Dalla Caverna all’Olimpo: il percorso delle virtù nei miti fondativi
Sulla divina cecità – Luigi Angelino
Nella mitologia antica, in particolare in quella ellenica, la mancanza del dono della vista non veniva considerata sic et sempliciter una disabilità fisica, assumendo invece significati metaforici molto profondi, legati di frequente ad un tipo di conoscenza spirituale e quindi superiore. Da un lato la cecità poteva essere considerata un chiaro segnale di ascesa verso il mondo divino, in quanto l’anima, non distratta dagli elementi materiali della realtà tangibile, era in grado di avvicinarsi ai più alti valori sovra-sensibili; al contrario, però, la cecità poteva derivare da una punizione per la hybris umana nei confronti degli dèi, indicando spesso una mente offuscata dalle passioni terrene più che la menomazione fisica di per sé. Nella mentalità antica, la preclusione della vista del mondo umano tangibile, poteva spalancare le porte ad una conoscenza diversa, attraverso un processo mantico e poetico.
Nel variegato contesto della “divina cecità”, una delle figure più emblematiche è l’indovino Tiresia, protagonista di una vicenda assolutamente unica nel pur ricchissimo panorama mitologico dei Greci. Il tebano Tiresia, infatti, passeggiando per una strada isolata della sua città, si imbattè in due serpenti che si stavano accoppiando e non esitò a colpirli con un bastone. Nella maggior parte delle versioni del racconto si riporta che il gesto fece infuriare la dea Era che trasformò Tiresia in una donna (1). Il futuro indovino visse per sette anni in tale nuova condizione, sperimentando tutte le emozioni dal punto di vista femminile, compresi i piaceri sessuali e la procreazione dei figli. Al termine del settennio, Tiresia incontrò di nuovo i serpenti accoppiati e, ripetendo il gesto di colpirli con un bastone, ritornò ad essere un uomo. A quel punto, Era e Zeus, che frequentemente si erano scontrati sul tema dell’amplesso sessuale, se cioè a ricavare più piacere durante il rapporto fosse l’uomo o la donna, colsero l’occasione per interpellare Tiresia che aveva vissuto entrambe le esperienze. Pare che la sua risposta, “se il piacere potesse essere diviso in dieci parti, la donna ne avrebbe nove e l’uomo una sola”, fece infuriare Era che aveva puntato la sua scommessa sul più intenso piacere della parte maschile. La dea, allora, in un impeto d’ira, accecò Tiresia, che fu così privato del senso umano più prezioso. Zeus non volle annullare la punizione della moglie, dalla quale temeva ulteriori ritorsioni, ma decise di compensare la cecità fisica di Tiresia con la straordinaria capacità di riuscire a prevedere il futuro e di comprendere le verità che gli altri non potevano intuire (2).

La figura di Tiresia, definito “indovino” in maniera forse troppo semplicistica, incarna in sé alcune tematiche predominanti nella cultura ellenica. La costruzione del mito intorno alla scommessa tra Zeus ed Era non appare affatto casuale, ma strettamente funzionale all’aura di singolare saggezza che dovrà contraddistinguere il personaggio di Tiresia, destinato ad interfacciarsi con figure dall’altissimo profilo tragico come Edipo. Tiresia, infatti, avendo sperimentato ambedue i “ruoli” di genere, oltrepassa le consuete categorie di uomo e di donna, preparandosi al difficile e complesso compito di “giudice imparziale” delle vicende umane. La rivalità tra Zeus ed Era si pone come chiara metafora delle tensioni tra l’universo maschile e quello femminile, ma Tiresia, pur diventando vittima indiretta di questa lotta, ne esce vincitore, emergendo per equilibrio e dimostrandosi meritevole di ottenere un’ampia porzione di conoscenza divina. Le varianti sul mito di Tiresia sono molteplici, secondo alcune fonti sarebbe stato reso cieco da Atena , perchè colpevole di averla sorpresa nuda mentre si bagnava nella fonte Ippocrene, secondo altre sarebbe stato punito in quanto, come indovino, era solito rivelare i segreti degli dei. Altrettanto diversificate sono le versioni circa la sua morte. Tiresia, dopo essere nato e vissuto a Tebe, se ne sarebbe allontanato quando la città fu conquistata dagli epigoni, ma prima sarebbe riuscito a fuggire insieme a sua figlia Manto, anch’ella indovina, morendo durante il viaggio per aver bevuto acqua gelata. In un’altra versione, si riporta che Tiresia, rimasto a Tebe nonostante la conquista da parte dei nemici, sarebbe poi stato deportato a Delfi per essere consacrato al dio Apollo. Tuttavia, l’indovino non avrebbe raggiunto l’oracolo più famoso dell’antichità, morendo di stenti durante il difficile percorso.
