituito, sollevando un “velo”, che anche ai giorni nostri è difficile togliere, dalle consuetudini a cui purtroppo siamo abituati senza spirito critico (5). Con queste premesse, allora, solo in apparenza non si riesce a comprendere la formale e principale accusa mossa a Socrate, quella cioè di corruzione. Intendiamoci bene: il concetto di “corruzione” per gli antichi non corrispondeva affatto alla fattispecie penalistica dell’omonimo reato moderno. All’accusa di generica “corruzione”, seguì quella più specifica di “corruzione giovanile”, una sorta di reato di pericolo che intendeva punire l’eventuale propagazione delle idee del filosofo che con la sua maieutica aveva un forte ascendente sui discepoli. L’ultimo capo di accusa, che può sembrare strano nell’ambito della civiltà ellenica, caratterizzata da una religione così politeista, pluralista e possibilista, contestò a Socrate il fatto “di essere fedele ad altri dei”. Dalle fonti si ricava che il filosofo non aveva mai affermato di non credere agli dèi, ma di essere mosso da un daimon, una specie di essere a metà strada tra gli dei e gli uomini (6). Forse un’immagine così originale spaventava la classe politica ateniese. In estrema sintesi, Socrate fu accusato di non credere nell’ordine costituito, nonché nell’ordine sociale e politico rispettato da tutti. Cosa fece a questo punto Socrate? Egli ribaltò ogni accusa, rendendone ridicole le rispettive motivazioni, ma non si sognò mai di negare il proprio operato, cioè di aver messo in discussione le consuetudini su cui si poggiava l’ordinamento della sua città. Gli Ateniesi, pur rendendosi conto che Socrate aveva ragione, non poterono revocare la condanna, perché ciò avrebbe significato tacciare la loro vita di insensatezza. Socrate, pertanto, definito “corrotto”, soltanto perché si pose al di fuori delle regole di Atene, scelse di essere coerente fino in fondo e si sottopose all’esecuzione della condanna, rifiutando la possibilità dell’esilio o della fuga. La “corruzione” di cui fu accusato Socrate assunse la valenza di un atteggiamento anticonformista, di rottura con la cieca obbedienza alle abitudini del passato, in particolare quando insegnava ai discepoli ad adoperare il proprio raziocinio e a non accettare la morale comune solo per il fatto che tutti si adeguavano ad essa (7).
Passando a Confucio, egli fu il creatore di un pensiero originale, del tutto innovativo per la civiltà cinese del VI-V secolo a.C., orientato alla ricerca ed al perfezionamento di una concezione etica dell’uomo nella sua integrità ed universalità, attraverso l’analisi e la definizione di tutti gli aspetti che caratterizzano l’essere umano. In particolare, Confucio propose un vero e proprio modello per la determinazione del sé, in funzione dell’ambiziosa costruzione di una comunità umana fiorente ed armoniosa. L’influenza di Confucio è stata così determinante per l’intero pensiero cinese dei secoli successivi, al punto che si può ragionevolmente affermare che nessuna figura autorevole della cultura potè fare a meno di confrontarsi con lui. Pur non avendo lasciato nessuna testimonianza scritta diretta, il testo di riferimento per comprendere il suo pensiero, soni i Dialoghi (Lunyu) (8), una raccolta di aforismi e frammenti vari che la tradizione attribuisce al Maestro, ma che in realtà costituisce un’antologia di massime elaborate dai seguaci delle generazioni successive. Il pensiero confuciano arrivò in Europa soltanto nel XVII secolo, tradotto dai missionari gesuiti che per primi visitarono la Cina.
La dottrina di Confucio si basava essenzialmente su un tipo di etica individuale e sociale permeata dal senso di giustizia e di rettitudine, sull’armonia e sulle regole sociali basate su specifiche disposizioni rituali. Come si può evincere dai già citati Dialoghi, l’insegnamento di Confucio non era sistematico, ma si basava sul costante dialogo con i propri discepoli che erano invitati a riflettere su sé stessi e sul mondo esterno, non perdendo mai di vista le tradizioni tramandate dagli antichi. Un’importanza fondamentale era riconosciuta allo studio, come dimostra il primo frammento che ha quasi una funzione introduttiva. Gli storici ritengono che inizialmente gli insegnamenti di Confucio fossero stati confezionati per interagire con la classe nobile e con la ricca borghesia, mentre la grande diffusione in tutti i ceti sociali sarebbe avvenuta solo grazie ai suoi seguaci. Confucio proponeva il modello “dell’uomo virtuoso”, il junzi, la cui traduzione letterale suonerebbe come “uomo superiore”(9), inteso specialmente come superiore d’animo. Secondo il pensiero di Confucio, l’amore per il prossimo e l’empatia si riassumono nella massima, che poi ritroveremo tra gli scritti evangelici: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. La tradizione attribuisce a Confucio l’elaborazione dei “Cinque Classici” del pensiero cinese dell’epoca pre-imperiale, ma non vi è alcuna attestazione scritta che ricolleghi tali testi al Maestro, se non alcune citazioni nei Dialoghi, anch’essi non vergati dalla sua mano. Forse l’enfasi degli insegnamenti di Confucio nei confronti dello studio e dell’apprendimento, come vero e proprio percorso morale indispensabile per la formazione dell’uomo virtuoso, è stata determinante affinché i posteri gli riconoscessero una sorta di paternità dei più prestigiosi testi antichi (10).
