Visita alla Basilica Pitagorica di Porta Maggiore di Roma con Donato Colli e Angelo Tonelli – Andrea Solari
La Basilica sotterranea di Porta Maggiore a Roma è uno di quei luoghi che una volta nella vita devono essere visitati. Se poi ad accompagnare il percorso sono due autorità come Donato Colli, archeologo e consulente al restauro, e Angelo Tonelli, fresco di pubblicazione su Pitagora per Feltrinelli, allora siamo di fronte a un evento unico e irripetibile. Arrivati alle 14 e 30 ad attenderci troviamo i responsabili della Libreria Rotondi di Roma (www.libreriarotondi.it), organizzatori dell’iniziativa, e subito è chiara la sensazione di stare per accedere a un luogo senza tempo, ancora in grado di suggestionare ed evocare forti sensazioni. Il complesso è situato sette metri sotto il livello dell’attuale via Prenestina e scoperto nel 1917 durante alcuni interventi sulla rete ferroviaria.

Si tratta del più antico esempio di struttura baselicale rinvenuto a Roma e interpretato dalla maggior parte dagli studiosi come luogo di culto di una comunità pitagorica. Sappiamo che Pitagora nato a Samo tra il 580 e il 570 a.C., fu uno dei filosofi più importanti del mondo antico: matematico, scienziato e legislatore ma anche sciamano e taumaturgo. Probabilmente conoscenze che attinse dalle scuole misteriche dell’antico Egitto e che lo hanno elevato a figura leggendaria in grado di lasciare il segno ancora oggi. Le fonti che ne parlano sono numerose e ne tratteggiano sempre il carattere divino, proprio per questo la scuola a cui diede vita, cosiddetta scuola pitagorica, conobbe numerose affiliazioni in tutta la magna Grecia. Ed è proprio in virtù di questa diffusione che è lecito pensare a una influenza sulla classe politica romana, tanto che la Basilica potrebbe essere il segno tangibile di una eredità filosofica che tra il 14 e il 54 d.C. i nobili romani decisero di accogliere e valorizzare.

Appena varchiamo l’ingresso ci accoglie Angelo Tonelli, filologo e tra i massimi grecisti viventi che nel 2025 ha pubblicato per Feltrinelli “Pitgora, il maestro segreto”, con un’appendice di Donato Colli. L’atmosfera è quasi sacrale tra i toni bassi delle voci che si silenziano immediatamente in rispetto al luogo per lasciar parlare Tonelli. Sfogliando il suo libro ci introduce subito alla visita raccontando di Pitagora come figura potente e riconosciuta in tutto il mondo antico: “Tra gli esseri viventi e dotati di logos”, scriveva Aristotele, “l’uno è Dio, l’altro è l’uomo, e il terzo è come Pitagora”. Ma chi fu questo personaggio conosciuto soltanto per il suo teorema, in grado invece di essere citato e seguito da tanti autori antichi e moderni? È l’enigma che accompagna la sua vita ma che ispirò sapienti e politici della sua epoca, in quanto non bisogna dimenticare, continua Tonelli, che la dottrina pitagorica fu anche impegno sociale e comunitario. Le fonti principali tra cui ad esempio Giamblico, ci parlano di un uomo vissuto nella continua tensione tra l’umano e il divino in un connubio inscindibile. E’ in quest’ottica che le comunità pitagoriche insegnavano, attraverso il raggiungimento di stati di coscienza purificati e illuminati al di sopra di qualsiasi inclinazione corporea. Una tendenza che secondo il grecista proviene da influenze con il mondo Orientale e dallo sciamanesimo iperboreo, dove troviamo interessanti parallelismi su alcune dottrine, come la reincarnazione e riti basati sulla respirazione e il silenzio. Insomma, c’è molto “Oriente nel nostro Occidente” e Pitagora, continua Tonelli, oltre a essere un anello di congiunzione tra mondi diversi, è soprattutto un Sapiente italico della nostra Magna Grecia, una figura leggendaria che ha ispirato per secoli e che fissa nella Basilica di Porta Maggiore la più inestimabile testimonianza.