La vicenda più nota legata al mito di Tiresia è di certo quella racchiusa in una delle più profonde tragedie della letteratura greca, l’Edipo re di Sofocle. In un contesto così complesso, Tiresia diventa la voce angosciosa ed angosciante, destinata a rivelare al protagonista la verità sulla sua terribile esistenza, resa turpe dall’inconsapevole omicidio del padre e dall’unione incestuosa con la madre, generando una stirpe maledetta, di cui è allo stesso tempo padre e fratello (3). All’inizio Edipo vuole credere che si tratti soltanto dei vaneggiamenti di un vecchio, o del frutto di un complotto ordito contro la sua condizione regale, ma presto dovrà arrendersi all’evidenza dei fatti. E all’interprete non può sfuggire come il conflitto morale e dialettico tra Tiresia ed Edipo si giochi proprio sulla contrapposizione tra cecità vera e cecità apparente. Da un lato si erge il sovrano Edipo, esempio della razionalità umana che, pur potendo “vedere” dal punto di vista fisico, è totalmente cieco davanti alla sua reale condizione ontologica. Di fronte si trova Tiresia, l’indovino cieco che, pur soffrendo della più dolorosa tra le menomazioni fisiche, ha non solo la chiara visione del passato e del futuro, ma anche della profondità dell’animo umano. La sua conoscenza della verità è talmente formidabile, da incutere terrore nei suoi interlocutori (4).

La tragedia di Sofocle vuole farci capire come il cieco affidamento alla razionalità porti Edipo fino al momento del dialogo con Tiresia: il re rimprovera all’indovino la sua cecità, eppure al buio della sua menomazione fisica, Tiresia riesce a comprendere la verità. Nel capolavoro sofocleo, il re di Tebe adotta una scelta tragica, superficialmente incomprensibile agli occhi di noi uomini e donne del ventunesimo secolo: si toglie la vista. Quale significato dobbiamo dare ad un gesto così estremo ed in apparenza mostruoso? La vista fisica per Edipo è risultata “divoratrice” ed “ingannatoria”, portandolo ad instaurare rapporti familiari turpi e corrotti. Precludendosi la possibilità di continuare ad osservare il mondo fisico, Edipo si avvicina alla conoscenza della verità che diventa possibile soltanto nella realtà intellegibile, ben incarnando l’ambivalenza archetipa del “conoscere” e del “vedere”.
La tradizione attribuisce la cecità anche al mitico Omero, presunto autore dell’Iliade e dell’Odissea, considerato un aedo in continuo peregrinare. Anche la cecità di Omero è di frequente interpretata in maniera metaforica, ad indicare il dono di chiaroveggenza ricevuto dalle Muse, comune a molti poeti e cantori del mondo antico. La stessa etimologia del nome Omero, tra le varie ricostruzioni, peraltro trattate in altri scritti, è stata da alcuni studiosi ricondotta all’espressione traducibile in lingua italiana con “colui che non vede”. Nel poema dedicato ad Odisseo, il personaggio dell’aedo cieco Demodoco (5) sembrerebbe riecheggiare la figura dell’autore, quasi si trattasse di una sua idealizzazione narrativa. In Demodoco, la sventura della cecità è proporzionalmente connessa al canto: l’aedo ha ricevuto nello stesso tempo un bene e un male, quale prediletto dalle Muse. La sua esecuzione dei canti della saga troiana è così perfetta, che Odisseo, protagonista privilegiato di quelle gesta, affermerà che Demodoco descrive i fatti come se avesse assistito agli eventi. La disabilità della cecità è pertanto del tutto annullata, apparendo invece come un ponte tra l’umano e il divino, nella trasfigurazione del dono sublime del canto. Un caso opposto è rappresentato da Tamiri (6), l’ambizioso cantore trace che osa sfidare le Muse e, per la sua tracotanza, viene punito con la cecità, ma gli viene sottratto anche il dono del canto e dell’arte della cetra. Nella sua vicenda non vi è uno scambio tra un bene ed un male, ma soltanto l’attribuzione di un doppio male senza possibilità di riscatto. Ancora diversa è la storia di Stesicoro (7), punito con la cecità per aver parlato male di Elena, che però riesce a comprendere la causa del proprio castigo, trovando una sorta di rimedio nella Palinodia (8).