Uno degli aforismi attribuiti a Confucio recita: “la virtù non rimane mai sola, orfana. Deve necessariamente avere dei vicini”. Con questa massima, il più grande dei pensatori cinesi vuole esprimere il concetto che il “buon agire” si comporta come una specie di “calamita sociale”. Confucio è stato definito un “umanista pragmatico”, perché il suo più grande obiettivo era la formazione di persone virtuose, senza coltivare l’intento di fondare un vero e proprio movimento religioso. I tre pilastri dell’etica confuciana erano concepiti in maniera profondamente interconnessa: il ren (benevolenza o co-umanità) che si traduceva nell’amore e nel rispetto per gli altri; il li (correttezza rituale), da intendersi come il complesso delle norme di comportamento in grado di garantire l’ordine sociale; il de, che potrebbe corrispondere, adoperando un linguaggio moderno, alla “forza morale” o al “carisma etico”. Per più di due millenni l’impero cinese si è retto su un capillare sistema burocratico che si fondava marcatamente sull’educazione confuciana, dove i funzionari governativi si preparavano ai propri compiti istituzionali, seguendo intensi programmi di studio. Per questa sua spiccata ed inequivocabile tradizione etica, è molto dibattuta la questione se il Confucianesimo possa essere considerata una religione o meno (11). Per meglio dire, la questione è dibattuta soltanto in Occidente, poiché in Cina il Confucianesimo non figura nell’elenco delle cinque religioni riconosciute dallo stato (Buddhismo, Daoisno, Islam, Cattolicesimo e Protestantesimo). Della vita di Confucio non vi sono notizie certe: la sua nascita è individuata nel 551, durante il periodo cosiddetto “delle primavere e degli autunni” (dal titolo degli Annali che ne descrivono gli avvenimenti) (12), nello stato di Lu, attualmente corrispondente alla provincia di Shandong. Avrebbe occupato un ruolo rilevante nella classe emergente Shi, a metà strada tra l’antica nobiltà ed il ceto medio. Le circostanze della sua morte, collocata nel 479 a.C., sono avvolte dalla leggenda. Egli sarebbe morto a seguito di una malattia durata sette giorni, dopo aver narrato ai discepoli più stretti uno strano sogno: si era visto seduto a ricevere offerte rituali tra due pilastri, una prerogativa concessa solo alle anime dei defunti.

Così distanti eppure così vicini, sia Socrate che Confucio puntavano la loro dottrina sulla centralità dell’uomo, sulla virtù e sul comportamento retto che ognuno dovrebbe tenere nella vita quotidiana. Entrambi hanno insegnato come la sapienza non sia legata ai beni materiali o al potere, ma alla costante crescita interiore ed alla necessaria consapevolezza dei propri limiti etici ed intellettuali. Entrambi hanno lasciato una straordinaria eredità morale, destinata ad influenzare decine di migliaia di generazioni successive.
Anche le divergenze metodologiche tra i due giganti del pensiero umano sono altrettanto rilevanti e significative. Le loro stesse personalità, così come il modo di rapportarsi agli altri, sono tramandate come profondamente diverse. Confucio si presentava misurato, sobrio, composto e dava molta importanza alla forma esteriore, curando il modo di vestire, la scelta dei gesti e del cibo. La compiuta ritualità dell’atteggiamento esteriore, per Confucio, serviva ad esprimere lo stato di equilibrio interiore. I seguaci della sua dottrina lo descrivono come molto esigente nei confronti dei suoi discepoli, anche se mai sprezzante ed iracondo. Non era prodigo di elogi, ma di critiche costruttive, cercando di adattare i propri insegnamenti alla personalità ricettiva di ciascun discepolo. Non si occupava di speculazioni metafisiche, avendo un rapporto molto controverso con la religione. Non negava, infatti, l’esistenza degli dèi, intravedendo comunque nella religione un utile strumento di coesione sociale in linea con la tradizione, ma non era a suo agio davanti a tematiche che si riferivano a presenze spirituali od ultraterrene. Uno dei suoi aforismi recita: “Rispetta gli spiriti ma tienili a distanza” e un altro “Non sai ancora come servire gli uomini, come potresti servire gli spiriti?”. Socrate, invece, aveva un temperamento del tutto opposto. La sua indole era sanguigna, ironica e provocatoria: anche il suo motto “so di non sapere”, come abbiamo già illustrato, ha un significato filosofico complesso che genera ulteriori ragionamenti ed interrogativi, non potendo essere risolto in una mera professione di umiltà. I suoi toni provocatori sono stati tramandati ampiamente da più fonti. Si divertiva a fingere ammirazione verso i suoi interlocutori, per poi distruggere le loro convinzioni con argute domande, suscitando il disprezzo di molti concittadini. Era famoso anche per la sua ironia, come quando gli chiesero se fosse meglio sposarsi o restare celibi. La sua risposta fu: “Qualunque cosa farai,te ne pentirai” (13). Il rapporto di Socrate con i discepoli, rispetto a Confucio, era molto più confidenziale e meno autoritario, basandosi sulla ricerca comune della verità attraverso il dialogo. Socrate, prendendo ad esempio il lavoro di sua madre Fenarete, applicava all’insegnamento l’arte della levatrice, la maieutica, per aiutare i discepoli “a partorire” la verità. Come Confucio, anche Socrate ebbe un rapporto alquanto controverso con le divinità del pantheon tradizionale, prediligendo la descrizione del “daimon” interiore, un concetto molto più astratto e di difficile comprensione per la maggior parte degli Ateniesi (14).