A tal proposito, un episodio particolarmente affascinante è quello di Abari, il sacerdote-sciamano proveniente dalla mitica terra degli Iperborei, che offrì a Pitagora la sua freccia d’oro, dono ricevuto da Apollo e in cambio, il filosofo mostrò la sua celebre coscia d’oro. Una vicenda, sottolinea Tonelli, che troviamo narrata nella Vita di Pitagora di Giamblico e che attesterebbe influenze culturali tra il pitagorismo e lo sciamanesimo iperboreo, ipotesi avvalorata dal ritrovamento di un frammento fittile appartenente a un vaso italiota del IV secolo a. C. trovato a Taranto su cui è raffigurato l’immagine di un volto con evidenti caratteri asiatici (per approfondimenti Angelo Tonelli, Negli abissi luminosi. Sciamanesimo trance ed estasi nella Grecia antica. Feltrinelli 2021).
Dopo questa introduzione ci dirigiamo verso l’ipogeo nel cuore della Madre Terra dove ad attenderci c’è Donato Colli, figlio del grande filosofo italiano Giorgio Colli, il quale ha partecipato alla conduzione dei restauri della Basilica. Subito sbuchiamo in una piccola stanza che fungeva da ingresso sormontata da un tetto adornato di stucchi a decorarne la volta. E’ qui che troviamo Colli che ci invita a osservare il foro sovrastante e la sua forma che rispecchia il disegno planimetrico della basilica. L’archeologo ci spiega che fu costruito appositamente per far veicolare la luce all’interno del luogo sacro con lo scopo di illuminare l’abside terminale dove probabilmente si svolgeva un rito simbolico. Dopo una breve descrizione sul ritrovamento casuale della struttura entriamo nella Basilica vera e propria e a colpire è la somiglianza con la concezione moderna disposta a tre navate. Tuttavia, Colli fa notare che parlare di navate risulta improprio, rimandando appunto a una concezione successiva. Siamo circondati da stucchi e scene mitologiche che fanno capire che siamo di fronte a un complesso cultuale, al contrario di alcune interpretazioni poco credibili che lo videro piuttosto come un sepolcro o un luogo dove ripararsi dalla calura estiva. L’impatto è immediato e le scene rimandano a eventi portanti dell’universo interiore che accompagna l’iniziato nel mondo dello spirito.

Lungo le volte troviamo scene mitologiche come il rapimento di Ganimede e Giasone che impugna il vello d’oro, oltre a immagini di figure oranti e dadofori con impugno fiaccole, quasi a suggerire un’idea di accompagnamento ai riti. In fondo al corridoio centrale al di sopra dell’abside compare la scena principale. Si tratta, spiega Colli, del suicidio di Saffo che in prossimità di una rupe sta per lanciarsi nel mare dove un tritone è pronto a prenderlo. Nella scena compare Apollo avvolto da un velo che attende il compiersi dell’atto. Un’immagine che rimanda alla liberazione dell’anima dal corpo come fine di un cammino simbolico e sigillato durante le scene precedenti impresse negli stucchi.

Colpisce lo straordinario stato di conservazione di un luogo che sembra ancora parlare attraverso stati d’animo. Le persone rimangono in silenzio ad osservare e Colli ci invita ad osservare ogni singolo dettaglio che ha il potere di evocare suggestioni e rimandi alla dimensione sapienziale. Ed è questa la sensazione che rimane impressa, quella di un salto al di là delle occupazioni mentali, in un ambiente in cui a parlare è soltanto lo spirito con le sue immagini eterne. Un mondo sotterraneo ancora in grado di portarci nella dimensione invisibile dell’essere umano, in un luogo di silenzio e meditazione, dove il caos è soltanto quel flebile rumore del treno che passa sopra le nostre teste. E per questo vogliamo ringraziare gli organizzatori della Libreria Rotondi di Roma, Angelo Tonelli e Donato Colli di averci regalato un evento che difficilmente potrà essere ripetuto.
Andrea Solari