Negli scritti della tradizione cristiana la “cecità” è spesso ricondotta alle tenebre dello spirito, cioè all’incapacità di osservare la verità divina che, contrariamente a quella fisica, trae origine dal peccato in generale e dalla superbia più nello specifico. Nelle tematiche contenute nei Vangeli, di frequente Gesù contrappone la “vista” fisica a quella spirituale. L’accecamento dello spirito coincide con l’incredulità e con l’opposizione alla luce di Dio, necessitando di un percorso interiore che consenta all’individuo di abbandonare l’oscurità. Molto noto è il racconto nel Vangelo di Giovanni sul “cieco nato” (9), forse l’episodio più simbolico ed iconico sulla cecità dell’intera dottrina cristiana. Gesù Cristo guarisce un uomo non vedente fin dalla nascita, adoperando fango e saliva ed inviandolo a lavarsi nella piscina di Siloe. A differenza della credenza farisaica, secondo cui ogni disabilità doveva essere ricondotta ad una colpa personale o familiare dello sventurato, Gesù vuole far capire come la menomazione non sia una maledizione divina, ma semplicemente una caratteristica fisica, trasformando l’infausto evento in una manifestazione della potenza e della benevolenza di Dio. L’episodio evangelico vuole anche contrapporre la cecità fisica dell’uomo a quella spirituale dei Farisei e degli altri esperti della “legge” che “vedono” ma “non riconoscono la verità”. Nel vangelo di Marco si narra del cieco, mendicante di Gerico, che si rivolge a Gesù chiamandolo “Figlio di Davide” (10). Egli dunque riconosce la divinità, nonostante non sia abile a vedere fisicamente, e la sua salda fede gli consente di riacquistare la vista e di poter così diventare un seguace del Messia. In tale contesto è chiaro l’intento dell’autore del testo, attribuito in maniera pseudo-epigrafica a Marco, di voler indicare il raggiungimento di un equilibrio interiore che permette all’uomo di distinguere la divinità di Cristo. Oltrepassando il significato letterale della narrazione, in campo esoterico l’episodio del cieco di Gerico può essere interpretato come il compimento di un complesso e travagliato percorso spirituale che conduce l’individuo verso un più elevato grado di consapevolezza. Ed ancora, sempre nel vangelo di Marco, troviamo il cieco di Betsaida (11), del quale si riporta una guarigione molto lenta, suddivisa in due diverse fasi, che non solo sta a simboleggiare il difficile processo di comprensione dell’identità divina, ma anche gli ostacoli che ciascuno incontra sul proprio cammino per ritrovare la scintilla divina presente nel sé più profondo.