Le riflessioni socratiche si concretizzavano in prevalenza in indagini razionali, privilegiando l’esame di sé stessi in modo critico ed individuale, come mezzo per raggiungere un più elevato livello di consapevolezza. In Confucio, invece, la virtù assumeva più le caratteristiche di risultato dell’educazione morale, delle pratiche rituali e dell’integrazione ben delineata nella struttura sociale, seguendo i dettami dei “tre pilastri” a cui abbiamo fatto riferimento in precedenza. Inoltre, Socrate criticava con severità le convenzioni sociali, al contrario di Confucio che mirava a consolidare le tradizioni preesistenti allo scopo di ottenere una compagine sociale sempre più giusta e ordinata. Forse anche le loro divergenze possono in qualche modo risultare complementari ed esseri utili all’essere umano contemporaneo a districarsi in una giungla di informazioni e di nozioni confuse, frammentarie e massificate. L’ostinata e tenace ricerca della verità portata avanti da Socrate è di grande esempio quando si tratta di distinguere ciò che veramente abbia valore nella nebbia delle miriadi di informazioni in cui navighiamo quotidianamente. Parimenti, il messaggio confuciano sull’importanza dell’armonia sociale, sul dovere e sul rispetto reciproco, è un fulgido modello per le società di oggi, troppo spesso afflitte da tensioni conflittuali insanabili.
Note:
(1) Il monumento si trova sul lato ovest dell’agorà di epoca romana (sarebbe più corretto chiamarla forum);
(2) Platone, che deriva da platùs (ampio, largo) era il soprannome dato al filosofo. Secondo alcune fonti gli sarebbe stato attribuito dal suo maestro di ginnastica per la corporatura robusta; secondo altre si riferiva all’ampiezza della sua fronte e de relato alla vastità del suo pensiero;
(3)cfr. Giovanni Reale, Socrate alla scoperta della sapienza umana, La nave di Teseo edizioni, Milano 2019;
(4)l’incontro avviene, comunque, nell’immaginazione di Platone nel dialogo intitolato “Parmenide”, dove viene descritto un Socrate molto giovane che discute con il grande maestro della scuola eleatica e con il suo discepolo Zenone;
(5)cfr, Luca Mori, Gli esercizi di Socrate. L’arte di migliorare se stessi, Edizioni ETS, Pisa 2023;
(6)cfr, Plutarco, Il demone di Socrate. I ritardi della punizione divina, Aloni/Guidorizzi traduttori, Edizioni Adelphi, Milano 1982;
(7)cfr. Mauro Bonazzi, Processo a Socrate, Edizioni Laterza, Bari 2020;
(8)il titolo cinese significa letteralmente “discussione sulle parole”, anche se comunemente l’opera è conosciuta come “Anacleta di Confucio”;
(9) in origine il termine era adoperato con il significato di “figlio di un signore” con riferimento al rango sociale. Con Confucio assunse una valenza spirituale;
(10) cfr. Simon Leys, I detti di Confucio, traduzione italiana a cura di Carlo Laurenti, Edizioni Adelphi, Milano 2016;
(11) cfr. Tiziana Lippiello, Il Confucianesimo, Edizioni Il Mulino, Bologna 2009;
(12)le cronache raccontano gli eventi dello stato di Lu dal 722 al 481 a.C. Esse vengono attribuite in maniera pseudo-epigrafica a Confucio;
(13)secondo la testimonianza di Diogene Laerzio, il giudizio critico di Socrate nei confronti del matrimonio era dovuto anche al suo difficile rapporto con la moglie Santippe;
(14)cfr. Nota nr. 4.
Luigi Angelino,
nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale, conseguendo anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Con la Stamperia del Valentino ha pubblicato varie raccolte di saggi, tra cui “Caccia alle streghe”, “L’epica cavalleresca”, “Gesù e Maria Maddalena”, “Omero e la nascita del mito di Ulisse”, “Di alcune fiabe e di ciò che nascondono”, “Il mondo dei sogni”, “Sulla fine dei tempi” (selezionato per Sanremowriters 2023). Tra i volumi pubblicati con altre case editrici, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” (versione inglese “The darkness of the soul”); la trilogia thriller-filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse di Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.