Uno dei testi più emblematici del nostro tempo sul tema è senza dubbio , premio Nobel per la Letteratura nel 1998 ( titolo originale “Ensaio sobre a cegueira”,Saggio sulla Cecità, semplificato nella versione italiana per motivi editoriali) (12). Seguendo una trama distopica, in un tempo assolutamente indefinito, un uomo anonimo si ritrova all’improvviso cieco all’interno della sua macchina. Fino all’ultima pagina il lettore non conoscerà il nome di nessun personaggio, neanche dei protagonisti principali. Risulta chiaro come l’anonimato debba avere due significati: quello metaforico e quello prettamente narrativo. Il non conoscere il nome dei personaggi rende, in un certo senso, cieco lo stesso lettore che si avventura in una dimensione plasticamente tenebrosa. Il ”mal bianco”, come viene definito il morbo che ben presto dilagherà contagiando un gran numero di persone, si diffonde in maniera rapidissima passando di occhio in occhio. Tutte le misure, che verranno prese dal governo per rimediare a questa orribile epidemia, si riveleranno vane, al punto che tutti dovranno rassegnarsi a questa nuova condizione di cecità, peraltro del tutto anomala, perché la popolazione si lamenterà di vedere una sorta di bianco lattiginoso e non la classica oscurità. Abbandonati i limiti sociali, ciascuno scivola verso i suoi istinti primordiali, cosicchè a prevalere è soltanto il caos. All’inizio l’anonimo governo crede di poter arginare l’epidemia, emarginando i nuovi ciechi in una specie di manicomio/lazzaretto, dove si instaura una società parallela fondata sulla paura e sulla sopraffazione. Nel frattempo si dà il compito all’esercito di stanare i malati che aumentano in maniera esponenziale: gli ordini vengono eseguiti ciecamente, altra metafora fondamentale del romanzo. Nonostante gli sforzi, come si diceva prima, ogni iniziativa della classe dirigente si rivela vano, anzi il ricorso alla forza porta con sé tutta la banalità del male e dell’egoismo, peggiorando a suon di becera violenza una situazione già ormai completamente compromessa. Con l’intenzione di non “spoilerare” troppo, per chi volesse appassionarsi alla lettura, anticipo soltanto che nell’oscurità assoluta riesce ad emergere un’unica luce, una figura tragicamente eroica che incarna alla perfezione l’anima del romanzo.

Pur arricchendosi di dettagli propri della società contemporanea, la Cecità di Saramago, come nella visione classica, si universalizza assumendo i connotati dell’indifferenza sociale, dello smarrimento dei valori spirituali e dell’incapacità umana di provare empatia per le sofferenze degli altri. Il bianco lattiginoso, il male bianco, è ancora più pericoloso dell’oscurità, non concedendo neanche più la speranza di un’improbabile illuminazione, trasformando l’essere umano in una bestia senza valori sociali. Il colore bianco, infatti, vuole simboleggiare un’illuminazione a contrario, che accecando gli esseri umani, confonde ogni differenza tra il vero ed il falso. La figura eroica, che volutamente non indicherò, rievoca l’empatia e la capacità di distinguere la sofferenza che si nascondono nelle profondità di ogni essere umano. La frase chiave del romanzo è un capolavoro di sintesi eziologica, che ben rispecchia il disordine morale della società moderna, sempre in bilico verso il ritorno ad uno “stato di natura hobbesiano”, dove si impone la legge del più forte : “secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono”.
Note:
1 – Di Rocco, Io Tiresia: metamorfosi di un profeta, Editori Riuniti University Press, Roma 2007;
2 – Massoni, La stirpe del serpente, Ed. Alberti, Reggio Emilia 2008;
3 – Luigi Angelino, Il cuore e la mente, Cavinato editore International, Brescia 2025;
4 – Rodighiero, La tragedia greca, Il Mulino, Bologna 2013;
5 – Si tratta di un aedo che frequentava la corte di Alcinoo, re dei Feaci;
6 – Tamiri era un poeta e musico, figlio di Filammone e della ninfa Argiope;
7 – Stesicoro era in realtà lo pseudonimo del poeta Tisia;
8 – Con tale termine si indica qualsivoglia componimento poetico che si configuri come una ritrattazione di idee già espresse prima;
9 – Giovanni, 9,2-23;
10 – Marco, 10,46-52;
11 – Marco, 8,22-28;
12 – La prima edizione in lingua portoghese risale al 1995, mentre in Italia il romanzo è stato pubblicato l’anno successivo.
Luigi Angelino,
nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale, conseguendo anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Con la Stamperia del Valentino ha pubblicato varie raccolte di saggi, tra cui “Caccia alle streghe”, “L’epica cavalleresca”, “Gesù e Maria Maddalena”, “Omero e la nascita del mito di Ulisse”, “Di alcune fiabe e di ciò che nascondono”, “Il mondo dei sogni”, “Sulla fine dei tempi” (selezionato per Sanremowriters 2023). Tra i volumi pubblicati con altre case editrici, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” (versione inglese “The darkness of the soul”); la trilogia thriller-filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse di Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.
